Ci manca solo tornare alle preferenze!

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Ci manca solo tornare alle preferenze!

Ci manca solo tornare alle preferenze!

16 Luglio 2026

La legge elettorale è materia complessa. Mette insieme profili squisitamente politici con aspetti che, per essere compresi, abbisognano di veri e propri esperti. Nell’Italia della cosiddetta Seconda Repubblica, rappresenta una sorta di «eterno ritorno».

Di quegli argomenti in grado di abbattere lo share della trasmissione più popolare. O per i quali un direttore di giornale è disposto a mettere mano alla pistola, qualora gli venga proposto un pezzo. Questo vale per i tempi ordinari.

Quando però il nodo viene al pettine, tutto improvvisamente cambia. Gli animi s’infiammano; risuonano allora gli «al lupo al lupo» e per ogni rappresentante del popolo i calcoli sulla propria sorte personale in relazione alla legge proposta divengono più importanti delle idee e della fedeltà di partito.

È quel che è accaduto l’altro ieri alla Camera dei Deputati con la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze. Il clima, già caldo, si è improvvisamente arroventato. Da parte dell’opposizione si sono invocate le elezioni immediate, come se fosse stata bocciata la legge finanziaria. Da parte della maggioranza è scattata la caccia al traditore. Laddove, se solo si fosse usata più attenzione preventiva, la bocciatura sarebbe stata tranquillamente evitata.

Riportiamo, dunque, i fatti sui binari del buonsenso evitando le esagerazioni e i pressapochismi, distinguendo le considerazioni politiche dagli aspetti tecnici.

Per provare a spiegare bisogna, però, partire da una premessa. L’attuale governo si avvia a divenire il più stabile del periodo repubblicano. E, circostanza notevole, il primato viene conquistato «controtendenza»: mentre gli altri sistemi europei ai quali abbiamo guardato con invidia – Francia, Inghilterra e la stessa Germania – iniziano a fare acqua.

La stabilità, però, è il frutto del caso e di una legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum- che non era stata pensata a questo fine. Solo la spaccatura politica del centro-sinistra nelle ultime elezioni legislative addirittura in tre tronconi ha dato alla Meloni la possibilità di mettersi alla guida di una coalizione sufficientemente omogenea e, soprattutto, numericamente solida.

Il problema che si pone, allora, è il seguente: come fare a trasformare una circostanza fortuita in una regola, evitando che il Paese perda il vantaggio della conquistata stabilità del quale ha goduto in ambito innanzitutto internazionale? A Giorgia Meloni non può imputarsi di aver pensato a una legge su misura. Il suo ragionamento è stato piuttosto il seguente: «se possibile, preferisco vincere, se no meglio perdere. L’unica cosa che voglio evitare è pareggiare».

Quel che, invece, le si deve imputare è non aver considerato che la legge in discussione non serva più alla bisogna dopo l’avvento di Vannacci. Le percentuali che si annunciano per il partito del generale tolgono alla nuova riforma l’effetto sperato, innanzitutto

dal punto di vista della Meloni.

Se lo si escluderà dalla coalizione si condannerà alla sconfitta (o al tanto detestato pareggio nel caso nessuna coalizione superi il 42% necessario per avere il premio); se lo farà salire a bordo trasformerà la sua coalizione in un altro «campo largo» e addio coesione.

Visto da questa prospettiva, l’incidente accorso alla Camera rassomiglia a una sorta di legge del contrappasso: si è proposta la legge per evitare la palude, e la palude ha vinto fin prima che la legge venga approvata.

La questione delle preferenze, a questo punto, scade quasi ad aspetto sovrastrutturale. Non perché non sia strano che la possibilità di scegliere il candidato venga concessa all’elettore a livello comunale, regionale, europeo ma non nelle elezioni nazionali.

Detto per inciso, non è affatto escluso che la Meloni dal tenere il punto sulla questione possa ricavarne un vantaggio politico. Ma perché la questione non è affatto chiusa. Le preferenze, infatti, potrebbero essere reinserite nel passaggio della legge al Senato, o potrà pensarci la Corte Costituzionale.

La riforma, infatti, prevede non uno ma due listini bloccati: quello che i singoli partiti dovranno presentare in ogni collegio e quello al quale la coalizione che vince il premio dovrà at-tingere. Voler evitare le preferenze potrà considerarsi «umano»; imporre due liste bloccate, invece, è senz’altro «troppo umano». Qualcuno dovrà provvedere.