La guerra in Iran, un mese dopo
31 Marzo 2026
di Ilaria Rizzo
Dopo un mese di guerra, è difficile negare che gli Stati Uniti abbiano sottovalutato la reazione dell’Iran. Washington immaginava un’operazione rapida: ha certamente ottenuto importanti successi militari, ma Teheran resiste e rilancia, mentre il conflitto si avvita tra minacce, escalation militare e tentativi diplomatici ancora fragili.
L’amministrazione di Donald Trump ha rafforzato significativamente la propria presenza militare in Medio. L’arrivo di Marines, paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata e nuove unità navali suggerisce che Washington stia valutando opzioni più aggressive, incluse operazioni contro obiettivi strategici come l’isola di Kharg, snodo cruciale per l’export petrolifero iraniano
Gli analisti, tuttavia, sottolineano che le forze attualmente dispiegate rischierebbero si essere insufficienti per operazioni di terra per un Paese popoloso come l’Iran. E in patria, la maggioranza degli americani boccia l’attacco all’Iran, ritenendolo inefficace sul piano strategico e politico, nella convinzione che produrrà costi economici immediati. Il gradimento di Trump, secondo un sondaggio della università del Massachusetts/Amherst Poll, è al 33%.
Nel frattempo, Teheran alza ulteriormente i toni. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha minacciato apertamente gli Stati Uniti, promettendo di “bruciare” le truppe americane in caso di invasione terrestre.
L’Iran continua inoltre a colpire basi e alleati regionali degli USA con missili e droni, mentre rafforza le difese nei punti sensibili, inclusa la stessa Kharg. L’ingresso nel conflitto degli Houthi, sostenuti da Teheran, ha ulteriormente ampliato il teatro di crisi, minacciando anche rotte strategiche come Bab
al-Mandeb.
Al centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz, passaggio chiave per circa il 20% del petrolio mondiale, oggi in gran parte bloccato. Gli Stati Uniti puntano a riaprirlo, anche chiedendo ai partner un controllo congiunto dello stretto, ma l’Europa nicchia, mentre attori regionali come Turchia, Arabia Saudita ed Egitto cercano una soluzione diplomatica.
Sul piano politico e comunicativo, Trump alterna aperture e minacce: da un lato parla di progressi nei colloqui, dall’altro prospetta attacchi devastanti contro infrastrutture energetiche e idriche iraniane. Le dichiarazioni altalenanti del presidente e le risposta iraniana influenzano anche i mercati, con il prezzo del petrolio in forte aumento e le borse in tensione.
Infine, emergono tensioni interne negli Stati Uniti. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha suscitato polemiche per aver introdotto un linguaggio apertamente religioso nella comunicazione militare, invitando a pregare per il successo delle operazioni e promuovendo una visione fortemente cristiana delle forze armate.Una scelta che, secondo critici ed ex militari, rischia di dividere l’esercito e politicizzare ulteriormente il conflitto.
A un mese dall’inizio della guerra, dunque, il quadro resta estremamente instabile: tra escalation militare, minacce incrociate e diplomazia incerta, il conflitto tra Stati Uniti e Iran appare lontano da una soluzione rapida e rischia anzi di allargarsi ulteriormente.
