Home News Ci sono temi che il Governo ha paura di affrontare. Le pensioni sono uno

Non basta l'intervento sul Pubblico Impiego

Ci sono temi che il Governo ha paura di affrontare. Le pensioni sono uno

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La spesa sociale italiana, è un fatto noto, è assorbita per parte rilevante dalla previdenza: queste ultime rappresentano meno della metà della spesa sociale della media dell’Europa dei Quindici (nel 2006, ad esempio, il 45,8 per cento; dati Eurostat), ma superano il 60 per cento nel nostro paese.

Tra le cause del marcato squilibrio vi è la generosità dei parametri per il conseguimento della pensione: si pensi, ad esempio, che nel 2007 l’età media di uscita dal lavoro in Italia è stata di 60,4 anni, più di un anno in meno del dato medio europeo (61,5). Sommando questo dato alla più alta aspettativa di vita degli italiani rispetto alla media continentale e alla maggiore quota di anziani sul totale della popolazione, ecco delineati i termini del problema.

Limitandoci alle donne, il gap italiano è ancora più pronunciato: la lavoratrice media dell’Europa dei Quindici si ritira dal lavoro a 61,1 anni, la sua omologa italiana a 59,8 (la differenza è di 1,3 anni). Da questi dati grezzi, si ricavano molte informazioni, ma quella che salta evidente agli occhi è che le donne italiane vanno in pensione quasi esclusivamente al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia (fissata a 60 anni), raggiungendo solo in pochi casi quell’anzianità contributiva che consente (ancora) di lasciare il lavoro prima del sessantesimo compleanno.

Molti analisti, va detto, vedono in questi numeri la “bontà” della tesi del mantenimento di una differenza nei requisiti minimi per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne: il limite dei sessanta permetterebbe alla gran parte delle donne di non dover lasciare il lavoro molto dopo gli uomini. Ed è questa, probabilmente, la motivazione per cui tutti gli interventi sul sistema pensionistico realizzati nel periodo compreso tra il 2001 e il 2007 hanno di fatto inciso solo sul “fronte maschile”, con l’età effettiva di pensionamento degli uomini che è passata da 59,8 anni del 2001 a 61 del 2007, mentre l’età di uscita delle donne è rimasta assolutamente invariata (59,8 sia nel 2001 che nel 2007). In tutta Europa, al contrario, abbiamo assistito ad un graduale ma continuo processo di convergenza dell’età di pensionamento tra i due generi.

In realtà, l’uscita anticipata delle donne dal mercato del lavoro ha rappresentato in Italia un “risarcimento” pubblico concesso per la funzione di “supplenza” del welfare svolta negli anni, prima per la cura dei figli e poi degli anziani (nonché, molto spesso, lungo tutto il percorso di vita per il ruolo di cuscinetto tra un partner lavoratore e le esigenze di famiglia). La conseguenza, però, è stata molto pesante: la più bassa partecipazione delle donne al lavoro ed assegni previdenziali molto più contenuti di quelli degli uomini, spesso insufficienti ad una piena autonomia (con tutti ciò che comporta, nel concreto, nei rapporti tra i coniugi, alla faccia delle pari opportunità). E allora la soluzione al problema non può che un autentico “scambio”, un graduale aumento dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne con l’utilizzo dei risparmi in favore di quelle politiche capaci di sostenere attivamente le scelte di vita e di lavoro delle donne.

Con i risparmi dell’equiparazione dell’età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne va ampliata – ad esempio - l’offerta di asili-nido pubblici e privati e di servizi per anziani non autosufficienti, vanno migliorate le forme di congedo remunerato e i contributi figurativi, si possono rendere più simmetrici gli impegni dei consorti all’interno delle famiglie italiane (più congedi di paternità e meno congedi di maternità, per riprendere un cavallo di battaglia dell’economista Fiorella Kostoris Padoa Schioppa).
Quanto siamo lontani da tutto ciò? Con un emendamento al decreto anticrisi (che ha ripreso un identitica proposta di Cazzola e Della Vedova), il governo ha equiparato a 65 anni, attraverso un percorso decennale che parte dal 2010, la soglia per la pensione di vecchiaia di donne e uomini nel pubblico impiego. E' una scelta importante, frutto soprattutto del pressing del ministro Brunetta, che apre un fronte di discussione per il futuro, affinchè l'equiparazione si estenda al settore privato.

