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Università - Fondazioni: si parte

Con la mega-manovra Tremonti apre la strada a un nuovo mondo universitario

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Un tassello fondamentale della manovra triennale è l’intervento sulle università, attraverso il quale si concede a queste ultime la facoltà di trasformarsi in fondazioni 

Nei giorni scorsi è stato lo stesso Giulio Tremonti a ribadirne la rilevanza ai vari intervistatori – vedi l’intervista al Foglio della scorsa settimana. Perché tanta enfasi? Per capire e apprezzare la portata di questa mossa, è necessaria una premessa iniziale. 

Alla base dell’investimento in educazione e ricerca c’è infatti un (ottimistico) assioma: più si investe sulla dotazione cognitiva di un individuo e meno questi avrà bisogno nel futuro di tutele assistenziali dirette ed indirette. Questa relazione inversa può essere ulteriormente precisata: se investo in capitale umano, dopo un certo tempo otterrò (i) incremento della produttività, (ii) crescita non inflazionistica e (iii) maggiore occupazione. 

Il triplice incremento sarà maggiore o minore in base alla forma del mercato: se liberalizzato, più che proporzionale, se chiuso e statalizzato, meno che proporzionale. Così stando le cose, è evidente che politica educativa, welfare e mercato sono strettamente connessi tra loro. 

Di qui la domanda cardinale: l’attuale impianto universitario di casa nostra è adeguato per munire gli i giovani di un autentico patrimonio cognitivo? La risposta che il nuovo governo offre a questo interrogativo è negativa. Il sistema universitario italiano appare arretrato rispetto a quello di altri Paesi. Si tratta di una arretratezza che spesso non deriva dalla qualità del personale docente, ma dalla pesantezza della macchina amministrativa, dalla sua autoreferenzialità, dalla scarsità di rapporto e sinergia con soggetti esterni. 

La scelta di dare alle nostre università la facoltà (non l’obbligo, si noti bene) di trasformarsi in fondazioni consente l’introduzione di meccanismi che già esistono all’estero. La Wirtschaftswoche tedesca ha di recente encomiato la Goethe Universitaet di Francoforte per la sua abilità nel “dragare” fondi tra ex-allievi, imprese, banche, e così via. Poca cosa rispetto a quanto avviene già da tempo nel mondo anglosassone, dove spesso a essere finanziate dai mecenati di turno sono le singole cattedre (es.: cattedra Lehman Brothers per il private equity). 

I vantaggi nel rilancio della qualità della ricerca sarebbero indubbi. L'elasticità ed efficienza della gestione diventerebbe un risultato operativo immediato, visto che è proprio l’eccessivo peso burocratico ad ostacolare lo sviluppo della ricerca.

Tanto per rendere l’idea, queste colonne rilevano che la trasformazione in fondazioni – non obbligatoria – potrebbe contribuire a portare ordine nei conti disastrati delle università di casa nostra. Non più tardi di ieri, un lungo articolo del Sole (Gianni Trovati, “Università a rischio dissesto”,28 luglio 2008, p. 5) stilava un lungo elenco di doglianze: Napoli Orientale, Firenze e Trieste capofila di una ridda di atenei dai bilanci sottosopra. Il 30% delle Università di casa nostra ha squilibri di bilancio, fanno spavento soprattutto i costi del personale, legati anche alle cicliche moltiplicazioni di cattedre di italica tradizione. 

Si favorirebbe poi l'incremento dell'autonomia delle Università (individuato piuttosto nitidamente dall'art. 33 della Costituzione) e quella maggiore interazione con la società civile ed il mondo produttivo che appare oggi come un imprescindibile elemento di dinamicità e di sviluppo del sistema.

La sinergia fra università e impresa può costituire per davvero la combinazione per vincere la sfida dell’innovazione. Dopodichè, detto tutto ciò, se qualche università non intende aderire all’opzione, ben venga. Ma non per questo si può impedire a chi invece ha le capacità e la volontà di dialogo con il “mondo esterno” di coglierne le occasioni.

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4 COMMENTS

  1. I docenti
    Secondo me invece è proprio lo scarso livello degli insegnati, uno dei cancri principali dell’università italiana. E’sempre più difficile trovare un insegnate che ti sappia motivare, gli alunni sono sempre più spesso un numero, niente di più.. E non sarà sicuramente questa possibilità di trasformasi in fondazioni a trasformare nel modo giusto le nostre decrepite università.

  2. Mi permetto di dissentire
    Mi permetto di dissentire dal precedente commento. Secondo me, il male peggiore delle nostre università è la distanza siderale dal mondo reale. Non è possibile pensare che un mondo governato da una mentalità assurda e baronale come quello accademico italiano possa fornire strumenti utili per il “dopo”.

