Col nuovo Trattato, l’UE mette fine all’euroretorica e prova a ripartire

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Col nuovo Trattato, l’UE mette fine all’euroretorica e prova a ripartire

14 Dicembre 2007

A Lisbona, firmato il
Trattato di Riforma, si può dire aperta una pagina nuova per l’Unione Europea?
Al momento è davvero difficile sbilanciarsi. Di certo si può affermare che si
chiude una lunga parentesi istituzionale, apertasi con la dichiarazione di
Laeken del 2001, e ugualmente si archivia un’ancora più lunga congiuntura
storica, avviata nel 1989 con il crollo del comunismo. Al di là delle foto
ricordo e del ritardo di Gordon Brown, giunto tre ore dopo la cerimonia e
costretto (forse volutamente?) ad apporre la sua firma non alla presenza degli
altri colleghi, l’occasione sembra di quelle propizie per riflettere sui
risultati ottenuti, sugli errori compiuti e sulle possibili sfide future.

Il primo insegnamento
proveniente dal recente passato dell’UE riguarda il binomio
allargamento-approfondimento. Sul fatto che l’allargamento ai Paesi
dell’ex-blocco sovietico fosse un traguardo storico imprescindibile per la
costruzione europea, che troppo spesso si dimentica affonda le sue radici nelle
dinamiche di Guerra Fredda, è del tutto ovvio. Il paradosso è consistito nelle
modalità attraverso le quali è stato condotto tale allargamento, cioè senza
predisporre le necessarie e preventive modifiche istituzionali, finalizzate ad
impedire l’inevitabile stallo decisionale. Un’Unione a 27 con le istituzioni
per gestire al massimo una realtà a 12-15 membri. Per altro l’«ansia bulimica»
dell’UE si è anche estrinsecata nella totale assenza di coerenti operazioni di
sensibilizzazione e pedagogia politica sulle tematiche europee nei confronti
dei Paesi di recente ingresso. Non si potr