La logica che si è seguita per l'equiparazione nel settore pubblico è quella dello scambio, appunto: nei prossimi dieci anni affluiranno nelle casse dello Stato circa 2,5 miliardi, risorse molto utili da traslare sulle spese di welfare, in favore delle donne.

Ma il percorso è appena all'inizio, il pubblico impiego rappresenta una quota comunque minoritaria del mercato del lavoro italiano. Il rischio da evitare è quello di adagiarsi sull’avvenuto adeguamento alla sentenza della Corte di Giustizia Europa (che aveva appunto condannato l’Italia per la mancata equiparazione nella PA), rinunciando a riforme più incisive sul fronte privato. Nonostante l’ampia e compatta maggioranza, sembra prevalere nell’esecutivo di centrodestra una certa ritrosia a mettere mano a riforme incisive, perché considerate politicamente e sindacalmente troppo calde, soprattutto in una fase di crisi.

Il ministro Sacconi, in particolare, lo ha escluso “nel modo più assoluto”, sottolineando come persino la decisione di aumentare l'età di pensionamento delle donne nel pubblico impiego sia stata presa solo perché “la Corte di giustizia ce lo ha imposto e solo nel settore del pubblico impiego si può chiedere alle donne di lavorare di più". Come a dire: se avessimo potuto, non l’avremmo fatto. Non tutti nell'esecutivo la pensano come lui ma di certo la posizione del ministro del Welfare ha una rilevanza primaria.

Anche l'altra misura del decreto anticrisi fornisce una prova di questa eccessiva “timidezza” del governo: il principio secondo cui, a partire dal 2015, l’età di pensionamento sarà collegata all’aspettativa di vita. E' un intento sacrosanto e condivisibile, ma nella politica italiana sei anni sono un’eternità: da qui al 2015 si saranno avvicendate almeno altre due legislature, le maggioranze e le leadership saranno cambiate, la riforma potrebbe essere affossata al primo cambiamento di scenario politico. E il centrodestra questo dovrebbe saperlo bene, visto come è finita con lo scalone Maroni, vanificato nei suoi effetti dall’interludio prodiano prima della sua entrata in vigore. Vogliamo che si ripeta la storia?

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5 COMMENTS

  1. Quindi le donne del pubblico
    Quindi le donne del pubblico impiego stanno correndo lo stesso rischio di perdere il lavoro delle donne del settore privato?
    Relativamente alla data del 2015: lo sai che di qui al 2013 l’aumento dell’età pensionabile è di 1 anno ogni anno e mezzo?
    Lo scalone che rimpiangi mi auguro che cada sulla tua testa.

  2. ma perche’ tutto questo ?
    NON CAPISCO PROPRIO – BASTEREBBE L’ENTRADA IN VOGORE DI UN SISTEMA CONTRIBUTIVO E CHI VUOLE ANDARE IN PENSIONE – MAGARI STABILENDO UNA SOGLIA MINIMA DI ANNI PER ESEMPIO 20 E UN IMPORTO MINIMO DI PENNSIONE AL DI SOTTO DEL QUALE NON SI POTREBBE VIVERE – VADA IN PENSIONE CONSIDERANDO I CONTRIBUTI VERSATI E CIO’ CHE GLI SPETTA IN BASE AD ESSI – SI LIBEREREBBERO CERTAMEMENTE INOLTRE MOLTI POSTI DI LAVORO PER I GIOVANI E SI RISOLVEREBBE UNA VOLTA PER TUTTE IL PROBLEMA DEI COSTI PREVIDENZIALI , NON VI PARE ? IN MOLTISSIMI PAESI GIA’ ADOTTATO QUESTO SISTEMA E ALLORA FACCIAMOLO ANCHE NOI E SUBITO

  3. Ma la previdenza è
    Ma la previdenza è equiparata al gioco del Lotto?
    Quando ho iniziato 38 anni fa, sapevo di versare i contributi per aver la pensione dopo 35 anni di lavoro e c’era chi ci andava dopo 20. Mi faranno fare praticamente 40 anni di lavoro fino a 60 anni di età e adesso c’è chi chiede da subito il sistema contributivo per tutti magari anche per quelli come me: si consideri che se fossi nato prima del 30 giugno sarei già in pensione. Ma che senso di equità avete? I conti dell’INPS sarebbero in ordine se non dovesse far fronte a pensioni che pensioni non sono. Molti parlano senza aver nessuna voglia di costruirsi una pensione lavorando.
    Credete forse che l’aspettativa di vita si è allungata tutta in questi ultimissimi anni?
    Siete sicuri che da operai si campi come per altre professioni?

