Con Obama finisce la questione razziale e l’era del politically correct

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Con Obama finisce la questione razziale e l’era del politically correct

12 Novembre 2008

Durante la campagna elettorale Usa i maggiori analisti politici e commentatori hanno messo sul piatto della bilancia il fattore dell’identità razziale per capire quanto potesse pesare sulla scelta finale degli elettori. Un aspetto che ha avuto importanza non solo per il colore della pelle del candidato democratico, traducibile nella voglia di rivalsa di tanti americani (la possibilità per la prima volta di eleggere un presidente nero è sembrato un elemento determinante) ma anche perché in molti non hanno dimenticato le origini culturali di Obama.

“Il nuovo presidente – ricorda Donald Douglas, professore associato di Scienze politiche alla University of Southern di Los Angeles – è stato per anni un parrocchiano della Trinity Unity Church of Christ, dove ha predicato il pastore Jeremiah Wright, uno dei maggiori profeti della “teologia della liberazione nera”, quella corrente religiosa che affonda le sue radici nella giustizia sociale di stampo marxista. Quando studiava ad Harvard, inoltre, Obama sposò le idee del professor Derrick Bell, critico teorico della razza, battendosi per dare lavoro a una donna afroamericana.

Tra i primi a capire che forse qualcosa stava cambiando nella strategia della campagna del neo presidente è stato Andrew Sullivan che, in un articolo pubblicato su “The Sunday Times”, ha profetizzato la fine dell’identità razziale “nata negli anni novanta sull’onda del politicamente corretto”. Non significa che negli Usa il razzismo non esista più, anzi spesso molti episodi ne dimostrano ancora la vitalità ma, spiega ancora Sullivan, “non condiziona più le scelte politiche”. Probabilmente Obama aveva capito molto presto che la storia dello zio Tom non poteva essere l’unica carta vincente. Soprattutto dopo che nella primavera scorsa una infuocata predica del reverendo Wright, che nelle intenzioni doveva venire in soccorso del candidato democratico, aveva  scatenato una serie di ingovernabili polemiche sulla razza, con i Clinton e molti mezzi di comunicazione all’attacco di Obama per colpa delle opinioni del suo ex pastore.

A rafforzare ulteriormente la necessità di sviluppare una campagna elettorale di più largo respiro c’è stato anche il flop di Hillary Clinton che per molto tempo ha creduto di essere la candidata vincente nello schieramento dell’asinello. Hillary pensava di proporsi come “nuova” in quanto donna, un altro elemento dalla forte connotazione razziale. In realtà la Clinton non rappresentava tutte le donne americane ma solo quelle che nella vita si sono affermate. Non solo, la democratica si è trovata dinnanzi la cruda realtà che non tutte le donne votano per un’altra donna, innescando lo stesso errore tra i repubblicani che, a loro volta, hanno affiancato Sarah Palin al cartello di John McCain: una scelta che alla fine si è rivelata sbagliata. Alla fine si è creato inesorabilmente un canovaccio già scritto, dove tutti i pretendenti alla Casa Bianca recitavano un vecchio copione tipico degli anni sessanta: i neri, il veterano del Vietnam, le femministe.

Obama ha avuto il merito di capire come stavano andando le cose e di riuscire a virare il timone della nave prima degli altri pretendenti imboccando un corridoio ventoso che l’ha portato a una affermazione sostanziale e senza equivoci da Est a Ovest. Il punto cardinale dell’identità razziale si è quindi spostato sulla dimensione della rappresentanza, permettendo a molti elettori di identificarsi nelle idee e non nel colore del candidato democratico, definito spesso troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. La società americana è tanto varia da non poter essere assimilata all’interno di qualche stereotipo. Alla fine la campagna di Obama è risultata vincente perché si è dimostrato capace di attraversare trasversalmente l’elettorato e il corpo sociale americano, più di quanto sia riuscito a fare McCain.

“A sostegno della candidatura democratica – spiega Anna Curcio su “Posse” (“Politica Filosofia Moltitudini”) – ci sono stati tanti liberal, soprattutto bianchi di classe media che aspirano al superamento del razzismo nel Paese, ma c’è anche stata una buona parte della “black working class” che vede la possibilità di utilizzare in modo pragmatico il voto dato a Obama (spesso al di là di ogni identificazione), e infine anche il ceto medio “black” che in Obama vede la possibilità di una maggiore mobilità sociale verso l’alto. La rappresentanza, dunque, si fa pura funzione strumentale”.

Con lo slogan “Yes we can” il nuovo presidente degli Stati Uniti è riuscito a fare rinascere la speranza del sogno americano, essendo lui stesso figlio di quel “self made man” attraverso il quale, come nei film di Frank Capra, chiunque coltiva un sogno, negli States, può perseguirlo e realizzarlo. C’è riuscito in piena voragine finanziaria, anche tra chi – da un giorno all’altro – ha perso il lavoro o la casa per non avere pagato il mutuo, e persino tra i veterani che ancora non si sono visti completamente riconosciuta l’assistenza sanitaria. Provvedimento, quest’ultimo, contro il quale, inspiegabilmente, McCain ha votato a sfavore dal 2003 al 2007, opponendosi anche al “Webb Gi Bill”, un disegno di legge che copre le spese per il college ai soldati che si arruolano con la speranza di potere completare gli studi.

E’ vero che con i sogni non si va avanti e che adesso è il tempo dei programmi – e delle scelte anche antipatiche – per il nuovo Mr. President. Ma puntellare il mandato governativo con la fiducia e la restituzione della dignità di essere americani è un punto di partenza solidissimo. “Gli uomini desiderano sentirsi importanti e dentro qualcosa di importante” ha scritto David Brooks, editorialista di punta del “The New York Times”, e Obama, probabilmente, ha fatto sentire ai suoi concittadini proprio questa nuova sensibilità: al di là del colore della pelle e del ceto sociale, gli americani non hanno votato più l’afroamericano di successo ma l’uomo in cui si sono sentiti rappresentati, il loro Presidente.