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Con Sarkozy gli Usa ritrovano la Francia

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La due giorni americana di Nicolas Sarkozy è stata caricata di notevoli aspettative. Il Presidente francese, che non ha mai celato la sua stima e ammirazione per l’american way of life, si è fatto precedere da dichiarazioni inequivocabili. «Voglio riconquistare il cuore degli americani» e, come ripetuto dal portavoce dell’Eliseo David Martinon: «obiettivo primario del Presidente sarà consacrare il viaggio al ritrovarsi definitivo tra Francia e Stati Uniti dopo la crisi del 2003». Anche alcuni indizi del cerimoniale hanno immediatamente fatto pensare al carattere storico e comunque non consueto della visita. Da Washington hanno insistito sull’importanza del legame Usa-Francia, sottolineandone il valore storico fondativo che risale al sostegno francese nella lotta di indipendenza dalla corona britannica e dunque implicitamente precede la stessa special relationship con Londra.

Per altro la scelta di concludere la visita con un colloquio privato tra Bush e Sarkozy a Mount Vernon, storica residenza di George Washington, non ha fatto altro che confermare questa tendenza.

Se dal piano dei simboli, per nulla scontati né da sottovalutare in politica, si passa a quello della concretezza, la scelta americana di dare un surplus di risonanza alla visita dell’inquilino dell’Eliseo ha ragioni anche più pragmatiche. La leadership di Bush, in difficoltà nel rapportarsi con alcuni storici alleati (su tutti il Pakistan e la Turchia), ha trovato nella Francia di Sarkozy un vero alleato su molte questioni-chiave come l’Iran, il Kosovo, l’Afghanistan e la Birmania. In generale poi, mentre Brown è parso impegnato, soprattutto per ragioni di politica interna, a distanziarsi dalla condotta filo-americana di Blair, e Merkel (attesa venerdì a Washington) su alcuni dossier come quello iraniano, invischiata nella sua Grande Coalizione, fatica ad esprimere una visione coerente, il teorico della rupture transalpina diventa il vero punto di riferimento di un ritrovato e centrale asse euro-atlantico. Comunque egli rappresenta un punto di riferimento imprescindibile in un’epoca in cui, anche al Dipartimento di Stato, sono alla ricerca di sani e concreti rapporti bilaterali.

Ma se il punto di vista da Washington viene spostato su Parigi si può notare che il viaggio di «Sarkò l’americano», l’ottavo Presidente francese a parlare davanti al Congresso (primato assoluto davanti alla Gran Bretagna, ferma a sette Primi Ministri), per essere compreso a pieno deve essere inserito in un complessivo progetto di ristrutturazione della proiezione internazionale di Parigi, avviata all’indomani della sua elezione. Senza sottovalutare la buona intesa personale tra i due leader, Sarkozy è un politico troppo avveduto per lasciarsi chiudere in un rapporto esclusivo con un Presidente come Bush, che ha legato i suoi due mandati alla Casa Bianca a decisioni spesso sofferte e divisive, ma soprattutto è a fine mandato ed in calo nei sondaggi. Inoltre, nonostante un clima non certo paragonabile a quello del 2003-2004, come testimoniato dal recente sondaggio France-Etats-Unis régards croisés, Sarkozy non può sottovalutare che solo il 30% dei cittadini francesi «dichiara di provare simpatia per gli Stati Uniti», con un trend molto negativo dato che nel 1988 la cifra era il 54%.

La «scommessa americana» di Sarkozy è stata dunque impostata su un triplice binario. Innanzitutto rottura rispetto all’era Chirac, non solo e non tanto da intendersi in relazione alla presa di posizione francese sulla guerra in Iraq. In generale Sarkozy ha ribadito la sua intenzione di avere relazioni «senza complessi» con l’alleato americano. Questo significa sanare un grande deficit dei 12 anni di presidenza Chirac: l’incapacità di offrire una lettura riadattata del gollismo, soprattutto a livello di politica estera. E qui veniamo al secondo asse della condotta di Sarkozy: prendere atto che il gollismo, come dottrina di politica internazionale, è frutto essenzialmente del clima di Guerra Fredda del XX secolo. Nel nuovo secolo gli spazi per terzaforzismi e o per identità costruite per contrapposizione sono davvero esigui e rischiano di relegare Parigi ad un ruolo globale marginale. Infine, terzo ed ultimo dato, Sarkozy ha compreso che nel mondo post 11 settembre 2001, dominato dalla lotta al terrorismo globale, il leader politico realista ed illuminato deve spendersi, come sostiene Pierre Hassner, «per elaborare una teoria dell’antagonismo incompleto e del partenariato imperfetto» (Le Monde, 03-10-2007).

Ebbene, nel solenne discorso pronunciato di fronte al Congresso, interrotto ben ventitre volte dagli applausi a scena aperta, Sarkozy ha condensato questa sua visione di politica estera. Da un lato ha innanzitutto ribadito la centralità dei rapporti euro-atlantici, sottolineando il carattere complementare e non alternativo di Nato e politica europea di difesa. Se la sua Francia è pronta a ricucire lo strappo di De Gaulle del 1966, e quindi rientrare a tutti gli effetti nel Patto Atlantico, l’alleato americano deve prendere atto che «la Nato non può essere dappertutto e l’Unione europea deve essere nelle condizioni di agire». La solidarietà è poi stata totale per quanto riguardala lotta al terrorismo globale: «gli Usa potranno contare sempre sulla Francia nel combattere il terrorismo» e, in particolare sul fronte afgano, esiste un solo Occidente in lotta contro la minaccia fondamentalista. Infine, terzo punto chiave del suo lungo e appassionato intervento, la questione Iran. Gli Usa hanno al loro fianco la Francia come alleato europeo privilegiato su questo tema. «Il dialogo e l’autorevolezza di Parigi su questo dossier sono garantiti proprio da una contemporanea fermezza nel non transigere sul nucleare di Teheran».

Ma la forza e il significato dell’intervento sono anche da cogliere nella convinzione che il rapporto con l’alleato debba essere un rapporto «senza complessi» o, come ribadito nel corso del discorso programmatico di politica internazionale di fine agosto, di «amicizia, ma non di appiattimento sulle posizioni americane». Di conseguenza un significativo silenzio sull’Iraq, a dimostrazione che la scelta del 2003 non

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