Col governo Prodi siamo a rischio di regime
13 Giugno 2007
E’ necessario, dopo quanto accaduto nell’aula del Senato mercoledì scorso, riprendere seriamente un punto di critica politica nei confronti di questo devastante governo. Una premessa per poi verificare come, in un quadro politico come quello attuale, non sia possibile utilizzare gli strumenti classici dell’opposizione parlamentare, e come, dunque, sia necessario inventarsi qualcos’altro.
Chi ricopre i ruoli chiave politici del governo? Tommaso Padoa Schioppa all’Economia, meglio noto come il killer della Gdf, per conto terzi, un cassiere della Banca d’Italia, che nessuno ha mai votato; Giuliano Amato agli Interni, uno che, se si presenta alle politiche, non è detto che prenda i voti dei suoi più stretti parenti; infine, last but not least, Romano Prodi, il Boiardo di Stato per antonomasia, senza un partito alle spalle, eppure pretendente al trono di re travicello del Pd. In sostanza, il governo è retto da tecnici senza rappresentatività politica e privi di referenti popolari. Del resto, se rileggiamo il vergognoso intervento di Tommaso Padoa Spocchia, come lo ha giustamente ribattezzato Belpietro, il direttore de Il Giornale, cogliamo, sul piano comunicativo, l’essenza di questa mancanza di referenti popolari e politici: un tecnico che svillaneggia e mette alla berlina un generale come Speciale crede di essere super-partes, giocando sul fatto che, in quel preciso momento, anche Speciale non può appellarsi a nessun referente politico, semplicemente perché il “ministro” non rappresenta nessuno. Un killeraggio “senza frontiere”. Il punto, allora, è: a chi risponde questo governo? Alle banche e alle piazze. Ergo: non è un governo legittimo sul piano della rappresentatività e legittima politiche.
Bene ha fatto il Presidente Cossiga ad invitare il Gen. Speciale a colazione, conferendo, così, almeno sul piano simbolico, una referenza politica ad un alto ufficiale trattato come un bandito e un golpista potenziale dal governo. Tutto si tiene. Cossiga ha ragionato con perfetto tempo politico e usando il perfetto accento della politica. E’ in questo quadro, a dir poco drammatico, che devono essere interpretate le parole di Cossiga: “Dopo le parole insensate e farneticanti del ministro dell’Economia, almeno un ex Capo dello Stato doveva difendere, in questo modo banale, un ufficiale del nostro Esercito, della nostra Repubblica”. “almeno un ex Capo dello Stato”, cioè, almeno io non posso fare a meno di coprire sul piano politico e morale, ma prima ancora politico direi, un generale della Gdf trattato da golpista.
Bene. Questo è un primo momento di legittimazione politica di Speciale. Ma vi è anche un altro tentativo di matrice tutta politica e perciò significativamente legato alla guerra civile in corso, volto a rendere ragione fino in fondo delle farneticanti e sprezzanti parole del ministro tecnico dell’economia. Hanno pensato di far ciò due senatori di FI, Lucio Malan e Giorgio Stracquadanio, i quali, con il dovuto rigore, prima ancora che politico, logico, ma in questo caso le due cose coincidono significativamente, intendono trasmettere il resoconto stenografico del discorso tenuto mercoledì scorso al Senato dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, relativo alla decisione del governo di rimuovere il Comandante generale della Gdf, Roberto Speciale, a due organismi giudiziari competenti: il Procuratore generale militare e il procuratore generale presso la Corte di appello di Roma. Secondo i due senatori azzurri, il ministro con le sue parole ”ha tratteggiato il profilo di un generale fellone, che e’ venuto meno a tutti i suoi doveri di militare e che, quindi, avrebbe violato ripetutamente lo stesso codice penale militare”. ”Se le parole di Padoa Schioppa corrispondono al vero – proseguono i due senatori – il ministro aveva il dovere di denunciare per tempo agli organi competenti il generale Speciale. Se, altrimenti, come noi riteniamo, il ministro ha pronunciato quelle parole per ritorsione nei confronti di un generale che si e’ rifiutato di assoggettarsi a imposizioni illegittime da parte del governo, le parole del ministro rivestono un carattere calunnioso di cui dovrebbe rispondere nelle sedi appropriate”.