  4. Prima di fare delle
    Prima di fare delle considerazioni bisognerebbe essere almeno informati ed il fatto di rimpiangere lo scalone Maroni dimostra tutta la inadeguatezza di chi effettua queste considerazioni. A colui o a coloro che dicono che occorreranno 10 miliardi in più nei prossimi dieci anni basta ricordare che: hanno aumentato l’età per le donne nel pubblico impiego e questo comporta un risparmio di 2,5 miliardi (detto da Brunetta). Ma non solo: il governo Prodi (e questo fanno finta di scordarselo) aumentò i contributi a carico dei dipendedenti dello 0,3 per cento che per un lavoratore con un reddito di 25.000 Euro fanno 75 Euro l’anno che moltiplicato per 20 milioni di dipendenti fanno 1 miliardo e 500 milioni l’anno che moltiplicato per 10 anni fanno 15 miliardi di euro. Altrochè maggior costo, c’è un guadagno di 5 miliardi più 2,5 miliardi delle donne fanno 7,5 miliardi in 10 anni. Forse a Sacconi glielo hanno detto (almeno speriamo) e credo proprio che si vergognerebbe a mettere mano alle pensioni. L’Inps è in attivo e nessuno regala la pensione ai dipendenti che se la pagano. Non so quale siano le motivazioni che inducono alcune persone (di sicuro non la preoccupazione per il futuro del sistema pensionistico che anche Tremonti giudica uno dei più stabili d’Europa) a chiedere una nuova riforma delle pensioni considerando anche che praticamente l’età pensionabile sta diventando uguale a quella delle riforma Maroni ma con in più l’aggravio dello 0,3 per cento sui congtributi.

