Con le “gabbie salariali” l’Italia tornerebbe al vecchio statalismo

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Con le “gabbie salariali” l’Italia tornerebbe al vecchio statalismo

06 Agosto 2009

Come spesso capitato in questi mesi, la Lega ha posto con forza al centro del dibattito politico una questione reale ma lo ha fatto in modo sbagliato. Il tema è quello delle gabbie salariali lanciato nei giorni scorsi provocatoriamente dal Ministro Calderoli, il quale ha peraltro fatto una parziale marcia indietro proprio ieri. Ma al di là delle polemiche agostane (destinate ad evaporare con le prime piogge autunnali) l’argomento merita di essere approfondito.

Il nostro mercato del lavoro è stato per molti decenni particolarmente rigido, perché costruito sulla centralità del contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL), con ciò determinandosi un inevitabile appiattimento dei trattamenti salariali, un azzeramento delle specificità aziendali e territoriali, un abbassamento del livello medio delle retribuzioni.

La scelta di costruire un modello di relazioni industriali imperniato sul CCNL, efficientissimo per le rendite di posizione delle segreterie nazionali sindacali e confindustriali, è però economicamente inefficiente. E lo è tanto di più in Italia che ha un tessuto economico caratterizzato da profonde fratture fra le singole imprese (con una miriade di piccole e piccolissime imprese) e fra le diverse realtà regionali e locali.

Con il protocollo firmato a gennaio dal Governo e dalle parti sociali (con la sola eccezione della CGIL) si introducono importanti novità. In particolare, si opera una chiara distinzione fra il livello del contratto nazionale (destinato a garantire il potere d’acquisto dei salari) e la contrattazione decentrata (che dovrebbe garantire la partecipazione dei lavoratori ai benefici derivanti dagli incrementi di produttività delle imprese).

La novità è importante ma probabilmente insufficiente, perché vincola comunque le tutte le imprese ai minimi salariali nazionali,  anche quelle – ad esempio meridionali – che presentano differenziali di redditività così elevati da essere costrette a non espandere la propria base produttiva ed occupazionale. In questo senso tale rigidità contrattuale (analoga ai cartelli tra imprese noti alla dottrina antitrust) determina una distorsione del mercato in favore degli insider e a danno degli outsider. Coloro che pagano il conto della partita sono cioè i disoccupati meridionali mentre coloro che ne beneficiano sono i lavoratori del Nord. Ed è perciò sorprendente che della questione se ne faccia paladino proprio Calderoli!

Ma fatta questa doverosa premessa, occorre subito chiarire come la soluzione al problema non sta certo nella reintroduzione delle gabbie salariali, le quali, la sgradevolezza del nome a parte, rappresenterebbero un rigurgito di centralismo statalista, fonte di ulteriore irrigidimento del mercato. La risposta dovrebbe semmai prevedere l’ampliamento degli spazi di autonomia delle parti nella definizione degli assetti contrattuali e retributivi.

Occorrerebbe, ad esempio, consentire la possibilità per le imprese meridionali di negoziare con le rappresentanze aziendali livelli salariali diversi ed anche inferiori rispetto a quelli fissati dal CCNL. Tale facoltà potrebbe essere riconosciuta semmai solo alle nuove imprese, o per i nuovi assunti, o per un periodo transitorio. Si tratterebbe di un’eccellente strategia per affrontare la questione meridionale, molto più della fantomatica Banca del Sud o del famigerato Partito del Sud.

Ma il problema è anche più complesso, perché vi è una questione specifica che, considerato le dimensioni, tanto specifica non è. Il problema è il trattamento retributivo dei pubblici dipendenti del Mezzogiorno. Al Sud si concentra un numero di dipendenti in proporzione molto maggiore di quello presente nelle pubbliche amministrazioni. Al Sud il livello dei servizi pubblici è mediamente inferiore rispetto a quello dei servizi erogati (con meno dipendenti) nelle regioni settentrionali.

Al Sud il potere di acquisto dei dipendenti pubblici è significativamente maggiore (del 16,5% secondo Bankitalia) di quello dei colleghi settentrionali. Tutto ciò determina il fatto che in tal modo si è venuto a creare un gigantesco sussidio improprio in favore del Mezzogiorno (un sussidio che si può in modo molto approssimativo quantificare fra i 15 ed i 25 miliardi di euro l’anno se si adottanno i criteri che espone oggi Alesina sul Sole 24 Ore salari). Il problema è che tale sussidio oltre ad essere improprio ed occulto è anche dannoso, perché contribuisce ad alimentare la spirale della minore competitività delle imprese.

In questo caso, è evidente l’idea di rimettersi all’autonoma decisione del datore di lavoro e dei sindacati aziendali non po’ funzionare. Le amministrazioni meridionali ed i sindacati meridionali del pubblico impiego, non hanno infatti alcun incentivo a concordare un abbassamento dei trattamenti retributivi dei dipendenti pubblici, del quale beneficerebbe il sistema produttivo meridionale ma certamente non loro né i loro rappresentati. In questo caso l’unica soluzione sarebbe un intervento “dirigistico” che contenendo la dinamica salariale, attivano efficaci processi di mobilità territoriale riesca ad aggredire tale problema. Ma, si tratta di impresa di tali dimensioni titaniche che, temiamo, atterriscano anche il gigantesco Ministro Brunetta.