I senatori Malan e Stracquadanio concludono sostenendo: “poiche’ a palazzo Madama non e’ stato possibile discutere a fondo delle gravi accuse del ministro e pronunciate solo dopo dieci ore di inutile dibattito, ci vediamo costretti a rivolgerci a una sede giudiziaria, perche’ sia possibile ristabilire la verita’ e mettere fine alle aggressioni violente che questo governo compie nei confronti di chi non si piega ai suoi diktat, come dimostrano il caso Speciale e il caso Petroni”. Fonte: Adnkronos.
Due considerazioni finali. So già che, dalle nostre parti, qualcuno ironizzerà sul modus operandi di Malan e Stracquadanio. Perché anche noi, non sapendo spesso che pesci prendere per fare opposizione a questo Soviet supremo che spacciano per governo democratico (che ha occupato anche i cessi dei ministeri e dei palazzi pubblici), tendiamo ad omologare cioè ad normalizzare la nostra azione politica, con l’unico risultato di renderla banale, inefficace e assai poco credibile agli occhi del nostro grintoso e pugnace elettorato. E’ un errore. Perché far scendere giù “per li rami”, con spirito “loico” e dunque politico, le estreme conseguenze di un gesto ufficiale come quello di Padoa Schioppa equivale a ricollocare le cose al posto giusto, a non vedere il mondo rovesciato, ma a vederlo con gli occhi della logica di primo grado, del principio di non contraddizione. E’, insomma, questo un atto di civiltà e, in questo senso, eminentemente politico.
Secondo rilievo. Malan e Stracquadanio hanno ben chiaro, e la loro iniziativa lo dimostra, un fatto: noi non viviamo in un Paese democratico, ma in un regime sovietico tenuto in piedi, paradossalmente, dalle banche e dalle piazze. Infatti è un uomo delle banche a permettersi di trattar così un generale del calibro di Speciale. Siamo dal 1948, con il picco drammatico del 1992, con il golpe di Tangentopoli, in aperta guerra civile con una parte del Paese che ci vuole morti. Che desidera la nostra fine umana, storica, civile, politica e, come abbiamo visto, morale. Chi non capisce questo dato, perfettamente compreso da Malan e Stracquadanio, avrà forse vita più facile con la sinistra, soprattutto accademica, ma certamente non contribuirà a scalzare dal potere questa banda di leninisti ed affaristi senza scrupoli. Peraltro solo in minima parte rappresentati dal voto popolare, come abbiamo già osservato.
Tutto qua. Schmitt avrebbe presumibilmente definito una situazione-limite, come quella descritta, uno “stato di eccezione”. Padronissimi, naturalmente, di non dare credito a questa ricostruzione storico-politica, che a molti raffinati cultori dell’arte politica apparirà parziale e tendente al populismo. Oddio, meglio populista che “normalizzato”. Sia come sia, continuo a ritenere vera e verificata ad ogni piè sospinto dagli eventi attuali l’affermazione di un grande storico delle istituzioni militari come Virgilio Ilari: “La liquidazione dei partiti fu un gelido e chirurgico atto di guerra”. Siamo ancora alla realtà solo apparentemente sfumata dell’Ombra del 1992. Altri tempi. Oggi chi ha ammazzato i partiti non ha più bisogno della magistratura e dei Ds, basta il governo Prodi come prestanome di interessi bancari e una carrellata di movimenti arlecchineschi nelle retrovie. La tragedia si replica e può essere solo una farsa. Anche se tragica.
P.S.: a proposito, il saggio dal quale ho estratto la citazione si intitola Guerra civile (Ideazione, Roma, 2001, p. 134). Si parva licet componere magnis.
