Con la morte di Benazir Bhutto gli Usa registrano un’altra sconfitta

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Con la morte di Benazir Bhutto gli Usa registrano un’altra sconfitta

27 Dicembre 2007

Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno registrato
oggi in Pakistan la loro più grande sconfitta. L’assassinio così scontato,
preannunciato e certo della “loro” Benazir Bhutto, non è infatti frutto di
scatenate bande di assassini, di oscure forze imperscrutabili, ma di tutti gli
incredibili errori che dal 1976
in poi tutte le amministrazioni americane hanno compiuto
nei confronti del Pakistan, che si sono ovviamente moltiplicati
esponenzialmente dopo le Twin Towers.

Benazir Bhutto è
tornata a inizio ottobre in Pakistan dopo una serrata trattativa svolta in
prima persona da Condoleezza Rice che puntava a dare stabilità e un minimo di
credibilità democratica al Pakistan in cui il regime di Parwez Musharraf stava
crollando in un marasma in cui corruzione e inefficacia si mescolavano a
un’incredibile inefficienza nella lotta ad al Qaeda.

Benazir Bhutto è
stata uccisa non da uno zotico talebano, fanatico e suicida, ma da due
espertissimi tiratori scelti, che l’hanno colpita al collo e al petto da una
moto in mezzo ad una folla (impresa che denota una eccellente preparazione
militare) e che subito dopo si sono fatti esplodere per allungare il più
possibile i soccorsi. Una tecnica nuova, nuovissima , mai usata prima, che
svela i probabili mandanti ed esecutori dell’attentato: militari, forse agenti
dei servizi segreti, l’Isi.

In Pakistan, infatti,
dal 1976 il potere è detenuto proprio da una èlite militare fondamentalista,
formatasi sui testi jihadisti di Abu Ala al Mawdudi e della sua Jamiaa e
Islami – che ha impiccato a suo tempo il “laico” Ali Bhutto, padre di Benazir –
col pieno beneplacito del democratico Jimmy Carter, che poi ha applicato una
riforma fondamentalista delle leggi (innanzitutto la Blasphemy Law, per cui si può
essere condannati a morte se si afferma che “Cristo è figlio di Dio”, come è
successo) secondo un modello khomeinista-sunnita. Il tutto con la benedizione
dei democratici come dei repubblicani Usa.

E’ stata questa èlite, per mano anche dello
stesso Parwez Musharraf, che nasce come generale eroe di guerra nel Bangladesh,
ultra fondamentalista e alleato di al Qaeda, a “inventare” il fenomeno
Talebani col fine di avere una organizzazione controllata che facesse
dell’Afghanistan una sorta di colonia pakistana.

Questo macroscopico
errore di analisi e di valutazione statunitense e occidentale, replica
dell’identico errore commesso nella fucina di al Qaeda, l’Arabia Saudita, ha
avuto sino al 1989 una sua qualche giustificazione nella logica della Guerra
Fredda. Purtroppo, però, ha continuato a svilupparsi anche quando quella logica
si è dissolta.

Né Bill Clinton, né
George W. Bush, hanno mai compreso che il cancro di al Qaeda non nasceva in
Afghanistan – che era solo una metastasi – ma nel regime pakistano e nelle sue
madrasse fondamentaliste finanziate coi petrodollari sauditi. Da qui tutti gli
errori nella caccia ad al Qaeda, prima e dopo l’11 settembre.

La sera del 12
settembre Musharraf, compreso che il gioco era andato troppo avanti, ha
accettato un assegno di 2 miliardi di dollari portatigli da Colin Powell, se ne
è intascata una buona parte e ha usato dei rimanenti per comprarsi i generali
che gli erano indispensabili, poi ha licenziato i generali più fondamentalisti,
più compromessi con al Qaeda, in primis il direttore dei Servizi Segreti – Isi – Memhood, ma ha permesso loro di
fare quel che volevano (come ha lucidamente denunciato Bérnard Henry Levy) e ha
messo il Pakistan a disposizione di Enduring Freedom.

Solo apparenza. Sul
piano internazionale il Pakistan ha boicottato ogni seria possibilità di un
accordo regionale con tutti i paesi che tuttora hanno interesse a tenere
l’Afghanistan in condizione di instabilità o che pretendono di esservi meglio
rappresentati (Iran, Uzbekistan, Tajikistan e Turkmenistan). Sul piano interno,
il Pakistan di Musharraf ha permesso che la leadership di al Qaeda si muovesse
indisturbata nei Territori Tribali pakistani (il Waziristan) stipulando
addirittura tregue dannosissime per la condotta della guerra in Afghanistan.
Soprattutto, il Pakistan di Musharraf ha dato fiato e forza all’opposizione
sociale e politica dei fondamentalisti – vedi la vicenda della Moschea Rossa,
apertamente appoggiata da settori dell’Isi – e si è sempre più sprofondato in un
baratro di corruzione e inefficienza.

A fronte di un male
cronico e strutturale, gli Usa hanno pensato di poter trovare rimedio nei
pannicelli caldi di una alleanza tra Musharraf e la Bhutto, in una logica tutta
di vertice, di accordi di palazzo, totalmente slegata dalla dinamica vera della
crisi in atto.

Quell’alleanza
avrebbe dovuto essere imposta sei anni fa, all’insegna di un obbligo di
democratizzazione che non poteva non accompagnare la lotta al terrorismo. Ma
non fu imposta dagli Usa e oggi è andata a finire come era prevedibile finisse.
I settori fondamentalisti della èlite militare pakistana hanno dato una mano
determinante ad al Qaeda per mietere uno straordinario successo militare e
politico, Benazir Bhutto, che ormai appariva per quella che era diventata (ma
che non era in origine), una fondamentale pedina americana, è stata
barbaramente uccisa e ora gli Usa non hanno più strategia per il Pakistan.

Consegnati mani e
piedi a Parwez Musharraf, ne sono ormai ostaggio (anche perché controlla un
arsenale pieno di bombe atomiche) e non sanno che fare se non augurarsi che
anche lui non venga ucciso in un attentato. Come è probabilissimo che sia.

Il cancro
fondamentalista pakistano accresce le sue metastasi e intanto, incredibilmente,
l’Occidente non riesce neanche a mettere a fuoco una diagnosi.