  5. Pensioni
    Vorrei chiedere ai nostri politici, in particolare a quelli addetti alla pianificazione del welfare ed alle diverse rappresentanze sindacali, se hanno tenuto conto del fatto che, con la nuova riforma delle pensioni, quando la stessa arriverà a regime, la pubblica amministrazione e le aziende si troveranno con una marea di dipendenti cosiddetti anziani e poiché non si potrà assumere se questi non se ne andranno, non pensano che potrà esserci un disservizio per i cittadini, i grandi manager, i funzionari dirigenti e gli amministratori stessi che avranno a disposizione personale vecchio e magari dopo tanti anni anche demotivato? Certo gli ultra cinquantenni non sono aitanti come un ventenne o un trentenne o anche un quarantenne. Non pensano che sarebbero bastati i 35 anni di servizio lavorati seriamente per concedere il meritato riposo ad un lavoratore? Non credono che sarebbe necessario svecchiare la Pubblica Amministrazione? Come pensano di ovviare all’inconveniente rappresentato dai naturali acciacchi fisici che eventualmente dovessero presentarsi a causa dell’età? Ed ancora: non potrebbe essere che, sempre a causa dell’invecchiamento del personale in servizio, si andrà in contro tendenza ed invece del calo delle assenze per malattia, via sia un aumento fisiologico delle stesse? Questo ovviamente riferito a tutti i lavoratori, sia del pubblico che del privato. Per un lavoratore pubblico e non, che ad una certa età non sarà più aitante come in gioventù,e quindi meno redditizio dal punto di vista fisico, sono previsti cambi di mansione o incarichi meno gravosi? Non trovano ci sia incoerenza e totale contraddizione tra il pretendere un fisico scattante (non parlo solo di poliziotti) o comunque molto attivo e redditizio sul lavoro, e nello stesso tempo ritardare sempre più l’accesso alla pensione? Purtroppo le lancette dell’orologio della vita non vanno a ritroso, per quanto i Ministri di turno si possano affannare per farlo. Siamo veramente stanchi fisicamente ed intellettualmente, dopo una vita di lavoro. Vi chiediamo fermamente come cittadini elettori ( che hanno il diritto in quanto tali di essere presi in considerazione dato che, come dite sempre anche voi, il popolo è sovrano) di non continuare a prendervi gioco di noi spostandoci in continuazione il traguardo pensionistico, (35 anni non erano pochi!! e volete continuare vergognosamente ad aumentarli!!) anche perché non vogliamo arrivare al punto di non essere più in grado di rendere come in gioventù: vorremmo fermarci prima!! Ne abbiamo il diritto, come hanno avuto tutti i lavoratori nati prima di noi, abbiamo la stessa dignità e vorremmo essere trattati allo stesso modo!!. Sarebbe un’umiliazione per noi, dopo una integerrima vita di lavoro, essere costretti a subire del lavativo o del fannullone perché non più operosi come nel passato; legati ai naturali cedimenti del fisico che invecchia e che ha dato tanto fin da adolescente. Quanto meno dobbiamo avere la possibilità, avendone la necessità, di ritirarci dal lavoro percependo una pensione proporzionata agli anni di lavoro prestati! Credo che le organizzazioni sindacali dovrebbero opporsi a queste continue riforme, sostenendo quello che alcuni buoni politici (che oramai sono pochi), attraverso note trasmissioni televisive, hanno suggerito come soluzione del problema alla mancanza di fondi e cioè l’ azzeramento dei privilegi scandalosi di cui godono diverse categorie, ad esempio: pensioni e stipendi d’oro, riconoscimenti pensionistici dopo soli 5 anni di legislatura, frodi finanziarie, paradisi ed evasioni fiscali ecc.; così facendo si verrebbe a creare un sistema più giusto ed equilibrato, si potrebbe accedere alla pensione tutti un po’ prima ed il carico di mantenimento del sistema previdenziale sarebbe suddiviso in modo più equo. Purtroppo non si capisce il perché… ma quella via non la si vuole percorrere. Un’altra cosa che non capisco, è che anche la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia chieda di ritardare l’uscita dal lavoro quando specialmente nel privato il datore di lavoro vuole personale efficiente e forte anche fisicamente, per cui credo che gli industriali che la Marcegaglia rappresenta non siano poi così contenti delle sue affermazioni; cosa se ne faranno le aziende private (ed attualmente anche la Pubblica Amministrazione), di persone che non renderanno più come in gioventù? Spero non pensino di licenziarli una volta che non saranno più in grado di assolvere al meglio i loro compiti…… oppure è proprio questo che vogliono fare? Sarebbe un disastro sociale che provocherebbe una rivoluzione civile!
    Ma allora qual’é il vero obiettivo delle affermazioni della presidente Marcegaglia??!?!
    E gli incentivi che un anziano non riuscirà a percepire proprio per i motivi sopra esposti? Infatti essendo meno redditizio, più passano gli anni meno un lavoratore potrà guadagnare di produttività, sia nel pubblico che nel privato, oltre naturalmente a diventare malvisto da dirigenti e colleghi. Aggiungo un pensiero anche per i lavoratori precoci che hanno iniziato a lavorare quasi bambini, (15/16 anni), e tutti sappiamo che a quell’età non si svolgevano lavori di concetto, per cui sono doppiamente stanchi, dato che invece di vivere la loro adolescenza come tutti gli altri, erano già al lavoro in fabbrica o altro, contribuendo all’espandersi economico della nazione. Purtroppo da quello che si vede negli spot televisivi, tutti si oppongono giustamente al lavoro minorile, ma negli altri stati e continenti….!! Oltretutto dovendo aspettare anche una finestra di uscita dovranno lavorare in alcuni casi non 5 (questi assicurati), ma fino a 6 anni in più dei lavoratori che sono entrati nel mondo del lavoro più tardi. Per loro andrebbe prevista un’agevolazione. Non credo che tutti questi aspetti siano sfuggiti ai nostri Ministri e sarei contento di sapere cosa ne pensano sia loro che le diverse Organizzazioni Sindacali. Mi rendo conto che gli interrogativi nel presente commento sono tanti, ma purtroppo nessuno ha una risposta ufficiale. Concludo aggiungendo un messaggio importante per coloro che chiedono continuamente l’innalzamento dell’età pensionabile: “cari politici, non siamo animali da soma, siamo uomini!! e dopo una vita di lavoro e fatiche uomini stanchi!! Lo volete capire
    oppure no?!?

    Moreno

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