Home News Come il Papa si è liberato della teoria della liberazione

Come il Papa si è liberato della teoria della liberazione

0
2

Che ne è della teologia della liberazione nel discorso del Papa ai vescovi brasiliani? Benedetto XVI ha inaugurato la V Assemblea dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (Brasile) il 14 maggio scorso con un discorso molto breve, se paragonato a quelli di Giovanni Paolo II a Puebla e a Santo Domingo, ossia alle due precedenti edizioni dell’evento. Ebbene, in questo discorso breve, non c’è nessun accenno alla teologia della liberazione, la quale viene dribblata senza citarla. Dribblata nel senso che il papa le ha tolto la terra sotto i piedi, l’ha confutata indirettamente, sostenendo il contrario di quanto essa sosteneva.

Come si sa il problema è soprattutto di metodo teologico. La teologia della liberazione sosteneva che il punto di partenza teologico non dovesse essere più il Cristo annunciato dalla Chiesa, ma la situazione di povertà e sfruttamento dei popoli latinoamericani. Gustavo Gutierrez, padre della teologia della liberazione, considerava la teologia della Chiesa troppo deduttiva e il Cristo che essa proponeva ai latinoamericani frutto di colonialismo culturale. I colonizzatori europei continuavano a colonizzare la teologia latinoamericana imponendo le loro categorie aprioristiche e facendo calare il Vangelo da Roma piuttosto che farlo nascere dalla vita dei latinoamericani. La teologia, per questi motivi – come diceva Hugo Assmann, per fare solo un esempio – era oppressiva e il Cristo presentato era ideologico.

I teologi della liberazione proponevano, invece, di partire “dalla situazione” dell’America Latina e da lì interrogare il Vangelo: interpretato a partire dalla povertà degli oppressi, il Cristo si sarebbe trasformato da “docile cagnolino da salotto”, ossia da orpello del potere esistente di fatto, in elemento di liberazione. Per leggere la situazione, però, quei teologi proponevano di adoperare lo strumento “scientifico del marxismo”. L’interpretazione del Vangelo, quindi, veniva filtrata attraverso le categorie marxiste.

Parlando ai vescovi latinoamericani il 14 maggio scorso, Benedetto XVI non ha fatto riferimento a tutto questo. Si è limitato a dire che il “luogo teologico”, il punto di vista che la Chiesa propone è Cristo tramandato dalla fede apostolica. Non, quindi, gli oppressi del sub-continente, non i poveri, non l’azione sociale e politica (la famosa prassi di liberazione) per la rivoluzione, non la vita delle comunità di base, non la tradizione popolare e nemmeno la cultura indigena, ma Cristo quale è insegnato dalla Chiesa.

Il punto della cultura indigena è molto importante. La teologia della liberazione insisteva molto sul fatto che le culture indigene fossero state oppresse dai conquistatori occidentali e dal cristianesimo che essi avevano portato e, quindi, dovevano essere un punto di vista privilegiato per giudicare lo stesso cristianesimo. Non solo gli oppressi ma anche le culture degli oppressi – in questo caso gli indigeni – erano quindi un “luogo teologico”. Il papa ha invece detto che l’incontro con il cristianesimo è stato provvidenziale per le culture indigene precolombiane e che un ritorno ad esse sarebbe un drammatico regresso.

Proponendo come luogo teologico Cristo quale è insegnato dalla Chiesa, Benedetto XVI ha detto poi un’altra cosa che contrasta con la teologia della liberazione in modo evidente. Ha detto che se si vuole produrre qualcosa di positivo sul piano politico e sociale, per la giustizia e la pace, bisogna partire non dal fare ma dal credere, dalla dottrina e non dalla prassi, dalla catechesi e dai sacramenti e non dalle “lotte per la giustizia”. Il criterio dell’ortoprassi, tanto caro ai teologi della liberazione, viene così decisamente eliminato.

Di recente, il tema del “luogo teologico” era venuto a galla a proposito della Notifica di condanna di alcune opere del teologo brasiliano Jon Sobrino da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. La Congregazione ha chiarito che i poveri, in quanto dato sociologico, non sono un punto di vista teologico sul cristianesimo. I teologi latinoamericani dicono di aver dato alla Chiesa universale il principio-criterio della “scelta preferenziale per i poveri”. Questo però non è da intendere in senso sociologico, ossia la povertà in quanto tale non salva. E’ Cristo-povero che salva. Lo ha scritto Benedetto XVI nel suo recente libro “Gesù di Nazareth”: «La povertà puramente materiale non salva, anche se di certo gli svantaggiati di questo mondo possono contare in modo molto particolare sulla bontà divina. Ma il cuore delle persone che non posseggono niente può essere indurito, avvelenato, malvagio – colmo all’interno di avidità di possesso, dimentico di Dio e bramoso solo dei beni materiali».

Precisando ad Aparecida in cosa consista il “luogo teologico” per il cristiano – ossia Cristo come è annunciato dalla Chiesa – Benedetto XVI ha tolto la terra sotto i piedi, come dicevamo, alla teologia della liberazione. Ha anche implicitamente suggerito che essa è stata responsabile dell’attuale secolarismo in America latina e della influenza che le sette religiose stanno avendo sul popolo latinoamericano. Demitizzando la dottrina cristiana essa l’ha indebolita ed ha reso i cristiani più vulnerabili alle nuove minacce.

 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here