Come cadono i governi in Italia
25 Gennaio 2008
Il 9 ottobre 1998 il governo
Prodi I cadde su un voto di fiducia, dopo che Rifondazione Comunista aveva
annunciato la sua contrarietà alla finanziaria. Il partito di Bertinotti non
stava in realtà nella coalizione dell’Ulivo, con cui alle elezioni aveva fatto
il semplice accordo detto della “desistenza”. E già il 9 aprile 1997 il suo
appoggio esterno era venuto meno sul finanziamento della Missione Alba in
Albania. Quella volta, però, la falla era stata tappata grazie all’apporto del
centro-destra. A un anno e mezzo di distanza, il miracolo non si ripetè.
Rifondazione arrivò a spaccarsi, con la foriuscita del gruppo filo-Prodi di
Cossutta e Diliberto e la nascita del Partito dei Comunisti Italiani. Ma al
dunque i voti furono 313 no contro 312 sì. Seguì il D’Alema I, che imbarcò i
transfughi del centro-destra guidati da Cossiga. Cioè, quella stessa compagine
di cui è oggi erede l’Udeur di Mastella, la cui rottura con la maggioranza ha
finito per creare lo stesso scenario anche al Prodi II: 161 voti contro e 156 a favore al Senato.
Ed è un record. In 62 anni di
Repubblica Italiana, infatti, il solo Romano Prodi tra tutti i Presidenti del
Consiglio è caduto per una crisi parlamentare. Tutte e due le volte. E in 147
anni di storia unitaria, ci sono solo altri due esempi di voti di sfiducia. Uno
è quello con cui destra e sinistra si unirono il 3 luglio 1879 contro il
governo Depretis III, obbligandolo alle dimissioni con 251 voti contro 159. Di
fronte al tentativo del Senato (allora non elettivo) di emendare una legge a
contenuto finanziario votata dalla Camera il presidente del Consiglio aveva
raccomandato ai deputati di accettare la modifica, pur condannando il
principio: per conciliare le parti, e invece facendo arrabbiare tutti. L’altro voto
fu il 6 febbraio 1891 quello che affondò il governo Crispi II con 186 voti
contro 123, su una discussione a proposito di fisco e spese militari degenerata
in insulti personali. E poi ci sarebbe anche la “sfiducia” sui generis votata
dal Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio del 1943 a Mussolini…
È stato più comune il caso in cui
un governo si è presentato alle camere senza maggioranza ed è stato così
bocciato subito: non “perdendo” dunque la fiducia, ma non ottenendola proprio.
Accadde al governo Fortis II nel 1906, al De Gasperi VIII nel 1953, al Fanfani
I nel 1954, all’Andreotti I nel 1972, all’Andreotti V nel 1979 e al Fanfani VI
nel 1987. In
questi ultimi tre casi la cosa fu fatta apposta per poter arrivare alle
elezioni anticipate, e col Fanfani VI l’imitazione dell’istituto della sfiducia
costruttiva tedesca arrivò a un punto tale che i parlamentari Dc votarono in
massa contro un monocolore del loro stesso partito. Per cui invece votavano a
favore “a dispetto” Psi, Psdi, Pli e Democrazia Proletaria, per evitare che la
consultazione anticipata facesse slittare i referendum su giustizia e nucleare:
ma le dichiarazioni di Dp furono invalidate, perché per “salvare l’anima”
avevano borbottato una formula tipo “sì al referendum”, invece che sì e basta.
