Come cambiano le città quando ad amministrarle è la sinistra

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Gli ultimi innegabili successi del centro destra nelle recenti elezioni amministrative, e in modo particolare di Forza Italia, hanno contribuito a sfatare uno dei tanti miti della sinistra che, oltre al monopolio della cultura e del bon ton della politica, sembrava avere la prerogativa della buona amministrazione delle città e, quindi, di essere in grado di schierare politici locali ben rodati e capaci. Così non è stato.

Ma ogni successo porta con sé un’ulteriore sfida che forse in pochi hanno messo al centro della riflessione. Per una città, una politica di centro destra dove e in che cosa deve essere diversa da una di sinistra? Che cosa significa amministrare una città secondo una prospettiva altra?

Certo, se i servizi essenziali non funzionano, si veda il caso della immondizia di Napoli, buona amministrazione significa, ed è già molto, far funzionare quelle attività minime perché si dia una convivenza civile. E’ anche abbastanza facile rispondere, per lo meno in teoria, anche nei casi dove ci sono ampi settori di popolazione non rappresentati politicamente. Ma in città che funzionano mediamente benino, relativamente statiche da un punto di vista di dinamiche sociali, dove sta la scommessa? Anche sperando in un effetto trascinamento da parte di fenomeni nazionali, bisogna riuscire a dare una risposta generale. Perché in questi casi si tratta di applicare gli argomenti classici liberali a situazioni concrete, ma in Italia non c’è mai stata una tradizione liberale di massa e popolare. Fatte salve rare eccezioni, talmente marginali da non essere riuscite a segnare nessuna esperienza di governo,  all’interno delle tre grandi tradizioni democratiche la tradizione culturale, anche dei partiti più fortemente anticomunisti, è sempre stata a favore dell’ intervento dello stato in tutti i settori, compresa la scuola, vera cartina di tornasole dell’avverarsi del socialismo reale.

Anche il coraggioso tentativo  craxiano di modernizzare il paese e il sistema politico non ha saputo resistere all’abuso della leva del debito pubblico e non solo per finanziare innovazione e impresa.

Nonostante queste difficoltà non facili, qualcosa comunque può essere detto a partire dalla capacità di tradurre, applicare alcuni principi fondamentali. Il primo è quello di legalità-responsabilità. Quello a cui oggi siamo costretti ad assistere è una parodia di cosa dovrebbe essere l’applicazione della legge; le città amministrate dalla sinistra sono un misto di lassismo nei confronti del degrado urbanistico, della microminalità e  disprezzo per le esigenze dei cittadini più deboli, lasciati soli davanti a problemi di ordine pubblico inteso in senso lato.

Quando poi la misura è colma, le attuali amministrazioni di sinistra che hanno tollerato quello sfascio, reagiscono proponendo soluzioni tampone, passando così da una emergenza all’altra. Lo stesso può essere detto per le politiche dell’accoglienza che gravano, tra un discorso demagogico e l’altro, tutte sulle spalle del volontariato, per lo più cattolico, senza nessun controllo reale e continuo né sulle tipologie di immigrazione né sul fabbisogno dell’economia locale.  Ma applicare il principio di legalità vuol dire anche aggredire tutte quelle piccole omertà che rendono possibile un illegalità di massa: per questo non è possibile che ci sia legalità senza assunzione di responsabilità da parte di tutti, senza sognarsi una presunta “società civile”, corpo sano da contrapporre ad una politica malata. Perché una società più ordinata vuol dire anche cominciare dai minimi fatti come controllare i limiti di velocità, combattere il rumore insopportabile che di notte tiene svegli tutto il centro, controllare gli esercizi pubblici. 

L’altro punto centrale è la capacità di portare nell’esperienza locale il principio della destatalizzazione. Perché una città come Firenze deve avere un numero di impiegati comunali (circa 5000, per non parlare delle ex municipalizzate) più che doppio di una città tedesca (cioè di un paese non certo campione in termini di liberalizzazioni) della stessa grandezza? Certo non è solo un male delle amministrazioni locali, basti pensare al fatto che l’Italia ha il più alto numero di poliziotti d’Europa!

E poi si potrebbe citare il caso dell’assistenza sociale dove invece di un integrazione tra servizi pubblici e non profit (e non solo volontariato), invece di privilegiare accordi con strutture onlus accreditate si è scelta la strada opportunistica, fonte di ogni collateralismo politico, di creare un calderone offrendo delle prebende e andando a creare un’altra volta una struttura ad hoc, come le società della salute, che si sovrappone sia al servizio sanitario regionale che ai servizi sociali comunali. Anche qui, ci viene in aiuto il principio di sussidarietà per altro introdotto nella Costituzione.

Un ultimo punto si potrebbe dedicare alla lotta a tutte le rendite di posizione improprie, da quelle più vistose – si pensi alle licenze dei taxi – a quelle nascoste, tipo le licenze ai locali dell’Estate fiorentina.

Lo sappiamo. In politica c’è una differenza enorme tra l’enunciazione di principi astratti, stelle polari che devono guidare l’azione, e applicazione di essi alla realtà, con la necessità continua e pragmatica di una mediazione concreta. Anche qui, la soluzione potrebbe essere solo in alcuni casi, come la delinquenza, dell’applicazione della “tolleranza zero”, ma in tutti gli altri sarebbe anche necessario una strategia laterale per aggirare l’ostacolo proponendo logiche e soluzioni alternative che indichino la strada. Ad esempio, mettere all’asta in modo reale le aree comunali migliori per l’Estate Fiorentina compresi i costi di ordine pubblico; studiare forme di trasporto pubblico alternativo al taxi, eccetera.

Un ultimo punto è rappresentato dalla capacità di impadronirsi della tradizione, di costruire una nuova identità appropriandosi del passato. Per Firenze, ad esempio, sarebbe bello e nobile ricostruire il suo ruolo di città internazionale capace di promuovere il dialogo tra i popoli proponendo una sorta di “biennale del dissenso” nei paese medio orientali, e non solo, che sapesse riallacciarsi ai lapiriani dialoghi mediterranei. Altro che assessorato alla pace!

Il nome del candidato è certo importante, il trend nazionale lo stesso, ma senza principi e idee condivise la strada sarà sempre più difficile e contingente ed è invece qui che dovremmo concentrare tutte le nostre forze e intelligenze politiche, non dimenticandoci mai che la sinistra ha ormai lasciato lo spazio della realtà per dedicarsi a follie ideologiche e logiche di potere che ormai poco hanno a che fare con la vita di tutti i giorni.

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