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Chiusa la via “centrista” Casini torna a casa

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Sono trascorsi poco più di quindici giorni da quando l’Udc di Casini, differenziandosi in Senato dagli altri partiti della Casa delle Libertà nel voto sul rifinanziamento delle missioni, lanciava il progetto centrista: “l’altra alternativa” che avrebbe dovuto scompaginare i poli, ricorrendo, se del caso, anche ad arditi interventi di chirurgia plastica dell’attuale maggioranza. In termini politici sembra, invece, che sia trascorsa una vita intera. Casini, infatti, al congresso dell’Udc ha ribadito che il ruolo del suo partito è naturalmente alternativo a quello della sinistra. Egli, in altri termini, non soltanto ha rinunziato a fare come il centrista Bayrou che si dice disponibile a governare con i socialisti. E’ sembrato non voglia seguire nemmeno il più datato esempio del centrista Giscard d’Estaing: incarnare stabilmente l’anima più moderata della destra, puntando a prevalere politicamente nell’alleanza. Quel che sembra essere rimasto dei sacri ardori è qualcosa di più semplice e meno stravolgente: la legittima ambizione a succedere a Berlusconi come leader dello schieramento, conferendo al bipolarismo italiano stile e sensibilità più conformi al suo carattere.

Prima di stupirsi, c’è da chiedersi da cosa sia dipesa questa metamorfosi. Certo, è pesata la considerazione degli umori interni all’Udc assai più filo-berlusconiani di quanto si poteva ritenere. Per misurarli si deve certamente fare riferimento al bagno di folla tributato al Cavaliere in visita al congresso, e anche all’accoglienza positiva suscitata dal discorso di Giovanardi: tra tutti gli “uddiccini” il più esplicitamente berlusconiano perché il più “popolare”. Si farebbe bene, però, a non ignorare del tutto gli accordi politici avvenuti dietro le quinte con uomini quali Totò Cuffaro e Mario Baccini - quelli che hanno i voti e anche i delegati, per intenderci - affinché non appoggiassero il segretario Cesa attraverso proprie liste autonome. Insomma: affinché rinunziassero a contarsi.

Non tutto, però, si spiega attraverso umori e convenienze interne al partito. A influenzare il ritorno alla casa madre molto, e probabilmente di più, ha pesato l’evoluzione della situazione politica esterna. In questi quindici giorni, infatti, l’asse del governo si è ancor più spostato a sinistra. Ciò è accaduto, innanzi tutto, perché il progetto del partito democratico, che dovrebbe unire una parte dei DS e la Margherita, ha ricevuto una prima stima della propria forza: non andrebbe oltre il 23% dell’elettorato. Siamo soltanto ai sondaggi, certo. Ma essi fanno intendere quanto pesi la cosiddetta sinistra alternativa ingrandita dalle truppe degli scissionisti DS che ormai si scorgono all’orizzonte. E che non si tratti di peso soltanto numerico, l’hanno chiarito gli sviluppi delle vicende afghane legate al sequestro Mastrogiacomo. In quel pasticciaccio brutto, quando si è aperto un paradossale dissidio tra la logica (si fa per dire) di governo e il movimentismo diplomatico di Gino Strada, si è toccato con mano come un’ampia parte della base della sinistra si trovi dalla parte di quest’ultimo. E si è capito anche che la sinistra radicale non intende affatto rinunziare alla rappresentanza di questi militanti ed elettori.

In questa situazione, con buona pace del tempismo folliniano, il muro tra la sinistra e il centro si è ispessito. Oggi, infatti, la parte più moderata della maggioranza deve usare grande precauzione per non provocare la caduta dell’esecutivo “a sinistra”. E della forza necessaria a proporre la tanto agognata legge elettorale “alla tedesca”, condizione indispensabile per la fuoruscita centrista dell’Udc dal centro-destra, non se ne può nemmeno parlare. Anche se per miracolo si trovasse, la forza elettorale della sinistra radicale risulterebbe non surrogabile da quella di un’ipotetica formazione centrista: certamente non oggi, assai probabilmente nemmeno domani.

Così, “l’altra alternativa” casiniana si è trovata in una strada senza uscita. Di essa resta poco più della legittima ambizione a modificare i contenuti e lo stile del centro-destra. Ma è questa ambizione che si coltiva nei tempi lunghi, attraverso un paziente percorso di crescita. Il presente, per ora è ancora un altro, ancora legato alla biografia e all’esperienza politica di Silvio Berlusconi. Al congresso Rocco Buttiglione ne ha dubitato, declinando al passato la leadership berlusconiana. Si è sbagliato. In politica non vi è nulla di peggio che trovarsi in anticipo sui tempi. Chi è in ritardo, infatti, con un colpo di reni può sempre recuperare. Chi è troppo avanti, invece, è inevitabilmente destinato all’incomprensione. Sarà questo un concetto assai poco filosofico, ma la correzione di rotta impressa dal congresso Udc lo ha rafforzato.

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