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Un buon modo per condannare a morte i dissidenti

Con la scusa della lotta alla droga l’Iran compra armi dall’Europa

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Criticato per il terribile record di condanne a morte del suo governo (compreso il numero più elevato di esecuzioni di minori nel mondo) il presidente dell’Alto Consiglio per i Diritti Umani dell’Iran, Mohammad Javad Larijani, ha minacciato d’inondare l’Europa di eroina: “Gli occidentali devono essere o partner dell’Iran nella lotta contro i trafficanti di droga oppure dovremo ripensare le nostre politiche, per esempio permettendo il transito” di droga sul territorio iraniano. Larijani sostiene che il 74 percento delle condanne a morte ogni anno in Iran avvengono per crimini legati al traffico di droga e che, quindi, se l’Occidente aiutasse l’Iran nella lotta contro i narcotrafficanti, le condanne a morte diminuirebbero immediatamente del 74 percento!

Se non fosse che si tratta di un’oscenità, le dichiarazioni di Larijani farebbero quasi sorridere. A parte il fatto che comunque il rimanente 26 percento delle condanne a morte non riguarda soltanto criminali comuni ma anche una lunga e crescente lista di dissidenti politici e membri di minoranze etniche e religiose; la totale mancanza di un giusto processo e dei principi più elementari di trasparenza e diritti dell’imputato nel sistema giudiziario iraniano fa sì che anche quando delitti terribili sono puniti con la pena di morte, il giudizio non si fonda mai sulla giustizia.

Detto questo, i dati forniti da Larijani sono inventati – molti dissident sono stati mandati al patibolo sulla base di accuse false, come nel caso della cittadina olandese Zahra Bahrami. Condannata a morte per traffico di stupefacenti, era stata in realtà arrestata in dicembre del 2009 per aver partecipato a dimostrazioni antiregime durante una visita ai familiari in Iran. Il suo crimine, insomma, era di essersi unita a milioni di altri iraniani in pacifiche proteste contro il regime. Lo spaccio di droga per cui è stata impiccata era un pretesto messo a punto per farla ricadere, insieme a tanti altri, nell’esagerata stima offerta da Larijani.

Purtroppo, Larijani sa bene che le sue minacce verranno prese sul serio in Europa. Gli iraniani sostengono da tempo di essere impegnati in una lotta contro i narcotrafficanti per impedire che la droga arrivi in Europa, che non mostra sufficiente gratitudine. Questa asserzione viene presa talmente sul serio in Europa da aver guadagnato in passato un’immeritata aura di rispettabilità. Nel 2009, per esempio, il ministro degli esteri Franco Frattini, parlando di una conferenza del G-8 sull’Afghanistan, prevista per giugno a Trieste durante la presidenza italiana, annunciò di “voler esplorare con i nostri alleati la possibilità di invitare l’Iran: l’Iran può essere parte della soluzione, specialmente nella lotta contro il narcotraffico” che finanzia i talebani. Per fortuna, qualcuno deve aver dissuaso Frattini dal promuovere questa politica di inclusione dell’Iran, ma la distorta percezione secondo cui l’Iran è un partner nella lotta alla droga è dura a morire.

La conseguenza è che l’Iran ha spesso tratto beneficio di aiuti occidentali nella lotta alla droga – aiuti che hanno compreso anche armi ordinariamente vietate dall’embargo vigente contro Teheran grazie all’autorizzazione dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla Droga e al Crimine (UNODC). Nel 2005, per esempio, l’impresa austriaca Steyr Mannlicher vendette 800 fucili con telescopi ad alta precisione con licenza del ministero della difesa. Nel 2003 L’Iran aveva ricevuto dall’Inghilterra sia giubbotti antiproiettile sia equipaggiamento per la visione notturna, sempre per la lotta alla droga.

Se dunque ci sono abbondanti prove della disponibilità europea a sottoscrivere la leggenda dell’impegno iraniano contro la droga, ce ne sono almeno altrettante che dimostrano come l’Iran si stia prendendo gioco dei suoi ingenui interlocutori europei.

Non soltanto le armi suddette infatti non sono state usate per combattere i trafficanti e invece sono state messe al servizio di scopi meno nobili – i fucili austriaci sono stati copiati dall’industria militare iraniane e le repliche sono finite nelle mani di milizie sciite antiamericane in Iraq, l’equipaggiamento per la vision notturna inglese è stato trasferito a Hezbollah, in Libano, e catturato dagli israeliani nell’estate del 2006. Quel che è peggio è che l’Iran, lungi dal combattere i trafficanti, trae benefici economici dal traffico di droga che, secondo dei Wikileaks dell’Ambasciata statunitense a Baku è in realtà in mano al regime. I diplomatici americani notavano nelle loro comunicazioni riservate il drammatico aumento di esportazione d’eroina dall’Iran in Azerbaijan e aggiungevano che l’Iran era probabilmente responsabile per l’aumento di flussi di droga in transito attraverso la regione del Caspio verso i mercati Europei.

I Wikileaks citavano testimonianze su “l’attiva collaborazione del personale di sicurezza iraniano nei laboratori di raffinazione dell’eroina a Tabriz e altrove in Iran.” Basti questo per rintuzzare la recente affermazione del ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi secondo cui “L’Iran non è mai stato premiato per i suoi sforzi nella lotta contro il narcotraffico, anche se ha pagato un caro prezzo [di sangue]” or le lamentele di Larijani contro l’Occidente che non aiuta. Il principale responsabile dei flussi di eroina (e il suo maggior beneficiario), alla fine, è l’Iran, un regime che si comporta come la mafia nella conduzione della sua politica estera e continua a battere tutti i record per la peggiori violazioni di diritti umani nel mondo.

Emanuele Ottolenghi è Senior Fellow at the Foundation for Defense of Democracies. Questo articolo è apparso su Commentary Magazine il 17 maggio 2011.

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