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Ci dispiace per la sinistra, ma Veltroni non è Blair

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Diciamo la verità: Veltroni in fondo ci suscita un mix di simpatia e di compassione. Non certo perché subiamo il suo (presunto) carisma, anzi! La sua miscela di togliattismo, terzomondismo, buonismo e nuovismo ci risulta francamente insopportabile. La sua capacità di coniugare Che Guevara e Bob Kennedy, i festival del cinema d’autore e le figurine Panini, il Papa ed il Gay Pride, rivela se non altro una paurosa mancanza di idee e di valori.

Ma tant’è! Occorre rassegnarsi: nell’epoca della deideologizzazione e delle passioni politiche fredde le contaminazioni valoriali, le confusioni lessicali, le ambiguità programmatiche sono una componente ineliminabile per un leader che voglia essere tale. Basti pensare al caro Sarkozy che, appena salutato come il Presidente che avrebbe dovuto svecchiare la destra francese, s’è immediatamente impegnato in una strenua battaglia, in pieno stile colbertista, per cancellare dal Trattato costituzionale europeo ogni riferimento alla libertà di mercato!

Del resto, questo processo di decadimento e di corruzione delle culture politiche, oltre che inevitabile storicamente, può essere, da un certo punto di vista, anche salutare, visti i disastri che nel novecento hanno combinato le visioni politiche pure e cristalline. Una certa dose di pragmatismo, al limite del trasformismo e dell’opportunismo, rappresenta il miglior antidoto verso i rischi di dittatura della (pseudo) ragione che ha imperversato nell’Europa del XX secolo. Naturalmente, come tutti gli antidoti, deve essere preso a piccole dosi, perché rischia altrimenti di ammazzare il paziente.

Quale è allora la fonte del nostro sentimento? Il fatto è che a noi comunque piacerebbe un leader della sinistra italiana in grado di traghettare definitivamente le forze italiche del Progresso al di là delle secche dell’ideologia verso i modelli della moderna sinistra europea ed americana. Siamo però convinti che il Walter nazionale non ce la possa fare. E non per i suoi limiti (o meglio non solo e non tanto per quelli). Il fatto è che alla strategia veltroniana manca in primo luogo un contesto storico politico favorevole. Manca in particolare qualcuno che prima di lui abbia fatto il “lavoro sporco” di rimettere in piedi il Paese, fiaccato da decenni di mancanza di cultura e di capacità di governo.

Per convincersene basta pensare al più clamoroso caso di rivoluzione democratica della sinistra cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni: la nascita del New Labour di Tony Blair. Ebbene – è questo il nodo – il nuovo corso blairiano sarebbe stato immaginabile se una signora di ferro non avesse, nei dieci anni precedenti,  rimesso in piedi il sistema inglese, ingaggiando una battaglia durissima all’interno del suo partito, messo in ginocchio le potenti Unions%3C/em> ed i gruppi di potere asserragliati a difesa delle proprie rendite che stavano mandando affondo il Regno Unito negli anni settanta? Lo stesso nuovo corso del socialismo francese mitterandiano si è potuto sviluppare solo dopo e grazie alla rivoluzione gollista. Per non parlare del clintonismo, frutto postumo del reaganismo.

Se questo è vero ci interroghiamo angosciati: come potrà il nostro eroe della democrazia progressista modificare i tratti genetici della sinistra italiana con Prodi al Governo che non riesce nemmeno a resistere ai sindacati che gli impongono una controriforma sulle pensioni, settore nel quale abbiamo la legislazione più arretrata d’Europa? Come potrà farlo se il tentativo di rivoluzione conservatrice abbozzato da Berlusconi negli ultimi dieci anni si è fermato (volendo essere generosi) a metà strada?