  3. fondazioni e finanziamenti
    Il tono trionfalistico dei commenti con i quali è stato accolto il provvedimento che attribuisce alle università la facoltà di convertirsi in fondazioni, mi ricorda – ahimè – i peana di vittoria in occasione del conseguimento della autonomia, divenuta, a modesto parere di chi scrive, una delle cause del dissesto economico e di declino degli Atenei pubblici. L’idea che la fondazione, una volta istituita sia capace di attrarre risorse da parte di imprese e da privati ha uno scarsissimo fondamento: negli USA, con riferimento agli anni 96-97 l’insieme dei finanziamenti a tutte le università era coperto da contributi e rendite da capitale solamente per l’8%. I contributi dello Stato erano del 26%, mentre le tasse degli studenti coprivano il 28%. Disaggregando in parte i dati, le università pubbliche avevano contributi statali per il 40%, i contributi di privati erano il 5%, e le tasse degli studenti il 19%. Le private erano finanziate per il 44% da tasse degli studenti, per il 14% da donazioni di privati ed interessi di capitale, mentre era minimo il contributo dello stato. Il finanziamento residuo necessario era coperto da servizi offerti e dai finanziamenti alla ricerca, in gran parte di origine pubblica. Più specificamente, una grande università pubblica (Berkeley), nel 2003 ha ricevuto contributi statali pari al 38%, tasse studenti il 13%, ed i contributi di privati l’11%. Nello stesso anno Harvard, l’università più ricca in assoluto, ha ricevuto donazioni per il 7% (le rendite da capitale coprivano il 26% del bilancio). Quindi, negli USA, dove esiste una legislazione (ed una tradizione) estremamente favorevole alle donazioni, non è questa l’origine dei finanziamenti alle università: e quando si parla di università USA non va dimenticato che esse hanno un tipo del tutto differente di governo. I dati qui esposti, insieme a molti altri di estremo interesse per chi scrive o ragiona sulle università USA, sono reperibili sul sito WEB di Lorenzo Marrucci.

  4. Meritocrazia vera!
    Condivido le opinioni di Omocatl. Se gli insegnanti continueranno ad essere gli stessi, difficilmente potrà cambiare qualcosa. Anzi, bisogna stare molto attenti, poiché c’è il rischio che una maggiore autonomia possa peggiorare la situazione, poiché le “conventicole” baronali delle università italiane avranno la possibilità di continuare a fare le porcherie che hanno fatto sino ad ora, forse anche peggio. Da questo punto di vista il Sig. Nicoletti ha ragione. Credo che sia il caso di ponderare tutto con maggiore attenzione e, in particolare, sono importanti due cose: lo Stato deve “vigilare” e non deve più regalare soldi a destra e manca. “Vigilare” significa fare ricorso ad ispezioni periodiche e frequenti nelle università, come avviene per gli Uffici giudiziari da parte dell’Ufficio dell’Ispettorato generale del Ministero della Giustizia. Quanto ai finanziamenti, sarebbe ora di risparmiare; cosa possibile mediante l’accorpamento di piccole facoltà tra le varie università (non ha senso, ad esempio, che vi siano tante facoltà dello stesso tipo con pochissimi iscritti: meglio accorpare tali facoltà ed i relativi docenti). Ma, soprattutto, occorre quanto prima abolire il valore legale del titolo di studio: Giacomo Leopardi non era laureato in un’università e Johann Sebastian Bach non era diplomato in Conservatorio; in Italia è necessario che tutti si mettano bene in testa che non devono essere i “titoli” ed i “pezzi di carta” a fare la selezione, bensì ciò che una persona sa e ciò che sa fare ed insegnare! Questa è meritocrazia vera, autentica, concreta! Tutto il resto è solo un mare di chiacchiere! C’è da augurarsi, inoltre, che non siano stilate graduatorie di università più o meno efficienti o, peggio, graduatorie nazionali o regionali di docenti idonei. Sappiamo tutti come certe cose andrebbero a finire, dato che siamo in Italia. E’ auspicabile, invece, che il Ministro, avvalendosi dell’aiuto di persone dotate di intuizione e di coraggio, possa trovare soluzioni innovative in grado di “liberare” le eccellenze del nostro Paese. Il modello americano dovrebbe essere studiato un po’ più a fondo: è caratterizzato da “elasticità”, non da semplice “autonomia”; sono due cose molto diverse. L’Italia fino ad ora è stata più che altro capace di copiare, dai sistemi universitari e scolastici degli altri Paesi, i “difetti” anziché i pregi. Si cerchi di copiare il meglio! Il cambiamento non deve riguardare solo l’Università, ma anche la Scuola in generale e tutto il mondo della cultura e dell’arte (Conservatori, Accademie, etc.). Ciò sarà possibile, naturalmente, se il Governo ed il Parlamento avranno un po’ di orgoglio patriottico ed avranno a cuore la dignità della nostra Nazione: negli altri Paesi i politici sanno cosa significhino tali parole; in Italia, forse, assai meno, purtroppo (specialmente a livello locale)! Ma, soprattutto, le cose potranno cambiare se il Governo ed il Parlamento avranno davvero a cuore il futuro di milioni di giovani (e meno giovani) validi, meritevoli ed onesti. Speriamo di non dover ammettere, un giorno, che Sciascia aveva ragione quando diceva che l’Italia è un Paese di quaquaraquà… Speriamo di non dover andar via, un giorno, dall’Italia… Intelligentibus pauca.

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