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Bollettino internazionale/I

Cina, Europa, Stati Uniti: il 2012 sarà anno di cambiamenti (da capire)

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Della crisi economica in corso si sa molto, ma poche sono le analisi lucide che sappiano unire una lettura dei fatti economici alla realtà dei rapporti di forza. Quello che è chiaro è che trasformazioni geoeconomiche si stanno assommando a trasformazioni sociali e politiche, quello che manca è una chiara capacità di visione strategica e quindi affoghiamo nelle notizie quotidiane, tra spread, indici di borsa, statistiche con percentuali minime, discussioni infinite sull’articolo 18, come se la salvezza potesse arrivare da qualche sacrificio punitivo che redima i nostri peccati, ma la vita delle società non è proprio uguale a quella delle persone, perché nessun Cesare è Dio.

In discussione vi sono i modelli di politica economica, i rapporti tra le tre maggiori monete, le relazioni tra Europa, USA e Cina, tra Germania e resto del vecchio continente. Quello che è chiaro è che dietro i fatti economici c’è la lotta per il potere, la politica; dobbiamo svelare l’ideologia, la falsa coscienza, il velo neutrale che copre come nebbia la realtà; dobbiamo ogni volta compiere un faticoso lavoro di scavo, ricondurre l’andamento degli indici economici alle sovranità, cercare nei particolari, nelle notizie spicciole, provando a costruire un quadro d’insieme; il lavoro che dobbiamo allora compiere è di tenere uniti aspetti militari ed economici in una visione complessiva ed ampia della sicurezza. Certo la democrazia ha le sue regole, la ricerca del consenso spesso rende miopi i migliori governanti; vero è anche che spesso interessi, visione, calcolo possono divergere anche nelle menti dei migliori statisti, ma è chiaro che adesso non disponiamo nemmeno dei minimi elementi di lettura del mondo.

 La prima attenzione la dedichiamo oggi alla unica vera e propria potenza globale, agli Stati Uniti dove è iniziata la corsa alla Casa Bianca. E Washington dopo 10 anni di guerra su vari fronti e in tempi di bilancio incerto, è costretta ad una rianalisi della dottrina strategica, meno profonda di quanto in apparenza si pensi. Gli Stati Uniti hanno il più forte esercito del mondo, sulla loro forza è costruito il sistema di sicurezza globale e quindi producono sicurezza per tutti. Nell’immediato, una seria minaccia alla stabilità viene dal possibile possesso del nucleare da parte dell’Iran, ma è ovvio, come è stato già sottolineato, che l’attenzione maggiore si concentri sul possibilissimo competitor internazionale quale è la Cina che intesse relazioni intricate con gli USA: necessaria perché compra il debito, avversaria perché quasi superpotenza. E ovviamente in un periodo di crisi economica questi obiettivi devono essere raggiunti con un budget ristretto.

Così si torna alla dottrina Rumsfeld: esercito leggero super tecnologico, veloce, basato su di una logistica straordinaria, principi che avevano dato i loro frutti fino alla conquista di Bagdad, passando da Kabul, mentre l’attenzione geopolitica si sposta ad oriente, come mostra anche il recente accordo militare con l’Australia. Quello che è certo è il fatto che gli Stati Uniti non si possono più permettere guerre ideologiche di regime change in teatri non centrali, conflitti dal costo esorbitante e dai risultati incerti (manca pochissimo a che in Iraq non sia stato creato il secondo stato scita! O che dopo dieci anni di guerra contro i talebani il governo Karzai li porti al governo). D’altronde a sottolineare la validità della dottrina Rumsfeld vi è la sconfitta di Al Qaida, con l’uccisione di Osama e di centinaia di capi militari dovuta al mix di tecnologia, leggi droni, e forze speciali. Il vero cambiamento riguarda, però, uno dei capisaldi strategico militari della dottrina americana che affermava la necessità di costruire delle forze armate in grado di combattere contemporaneamente due guerre in teatri diversi e contrastare una minaccia di secondo livello.

