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Tandem Maroni-Mantovano

Colpo dopo colpo, il Governo sta spezzando le gambe alle mafie

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Nella vita privata come in politica, si chiami coppia o ticket, il duo deve essere ben assortito per funzionare. I troppo simili e i troppo diversi hanno il destino segnato: il progetto di condivisione sfarina o i meccanismi di Palazzo si inceppano. La dimostrazione della validità del teorema, nella politica dell’oggi, è di stanza in Piazza del Viminale 1, centro della Capitale. E’ al Ministero dell’Interno che abita uno dei ticket meglio assemblati che garantisce comunione di intenti e, quindi, concretezza di risultati.

Uno, Roberto Maroni da Varese, avvocato e tastierista, vent’anni fa era nel nucleo dei pionieri che si inventarono il Carroccio; l’altro, Alfredo Mantovano da Lecce, magistrato dal tratto british, ex An, è un cattolico coerente che si batte per dare dignità pubblica a principi che taluni vorrebbero chiusi in un intimismo assai “adulto”.

A Roma il padano e il salentino sono arrivati per scoraggiare gli arrivi dei clandestini ed espellerli senza forse garantire la pace nelle città nettandole da bulli e microboss, ridimensionare la contabilità dei morti in strada per ebbrezza e droga.

Su tutti i fronti i due hanno colto nel segno, ma non sarebbero al Ministero dell’Interno se i loro obiettivi si fermassero a quelli di un vigile diligente di mare, di contrada, di autostrada. Il ticket è nell’Urbe per dare attuazione all’obiettivo tra i primi di ogni governo del Bel Paese; per opporre alla retorica meridionalista, la concretezza del riscatto del Sud attraverso la rimozione del cancro mafioso.

Maroni e Mantovano coabitano al Viminale anzitutto per spezzare le reni alla criminalità organizzata, un obiettivo che non si persegue per inerzia, che non si sceglie di combattere “per forza di cose” se alla base non c’è una precisa volontà politica. Per chiarirsi: chi in passato su questo terreno non ha ottenuto i risultati lusinghieri della coppia non è automaticamente iscritto nella lista dei conniventi. Gli esiti più modesti meno probabilmente saranno ascrivibili a un concentrato di malasorte; più probabilmente alla volontà di indicare priorità alternative nell’azione di governo.

Servono a poco allora banche terrone e fiscalità di vantaggio (pur stimolante) se prima non si è proceduto alla bonifica sostanziale del campo avvelenato; tantomeno servono i filosofi del Mezzodì pronti a costituirsi in partito (sfruttando con acrobatica  impudicizia le miserie meridionali) ogniqualvolta le aspirazioni alla seggiola vengono frustrate.     

Maroni e Mantovano, ergo Berlusconi (peccato che si dimentichi di ricordare il capo come primo decisore politico), l’avevano detto chiaramente: senza libertà dalle mafie non c’è rinascita economica e ricostruzione del tessuto sociale; dunque - questo l’imperativo del ticket - fin dal primo giorno sulle poltrone viminalizie ci si sarebbe impegnati per capire come segare più velocemente le gambe della criminalità. Detto, fatto. Sul tavolo del primo Consiglio dei ministri del Berlusconi quater, maggio dell’anno scorso, finisce un faldone denso di norme decisive per disfare la tela delle cosche. L’impianto del “pacchetto sicurezza” (di cui le norme antimafia sono parte centrale) si regge sulle misure da sempre auspicate da quei magistrati che hanno combattuto i clan lontano dai microfoni, allergici alle correnti e alle suggestioni investigative che spesso rispondono a logiche altre dallo scardinamento, hic et nunc, dei disegni criminali.

Il faldone viene licenziato dal tavolo dei ministri, e dal momento del via libera definitivo delle Camere la legge sulla sicurezza diventa il maglio con cui fare cocci del vaso mafioso. L’aggressione ai patrimoni illeciti, il rafforzamento del regime di carcere duro, lo scioglimento degli enti locali con il perseguimento dell’apparato burocratico, l’accesso dei prefetti sui cantieri per prevenire le infilitrazioni mafiose, l’interdizione temporanea dagli appalti pubblici per gli imprenditori che non abbiano denunciato gli aguzzini sono misure che, diversamente dall’arresto finalizzato a rendere inoffensivo il singolo ma incapace di tagliare il carburante al progetto complessivo, polverizzano un’intera filiera mafiosa.           

Le percentuali che campeggiano sulla lavagna del Viminale danno il senso della sofferenza dei clan. Nei primi diciassette mesi del Governo Berlusconi rispetto a quanto fatto da Prodi si registra un incremento del 91% dei latitanti arrestati (complessivamente 270), che raggiunge il 119% (35) relativamente alla cattura di ricercati inseriti nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi, e il 62% (13) tra i boss nel “gotha” dei trenta meno raccomandabili.

Gli ultimi della serie a finire in ceppi, nel consuntivo da aggiornare al minuto, sono i fratelli camorristi Salvatore e Pasquale Russo, volti da ricordare nelle liste dei trenta e dei dieci criminali più feroci.    

Altro fronte che induce a brindare, le cifre relative al valore complessivo dei beni sequestrati e confiscati. I due primati si attestano rispettivamente a 5.372 milioni di euro (+52% rispetto ai diciassette mesi precedenti) e - record da incorniciare – a 1.512 milioni di euro (+ 304%) una parte dei quali, i 676,7 milioni immeditamente monetizzabili, confluiti nel Fondo Unico di Giustizia, il pozzo che “lava” i denari delle mafie alimentando la lotta dello Stato, in termini di risorse a beneficio delle forze dell’ordine, contro le mafie stesse (quando si dice che ogni guerra ha bisogno dei suoi simboli).

Ma non ha solo il volto delle manette e della carta moneta la lotta contro la criminalità organizzata; appartamenti, ville, terreni confiscati ora sono cantine vinicole, frutteti, presidi di polizia, scuole di musica, ludoteche dove giocano quei bambini che non meritano di essere marchiati a vita col timbro dei figli di mafia.

Stride allora, quanta amarezza, il profilo presunto del governo tracciato da chi ciancia di veline e moralismi (a corrente alternata), con il profilo autentico di un esecutivo che – per fronteggiare la caterva di nemici armati di penna e di toga -  non può permettersi di non sapere comunicare. Il principe dei comunicatori lo deve al ticket meglio assortito dell’Urbe.

 

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2 COMMENTS

  1. una cosa e’ certa
    la cosa piu’certa che esista e’che la mafia non ha la morale condotta di famiglia o di mafia Italiana,da come da sempre ci e’stato fatto credere.In particolare hanno adosso una sconsapevolezza pazzesca che li ha condotti a credere alla propria ragione come se nulla esista al di fuori di loro stessi.

  2. mi ricorda una vecchia storia… quella del Prefetto di Ferro
    Il Prefetto di Ferro, ovvero chi ha tentato davvero di fronteggiare la Mafia in Sicilia, fu destituito e pensionato da Mussolini quando riuscì a trovare l’anello di congiunzione della mafia con la politica… addirittura arrivando a far sciogliere il Fascio palermitano.

    Io vedo parecchie analogie, la differenza è che il Prefetto di Ferro questa volta è direttamente lo stato, non una persona super-partes, quindi non si arriverà mai al famoso anello di congiunzione.
    Personalmente penso, ma qui mi è facile scadere nel qualunquismo, che tutti i “papelli” che leggiamo sui giornali altro non sono che modi per evolvere il rapporto dello stato con la Mafia, fermo restando che esso c’è… e rimane!

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