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Fa discutere il saggio di Reichlin-Rustichini

Ci sono due sinistre. Inconciliabili

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Il volume di Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra .Tra equità e libertà, raccoglie, assieme al paper dei due autori—economisti entrambi, l’uno alla LUISS, l’altro all’Università del Minnesota—Equità ed efficienza. I dilemmi e l’identità della sinistra e alle loro Riflessioni conclusive, gli interventi di un dibattito animato, promosso dall’editore Laterza, sull’identità della sinistra. Dire ‘animato’, in verità, è eufemistico. Una raffinata e colta studiosa presente all’incontro mi ha scritto :<E' così facile per gli intellettuali cavalcare l'onda della pseudorivolta e per di più sentirsi originali. Dovevi esserci al dibattito da Laterza. Mancava solo la ghigliottina per Reichlin e Rustichini. Ho l'impressione che "la prova della responsabilità" della sinistra sia del tutto fallita; e sentendomi sempre una persona di sinistra, questo  mi addolora molto>.

In effetti, il paper di RR è risultato un bersaglio mobile su cui si è concentrato il fuoco di fila di almeno ventotto dei trentatré ospiti invitati a intervenire—giornalisti, politici, filosofi del diritto e della politica, scienziati politici, economisti, manager. Se si prescinde dai contributi di Stefano Cingolani, di Franco De Benedetti, di Michele Salvati e, soprattutto, di Claudia Mancina, la sinistra italiana, riunita da Laterza, non poteva offrire uno spettacolo più desolante. I nostri ‘intellettuali militanti’ rimangono legati più che mai a una vecchia cultura antagonista, fatta di scorie ideologiche sessantottine, di pregiudizi ottocenteschi contro la perfida finanza internazionale, di moralismi accecanti, di diffidenza verso il mercato e quanto sa  di ‘individualismo’ e di ‘privacy’.

In Italia ci sono due sinistre, una riformista e minoritaria, l’altra passatista e maggioritaria, come s’è letto in una delle rare recensioni del libro? Certo, ma direi di più: nel nostro paese sta venendo al pettine un’antica frattura che, negli anni delle vacche grasse, le terze vie—in primo luogo quella ‘azionista’—avevano rimosso: la frattura tra quanti definiscono il ‘bene comune’ come la difesa intransigente dei diritti e delle libertà degli individui—dalla libertà di culto alla libertà d’impresa—e quanti, invece, ritengono che l’uomo si risolva nel cittadino, che il patto sociale miri al superamento degli egoismi individuali e che le libertà vadano garantite solo se non producono disuguaglianze.

A una lettura attenta delle tesi di RR emerge un elenco crudele e impietoso di tutti i pregiudizi della sinistra italiana.<Il marxismo, vi si legge, è nei fatti incompatibile con la realtà del nuovo secolo, con il senso e i sentimenti comuni>.<Chi crede ancora che l'in­dividuo saprà realizzarsi completamente ed essere veramente libero solo quando si affermerà una società senza diritti di pro­prietà, dove ognuno contribuisce secondo le proprie capacità e riceve secondo i suoi bisogni? Nessun politico di sinistra che aspiri a governare un paese potrebbe dichiarare oggi che la retribuzione del capitale sia "ingiusta" e che i frutti del risparmio siano equivalenti ad appropriazione indebita>. Sono provocazioni inaccettabili per maîtres-à-penser come Carlo Bernardini, Luigi Ferrajoli ,Pietro Rescigno o aspiranti tali come Alessandro Ferrara, Ingrid Salvatore e Geminello Preterossi, che, con animosità montagnarda, denuncia la <rivincita del profitto sul lavoro>. Ma non se le lasciano scappare neppure vecchie conoscenze del professionismo politico come Stefano Fassina e Claudio Petruccioli. <Ancora un piccolo sforzo>, ha commentato Laura Bazzicalupo, e la sinistra sarà <indistinguibile dalla destra>. Si può capire il sarcasmo.

Scrivere, infatti, che la crisi, in Italia e negli altri paesi, non è <il risultato della speculazione, della globalizzazione finanziaria e di un mercato libe­ro da ogni vincolo>; che <la crescita della spesa pubblica e una maggiore presenza dello Stato nell'economia> non è un rimedio ai mali che ci sono piombati addosso e che, in un trentennio, le scelte pubbliche < hanno  sacrificato la crescita economica e l’equità internazionale, provocato una lievitazione incontrastata della pressione fiscale e prodotto una crisi del patto sociale> significa cercarsi rogne. Specie se si fa a pezzi il mito del settore pubblico, come garante ‘naturale’ dell’equità e del benessere collettivo:<l’esperienza insegna che le attività lobbistiche e la lotta per l’acquisizione di posizioni privilegiate non scompare ma, anzi, può essere ancora maggiore nei paesi dove lo Stato ha un maggiore controllo delle risorse economiche>; e se, più radicalmente, si contesta, senza mezzi termini, quell’<ordine gerarchico tra mercato e democrazia(pubblica)>che rappresenta la stella polare  della sinistra dogmatica.<Il mercato, anche se fallibile,scrivono RR, garantisce l’azione libera e l’autodeterminazione nella sfera economica>, <realizza un principio fondamentale dell’egualitarismo liberale, la libertà di contrattazione, di impresa e di scelta>.

Certo, come sapevano i classici del liberalismo, esso non può funzionare da solo, <senza un vasto insieme di infrastrutture pubbliche di natura giuridica ed economica> ma ciò non comporta la limitazione della libertà di scambio e di impresa per garantire un’equa distribuzione delle risorse. Lo Stato potrebbe, con tasse e sussidi, compensare la ‘distruzione creativa’ del mercato, senza fuoruscire dalla globalizzazione il cui impatto sulla crescita economica e sul benessere sociale, per RR, è decisamente positivo.

Un talebano della vecchia sinistra, Marco Revelli, intervenendo al dibattito, ha osservato che RR hanno sostituito alla centralità del produttore quella del consumatore. Sennonché è questa la democrazia liberale bellezza! Nel mercato politico e in quello economico è centrale l’interesse dell’elettore e del consumatore non quello dei ‘rappresentanti del popolo’ e dei produttori (imprenditori e lavoratori).  

Tratto da Il Giornale

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