La verità è che i processi rivoluzionari democratici, nascono necessariamente da uno stato di necessità. Quando un partito, sovrastato dalla forza politica e morale dell’avversario, è ridotto in condizioni di minorità è costretto a rinnovarsi pena la sua stessa sopravvivenza. In circostanze del genere, la capacità di interdizione delle frange estreme conservatrici viene sostanzialmente annullata: non ci sono Turigliatto, Epifani, Pecoraro Scanio o Mussi che tengano. Il cambiamento è l’unica strategia praticabile. Immaginare un processo del genere mentre la sinistra è mollemente al governo, vittima di tutti i poteri di veto, con un Presidente del Consiglio che - per sopravvivere - non trova di meglio da fare che cedere a tutte le pressioni della propria maggioranza, dimettendo ogni capacità di guida strategica dell’azione di Governo, è una pia illusione. Né ci pare sufficiente cercare di preservare la propria autonomia politica mantenendo la carica di Sindaco di Roma, con tutto quello che ciò comporta in termini di politica dell’effimero e dell’immagine. Una scelta che, oltretutto, sarebbe disastrosa per i cittadini di Roma.

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3 COMMENTS

  1. mambrino
    mi sembra che sei un pò troppo acido,secondo te le tematiche toccate da veltroni lo fanno passare per uno a cui stà bene tutto, sei capace di capire il senso di un discorso? ho dei seri dubbi, mi sembri uno che arzigogola di tutto e di più senza dire niente di costruttivo,basta parlare con slogan altrimenti non se ne esce più, ciao loreno

  2. Ci dispiace per la sinistra, ma Veltroni non è Blair
    E i vostri valori quali sono, continuare ha succhiare sangue a chi sempre ha pagato le tasse e le sta pagando tuttora senza lamentele, e spera in un domani migliore per i giovani, non come mia figlia e mio genero che sono emigrati, pur essendo commercialista e mia figlia giornalista, per poter lavorare e vivere degnamente e di dare ai loro figli(se ne avranno) una vita dignitosa, senza dover fare come i genitori, andando lontano da noi e da tutte le persone che gli vogliono bene.
    E’ questa la Vostra intenzione. Io sono cattoliche credente e praticante, ma voto per il centrosinistra dove, chi è sposato è sposato con sua moglie(e non con altre 2 o 3) dove, come dice Cristo si ama la povera gente e non l’opulenza e la denigrazione e il non rispetto altrui.

  3. Per favore un po’ di par condicio
    In realtà, a volerlo leggere con attenzione, nel mio pezzo abbozzavo addirittura una timida difesa di Walter Veltroni leader del nascente Partito democratico. La mia tesi è che il problema non è Veltroni, in quanto tale, quanto piuttosto il contesto storico e politico in cui ha lanciato il suo progetto. Il problema non è l’inconsistenza ed incoerenza teorica dei suoi riferimenti politico culturali (i quali certo non ci entusiasmano, ma comunque in questa fase storica occorre accontentarsi). Il problema non è Veltroni, ma è Prodi e la sua debolezza, la sua ricattabilità dalle estreme, il suo attaccamento al Potere. Sono i vincoli strutturali del quadro politico che impediranno a Veltroni la modernizzazione del Paese, la possibilità per i giovani brillanti laureati (tra cui i figli di dell’anonimo lettore) trovare soddisfazione professionale in Italia. Del resto, a riprova del mio carattere assolutamente bipartisan, nell’articolo affondavo anche la penna contro Sarkozy e contro l’amato Cavaliere!
    E comunque vorrei porre ai nostri lettori anche una questione di par condicio. Contemporaneamente al mio, sull’Occidentale è stato pubblicato un articolo del senatore, professore Gaetano Quagliariello, il quale letteralmente accusa Veltroni di voler “far passare la merda come Nutella”. Nella penna di Quagliariello poi, si cantano addirittura le lodi del tragico dossettismo di Prodi. Ebbene voi, seguaci del Walterone nazionale attaccate me e non Quagliariello?! Capisco la deferenza per l’autorevoezza culturale ed il ruolo istituzionale, ma stavolta avete esagerato.
    E’ proprio vero non ci sono più i bei comunisti di una volta!

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