Come la Commissione europea ha congelato Maastricht
27 Novembre 2008
A crisi eccezionali corrispondono per forza di cosa misure eccezionali, questo in estrema sintesi il punto di vista del Presidente della Commissione europea Barroso. Dunque dopo la “cassetta degli attrezzi” per salvare il sistema bancario europeo ecco giungere l’approccio comune per il rilancio economico del Vecchio Continente.
Il “grande piano europeo” (le virgolette sono quanto mai obbligatorie visto che in realtà di europeo ci sono solo 30 miliardi, provenienti dalla Banca europea per gli investimenti) prevede una serie di indicazioni nella direzione del finanziamento all’investimento e ai piani infrastrutturali, il sostegno alle piccole e medie imprese e il sostegno alle famiglie. Corollario di tutto ciò un’affermazione per certi aspetti rivoluzionaria: responsabilità di bilancio e obiettivo di stabilità si tramutano in finalità da perseguire solo a medio termine. Quindi Maastricht è, al momento, destinato al congelatore.
C’è qualcosa di indubbiamente paradossale in quello che sta accadendo a Bruxelles in questa delicata fase di crisi economico-finanziaria. Fino a qualche settimana fa chi voleva fare sfoggio di euro-scetticismo si dilungava nel sottolineare quando la costruzione europea fosse in realtà solo una serie di avanzamenti economici privi di qualsiasi prospettiva e significato politici. Di fronte allo choc attuale si scopre che l’Europa in realtà non è nemmeno economia e, addirittura, se la presidenza di turno spetta ad un leader pragmatico e volontarista come si è mostrato Sarkozy, la politica può superare l’economia (vedi guerra russo-georgiana e G20 di Washington).
Con il suo piano di ieri l’Unione europea ha mostrato al mondo intero tutti i suoi limiti proprio in materia economica. Non può operare abbassamenti di tasse coordinati tra i 27 (la prerogativa è assolutamente nazionale), non può distribuire sovvenzioni alle imprese (non ne possiede i mezzi materiali) e non può nemmeno stanziare un vero programma di grandi lavori pubblici su scala continentale. Insomma il suo unico compito è e sarà quello di sollecitare i 27 ad armonizzare i propri interventi.
A questo punto uno dei numerosi effetti che l’attuale crisi sta avendo è anche quello di sviluppare una sorta di effetto “disvelamento”. Passato lo tsunami economico-finanziario difficilmente si potrà guardare l’Unione europea rimanendo celati dietro al “velo di ignoranza” del quale parla John Rawls. La realtà è alquanto spietata: l’orologio europeo è fermo al 1993 e al “Libro bianco sulla crescita, il lavoro e la competitività” di Jacques Delors. L’attuale “piano Barroso” è un notevole passo indietro di fronte ad una situazione ben più grave di quella di quindici anni fa.
L’effetto “disvelamento” di tale crisi consiste nel rendere evidente la cronica incompletezza del percorso di integrazione economica, fermo al “primo tempo” della creazione del mercato unico. Il “secondo tempo”, quello di una reale politica economica europea, non è mai arrivato. Non si vuole in questa sede entrare nel merito né del valore né dell’opportunità di un traguardo di questo genere, quelli che si cercano di sottolineare sono i limiti dell’odierna situazione. Limiti peraltro già evidenti di fronte al paradosso di quindici Stati con una stessa moneta e una medesima politica monetaria ma con 15 politiche economiche differenti.
Se letto alla luce di questa situazione anche il braccio di ferro in atto almeno da due mesi tra Sarkozy e Merkel può forse sembrare un po’ meno oscuro. Da un lato il Presidente francese vuole cogliere l’occasione per attuare il “secondo tempo” dell’integrazione economica, ma lo vuole fare con un approccio franco-centrico, dunque fondandolo sui criteri dello statalismo, del colbertismo e dei salvataggi pubblici (con un occhio più che interessato ad una situazione economica interna al suo Paese tra le peggiori d’Europa, sia in materia disoccupazione che di conti pubblici).
Dall’altro lato si trova Merkel, la quale frena perché in estrema sintesi teme che con l’acqua sporca si finisca per gettare via anche il bambino. E cioè fuor di metafora il cancelliere teme che nella ricerca di una chimerica politica economica europea si finiscano per smarrire i frutti migliori dell’integrazione, così come pensata all’origine dai Padri fondatori, cioè il liberalismo economico, l’equità e la concorrenza.
L’Italia può ritagliarsi un ruolo fondamentale all’interno di questo scontro tra titani? Roma avrà la forza e la volontà politica di porsi come punto di mediazione tra Parigi e Berlino? Soprattutto sarà in grado di predicare la calma e la riflessione? È infatti vero che la congiuntura è di quelle che impongono tempestività e misure eccezionali. Ma cosa succederebbe se, tra due o tre anni, smaltito il picco dell’attuale crisi, l’Europa si risvegliasse in preda ai peggiori impulsi dirigistici e protezionistici? Che l’Europa emerga più forte da questa crisi non è certo. Che il quadro all’interno del quale è destinata ad operare si faccia più nitido diventa però ogni giorno più evidente.