Adesso l’impegno si riduce a sostenere sul campo un solo conflitto e quindi rende le scelte di sicurezza USA molto più selettive. In sostanza, Obama si butta dietro le spalle l’11 settembre, il fondamentalismo islamico e il terrorismo internazionale o, detto in termini più eleganti, considera altre le priorità strategiche. Tutta la stampa americana, all’inizio di gennaio, ha dedicato, come ovvio, ampio spazio al discorso di Obama: in primo luogo si può consultare il New York Times che riporta anche un divertente gioco interattivo, utile anche a migliorare l’inglese, su tagli che i lettori apporterebbero al budget.

Il giornale liberal contrario alla guerra in Iraq e fortemente critico sugli andamenti della guerra in Afghanistan applaude, naturalmente, alla nuova politica di difesa mentre per un parere diametralmente opposto si vedano gli articoli pubblicati dall’ American Enterprise Institute, il centro neocon ispiratore della politica di Bush che vede dietro la politica di ridimensionamento anche una scelta di rinuncia politica al ruolo di superpotenza garante della libertà del mondo: “With the end of the Cold War in sight, then-Chairman of the Joint Chiefs of Staff Colin Powell in the George H. W. Bush administration was asked how big the U.S. military should be. He replied, “We have to put a shingle(targa)  outside our door saying, ‘Superpower Lives Here.’ Barack Obama has taken the shingle down”.

Visto da lontano, cioè dalla provincialissima Italia, il giudizio sulla positività e capacità di durata e mantenimento di un mondo unipolare e la valutazione della due guerre (per lo scenario a venire dopo il ritiro si veda il sempre ottimo Cordesman, analista del Center for Strategic and International Studies) sembrano questioni complesse e non immediatamente correlate e inoltre l’andamento delle campagne asiatiche avrebbe bisogno di essere analizzato a vari livelli da quello politico, strategico a quello tattico e operativo: quello che certo è che nel mondo post guerra fredda, le nuove guerre sembrano essere sempre di più “guerre senza fine” che ci costringono a dimenticare la nozione centrale della guerra occidentale basata tutta sull’idea della “vittoria decisiva” come avevano teorizzato Cluasewitz e Napoleone. Interessanti sono anche gli articoli su The Atlantic che sottolineano il cambiamento di centro strategico dopo la caduta del Muro: l’Europa, la stessa Russia, il Mediterraneo appaiono ormai retrovie del nuovo centro del mondo: l’Oriente.

Venendo all’analisi della minaccia iraniana, montagne di carta si scrivono ogni giorno in tutte le aeree del globo, ovviamente di estremo interesse sono le opinioni espresse in Israele, il paese minacciato nella sua esistenza dal nucleare degli ayatollah, Stati Uniti e i paesi sunniti, in primis l’Arabia Saudita e la Turchia anch’essi impauriti dalla potenza di Theran. Rimanendo sul suolo americano, segnaliamo l’analisi prodotta dall’American Enterprise “Conteneing and Deterring a Nuclear Iran”,  del dicembre dell’anno scorso, tra i cui autori vi è anche una conoscenza italiana come l’esperta di Medio Oriente e questioni di sicurezza Daniel Pletka.

Ora il punto di vista qui espresso è estremamente chiaro: l’Iran nucleare, governato da un elite paranoica e fondamentalista ai limiti dell’isterismo, rappresenta una minaccia all’ordine mondiale, ma nessuna potenza occidentale a partire dagli Stati Uniti ha intenzione di compiere un’azione militare mentre Israele, che dispone sia della determinazione che delle capacità militari, non è sicuro che detenga tutte le informazioni necessarie a consentire di colpire e distruggere gli obiettivi sensibili. Allora è necessario che si ricostruisca una situazione tra USA e Iran come quella che vi era tra le due superpotenze durante la guerra fredda, insomma che una risposta nucleare americana sia per Theran credibile.

In ultimo per chiarirsi le idee sulla natura delle “primavere arabe”, si legga per intero o per lo meno la sintesi del rapporto di Amnesty International sullo stato dei diritti umani in Nord Africa.

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