Nella Repubblica la “morte”
naturale di un governo sarebbe al momento della scadenza elettorale. È avvenuto
col De Gasperi IV del 1948, col De Gasperi VII del 1953, col governo Zoli del
1958, col Fanfani IV del 1963, col Moro III del 1968, con l’Andreotti VII del
1982, con l’Amato II del 2001 e con il Berlusconi III del 2006. Nel Regno
questo obbligo invece non c’era, ma il presidente del Consiglio “sopravvissuto”
gettava comunque la spugna se il risultato non gli era favorevole. Accadde al
Ricasoli II del 1867, al Pelloux II del 1900 e al Giolitti V del 1921. Il
Rudinì V del 1898 finì invece perché re Umberto I non accettò la richiesta del
Presidente del Consiglio di indire elezioni anticipate e lo stesso accadde al Sonnino
II nel 1910. Ma a proposito di elezioni anticipate, la loro imposizione da
parte del Psi fu invece la ragione della fine del Fanfani V nel 1983. Mentre a
proposito di re, Vittorio Emanuele II impose le dimissioni sia al Ricasoli I
del 1862 che al Minghetti I del 1864: il primo si era reso sgradito con
l’offrire un’amnistia al leader repubblicano Mazzini, il secondo con l’aver
trasferito la capitale da Torino a Firenze. Tornando alle elezioni, quelle non politiche
non dovrebbero in teoria avere alcun effetto. Ma di fatto sia il D’Alema 2 nel
2000 che il Berlusconi 2 nel 2005 furono uccisi dalla sconfitta alle regionali:
con la differenza che nel primo caso subentrò Amato, mentre nel secondo seguì
un rimpasto. Il Menabrea III finì poi nel 1869 quando fu bocciato il candidato
governativo alla presidenza della Camera, mentre Scelba nel 1955 si dimise
quando presidente della Repubblica divenne Gronchi invece di Merzagora.
Capita anche che un Presidente
del Consiglio muoia in carica: avvenne al primo di tutti, e primo della Destra,
Camillo Benso di Cavour nel 1861; avvenne al primo della Sinistra Agostino
Depretis nel 1887, ma al suo IX governo. Farini nel 1863 invece impazzì, e fu
rimosso quando cercò di costringere il re a dichiarare guerra alla Russia
puntandogli alla gola un coltello. Zanardelli si dimise per ragioni di salute
nel 1903, due mesi prima della morte. E anche il successivo Giolitti II nel
1905 fu ufficialmente interrotto da un esaurimento nervoso. Va però detto che
Zanardelli si era in realtà impantanato sul tentativo di introdurre il
divorzio, mentre Giolitti si prese quella scusa per evitare una sicura sconfitta
su un disegno di nazionalizzazione delle ferrovie. Due temi entrambi
incandescenti. Sullo stesso problema ferroviario era già caduto il Minghetti II
nel 1876 e si sarebbero poi bruciati il Fortis I nel 1905, anche se il pretesto
fu un Trattato Commerciale con la Spagna, e il Sonnino II nel 1910 (prima di
chiedere invano al re un voto anticipato, come già ricordato). Mentre i temi
della laicità hanno azzoppato ben sette governi, oltre al Zanardelli: il
Giolitti IV nel 1914, dopo il ritiro dei radicali dalla maggioranza in seguito
alla rivelazione del Patto Gentiloni tra lo stesso Giolitti e i cattolici; il
Bonomi I nel 1922, per il passaggio all’opposizione dei Democratici in seguito
all’”eccessiva arrendevolezza alla Chiesa”; il Moro I nel 1964, per dissensi
tra Dc e alleati laici sui finanziamenti pubblici alla scuola provata; il Moro
II nel 1966, per l’istituzione della scuola materna statale; il Rumor II nel 1970, in seguito alla
Legge sul Divorzio Fortuna-Baslini; il governo Colombo nel 1972, per il referendum
sulla stessa legge del divorzio (anche se c’era stata prima l’uscita dal
governo del Pri e si sarebbe aggiunta poi la rottura tra Dc e Psi sull’elezione
a presidente di Leone contro Nenni dopo un lungo scontro tra Fanfani e De
Martino); il Moro V nel 1976, per la fine dell’astensione del Psi in seguito
allo stallo sulla proposta di legge per l’aborto.
