Con l’aggressione alla Sánchez riecco il volto del comunismo cubano

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Con l’aggressione alla Sánchez riecco il volto del comunismo cubano

08 Novembre 2009

Da un po’ di tempo all’interno dell’Unione Europea la dialettica tra la Presidenza uscente svedese e quella entrante spagnola si è fatto particolarmente vivace a proposito di Cuba. Il governo di centro-destra di Stoccolma, infatti, chiede di mantenere le sanzioni stabilite dall’Ue dopo la sfuriata repressiva del 2003. Quello socialista di Madrid, invece, sostiene che si potrebbe fare molto di più con il dialogo: il che è anche collegato a certi storici interessi della Spagna a Cuba, per cui ad esempio anche il regime di Franco mantenne sempre con Fidel Castro normali relazioni diplomatiche; ma nell’ottenere la liberazione di due dissidenti  in occasione della sua recente visita il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos ha avuto anche modo di metterla in questi termini: “è male che ci siano ancora 206 prigionieri, ma prima che Zapatero iniziasse il dialogo ce n’erano 300”.

Riduzione dei detenuti a parte, negli ultimi mesi il governo di Raúl Castro ha proceduto anche a una serie di importanti riforme, con ricadute sia economiche che politiche: dalla distribuzione a coltivatori privati di molte terre demaniali alla liberalizzazione dell’accesso a Internet. E una sorta di imprimatur è arrivato a Moratinos anche da Obama, nel momento in cui è ricorso a lui per affidare a Raúl Castro un’importante offerta di dialogo:  “noi stiamo facendo passi. Ma se loro non fanno qualche passo anche loro, sarà molto difficile che possiamo continuare. Noi comprendiamo che non si possono cambiare le cose dalla sera alla mattina, ma tra qualche anno quando si guarderà indietro dovrà essere chiaro quale sia stato il momento in cui i cambiamenti sono iniziati”.

Purtroppo, come in molti di quei balli caraibici per cui Cuba è famosa, anche nell’attuale politica di Raúl Castro a ogni passo in avanti sembra fatalmente doverne subito corrispondere un altro indietro. Il venerdì, in particolare, è stata per la prima volta aggredita fisicamente l’ormai celeberrima blogger Yoani Sánchez. “Niente sangue ma lividi, colpi, capelli strappati e botte in testa, reni, ginocchia e petto”, ha raccontato la Sánchez dopo essere stata liberata: o meglio, buttata giù da una macchina.

A tirarcela dentro a forza, trattenercela per venti minuti e picchiarla a colpi di judo e karate, mentre stava dirigendosi a una marcia-performance musicale pacifica assieme agli altri blogger Orlando Luis Pardo e Claudia Cadelo, tre agenti della Sicurezza di Stato vestiti in civile. “Una violenza professionale”.  Né si tratta di un episodio isolato. Un altro blogger, Roberto de Jesús Guerra Pérez, è stato appena condannato a sei mesi di arresti domiciliari per un episodio avvenuto nel 31 dicembre del 2007. Lui stava distribuendo giocattoli assieme a un gruppo di oppositori a casa di sua sorella, alcuni uomini in borghese armati di coltello avevano fatto irruzione, e lui si era difeso. “Colpevole di lesioni”.

Ma il fatto è che 200 giovani hanno partecipato alla Marcia cui si stava recando Yoani Sánchez, e un’altra marcia di giovani c’era stata tre settimane prima. E il 20 ottobre 10 blogger e 100 siti Internet avevano organizzato una “protesta virtuale” attraverso Tweets, Sms e post, chiedendo libertà e la liberazione di detenuti politici. Nata in una dimensione esistenziale e intimista apparentemente lontana dalle lotte del dissenso tradizionale, la cyber-opposizione sta iniziando a dare sempre più fastidio. Arrivano dunque i primi avvertimenti.