Tutto sommato, gli scandali hanno
pesato di meno: le intercettazioni telegrafiche nel 1877 per il Depretis I; la
Banca Romana nel 1893 per il Giolitti I; le tangenti alle società petrolifere
nel 1974 per il Rumor IV; la P2 nel 1981 per Forlani; Tangentopoli nel 1993 per
l’Amato I. Qualche governo fu invece cacciato dalla piazza: il Menabrea II nel
1869 dalla rivolta contro la tassa sul macinato; il Rudinì IV nel 1898 dai moti
di Milano; il Facta II nel 1922 dalla Marcia su Roma; il governo Tambroni nel
1960 dall’insurrezione delle sinistre contro l’appoggio esterno del Msi e il
Congresso dello stesso partito a Genova; il Rumor III nel 1970 per uno sciopero
generale. Il governo Saracco nel 1901, il Sonnino I nel 1906 e il Facta I nel
1922 furono invece accusati di debolezza: rispettivamente verso lo sciopero di
Genova, quello di Torino (più altri moti in Puglia) e le squadracce fasciste.
Il Pelloux I del 1899 vide l’ostruzionismo dell’opposizione bloccare le proprie
misure sull’ordine pubblico mentre Benedetto Cairoli al suo primo governo nel
1878 fu prima ringraziato dal re per avergli fatto da scudo durante l’attentato
dell’anarchico Passanante, prendendosi la coltellata a lui destinata; e poi messo
in minoranza alla Camera, come responsabile politico della scarsa sorveglianza.
In campo militare e
internazionale il governo Rattazzi I finì nel 1862 in seguito alle
fucilate di Aspromonte contro Garibaldi; il Rattazzi II nel 1867 per la
sconfitta di Garibaldi a Mentana; il Menabrea I nel 1868 per un ordine del
giorno sulla Questione Romana; il Cairoli III nel 1881 per l’occupazione
francese della Tunisia; il Crispi III
nel 1896 per la sconfitta di Adua; il Salandra II nel 1916 in seguito alla
Spedizione Punitiva austriaca sugli Altipiani di Asiago; il Boselli nel 1917
per la sconfitta di Caporetto; il governo Orlando nel 1919 dopo lo scontro col
presidente americano Wilson alla Conferenza di Pace di Versailles.
Una categoria molto particolare è
quella dei governi a tempo. Il generale La Marmora, cui Vittorio Emanuele II
aveva ordinato di fare il Presidente del Consiglio dopo la cacciata di
Minghetti, provò nel 1865 a
dimettersi una prima volta per tornare a fare il comandante dell’esercito, ma
non ci riuscì. Dovette aspettare lo scoppio nel 1866 della Terza Guerra
d’Indipendenza per poter infine abbandonare la politica. Tommaso Tittoni tenne
poi nel 1905 un interim di 15 giorni tra il Giolitti II e il Fortis I. Il
Badoglio II durò fino alla Liberazione di Roma nel 1944. Il Bonomi III fino
alla Liberazione di tutta l’Italia nel 1945. Il Leone I del 1963 e il Leone II
del 1968 furono entrambi monocolori Dc in attesa che i congressi prima del Psi
e poi del nuovo Partito Socialista Unificato decidessero di entrare al governo.
Ciampi nel 1994 e Dini nel 1996 si dimisero anch’essi dopo un interim per
gestire alcuni problemi d’urgenza e arrivare a elezioni anticipate.
Ci sono poi i rimpasti, per
cambiare qualche nome e/o aggiustare la maggioranza. Lo fecero il Cairoli II
nel 1879, il Depretis IV nel 1883, il Depetis V nel 1884, il Depretis VI nel
1886, il Crispi I nel 1889, il Rudinì II nel 1896: negli anni del Trasformismo.
Il Salandra I nel 1914, con la scusa della morte del ministro degli Esteri Di
San Giuliano: per preparare l’entrata in guerra, sostituendo ai neutralisti
giolittiani gli interventisti sonniani. Il Nitti I nel 1920: per allargare la
maggioranza ai giolittiani. Il Badoglio I nel 1944: per far entrare al governo
i rappresentanti dei partiti antifascisti. L’Andreotti III nel 1978: per
permettere al Pci di passare dalla “non sfiducia” dell’astensone all’appoggio
diretto esterno. Il Cossiga I nel 1980: dopo la vittoria del cosidetto
“Preambolo” nella Dc contro la segreteria Zaccagnini e il prevalere di Craxi
nel Psi contro Lombardi, col relativo ritorno a una collaborazione diretta tra
Dc e Psi. L’Andreotti VI nel 1989: per recuperare i ministri della sinistra Dc che
si erano dimessi sulla Legge Mammì. Il D’Alema I del 1999: per far entrare al
governo i neo-costituiti Democratici dell’Asinello.
Rivolgimenti interni al partito
di maggioranza fecero finire sia il governo Pella nel 1954, sgradito alla sinistra
Dc; sia il Fanfani III nel 1962, quando la stessa sinistra Dc decise l’apertura
ai socialisti. Su una riforma elettorale cadde il governo Luzzatti nel 1911. Ma
più spesso un presidente del Consiglio in Italia ha perso la maggioranza su
questioni finanziarie: lo stanziamento per l’Arsenale di Taranto il governo
Lanza nel 1873; una tassa sulle granaglie il Depretis II nel 1878; tagli alle
spese militari il Rudinì I nel 1892; un passaggio da un programma economico di
sinistra a uno di destra il Rudinì III nel 1897; una storia di sovvenzioni alla
marina mercantile intrecciata a un tentativo di riforma fiscale in senso
progressivo il Giolitti III nel 1909. Nel 1959 contro il Fanfani II si misero
tutte assieme una sconfitta su una tassa
del gas liquido per auto e una soprattassa per la benzina; un’altra su una liberalizzazione
dei mercati all’ingrosso; e poi uno scontro tra Presidente del Consiglio e ministro
dei Lavori Pubblici sull’introduzione del Codice della Strada. Il Cossiga II
nel 1980 ottenne la fiducia a voto palese per poi vedere subito bocciare il
proprio pacchetto economico a voto segreto; allo Spadolini I nel 1982 fu
bocciato tutto il Bilancio; a Goria nel 1988 fu pure bocciato il Bilancio, e comunque poi De Mita gli chiese
subito di cedergli il posto.
Ma la ragione più comune di crisi
dei governi italiana è stata per dissensi di coalizione. A partire dal Nitti II
nel 1920: per l’uscita dalla maggioranza di popolari e socialisti, contrari a
un aumento del prezzo del pane. Il Bonomi II nel 1944 cadde per l’uscita di
socialisti e Partito d’Azione, che volevano una svolta a sinistra. E il De
Gasperi III nel 1947 finì per la rottura della Dc con Pci e Psi nel nuovo clima
della guerra fredda. Prima però il De Gasperi II, pure nel 1947, era finito per
la scissione tra socialisti e socialdemocratici: uno scenario che si sarebbe
ripetuto identico nel 1969 col Rumor I, dopo la provvisoria riunificazione del
1966. Un altra riunificazione tra il Psdi e un gruppo fuoriuscito dal Psi
avrebbe pure provocato la fine del De Gasperi VI nel 1951. E l’uscita dal Psdi
avrebbe pure innescato la crisi del Segni I nel 1957 e del Rumor V nel 1974: la
prima volta da sinistra, sui patti agrari; la seconda da destra, contro
l’apertura del Psi ai comunisti.
Quattro le crisi innescate dal
Pli: nel 1945 col governo Parri, su ordine pubblico e epurazione; nel 1946 col
De Gasperi I, per le polemiche sui presunti brogli al referendum istituzionale;
nel 1950 col De Gasperi V, contro la riforma agraria; nel 1960 col Segni II,
contro l’apertura a sinistra. Due le crisi innescate dal Pri: nel 1973 con
l’Andreotti II, contro la tv a colori; nel 1989 con De Mita; dopo il cambio
della segreteria da Spadolini a Giorgio La Malfa. Due le crisi targate Psi:
l’articolo di De Martino sull’Avanti! che
provocò la caduta del Moro IV nel 1976; l’attacco alla proposta di De Mita di
un patto di legislatura che affondò lo Spadolini II nel 1982. L’Andreotti IV
nel 1979 finì quando la Dc rifiutò l’ingresso del Pci direttamente nel governo.
La richiesta della “staffetta” alla testa del governo da parte di De Mita fece
poi cadere il Craxi I nel 1986; il suo rifiuto da parte dello stesso leader
socialista in un’intervista Tv fu fatale al Craxi II nel 1987; e il “ribaltone”
di Bossi fece cadere il Berlusconi I nel 1994.
