Conferenza sul clima: gli slogan ambientalisti isolano l’Europa
03 Dicembre 2007
Comincia
oggi a Bali la kermesse annuale delle Nazioni Unite sul clima. Migliaia di
delegati – quella che è stata definita un’immensa burocrazia viaggiante in
luoghi spettacolari – si riuniranno allo scopo di trovare un accordo sulla
riduzione delle emissioni di gas serra allo scopo di contenere l’aumento delle
temperature. Ci riusciranno? La risposta è no. L’avverbio è: fortunatamente.
Come nelle precedenti edizioni, la distanza che separa i principali attori –
Europa, Stati Uniti e mondo in via di sviluppo – è enorme. L’Europa si
presenterà a Bali col consueto velleitarismo unilateralista: forte
dell’obiettivo (o slogan?) del 20-20-20 sancito dal Consiglio europeo di
primavera, chiederà al resto del mondo l’impegno a tagliare le emissioni del 30
per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020. Il resto del mondo
risponderà con una sonora pernacchia e l’Ue uscirà trionfalmente dalla
conferenza enfatizzando il suo ruolo di leader mondiale nella lotta ai
cambiamenti climatici – ruolo, peraltro, che nessuno aspira a rubarle.
Nella pernacchia globale si distingueranno tre tonalità differenti. Gli
americani si mostreranno dialoganti e disponibili a discutere di accordi
relativi al trasferimento tecnologico o a forme di partnership coi paesi
emergenti, in modo da ridurne l’intensità carbonica senza intaccare la crescita
del Pil. Difficilmente, però, gli Usa firmeranno un accordo di vasta portata:
per loro, democratici compresi, la definizione da parte di organismi
sovranazionali di obiettivi vincolanti è un tabù inviolabile, anche perché
nella nazione a stelle e strisce, a differenza che in Europa, un obiettivo
vincolante è considerato una meta che va raggiunta, non la vaga indicazione di
un percorso a premi. D’altronde, gli americani hanno di fronte agli occhi il
fallimento del mercato europeo delle quote di emissione e, nonostante le
pressioni che la Casa Bianca riceve da alcuni stati guidati dalla California, é
improbabile che vogliano seguirne l’esempio.
Per quel che riguarda i paesi in via di sviluppo, occorre fare una distinzione.
Si mostreranno più aperti al dialogo quelli con scarse potenzialità di crescita
oppure che pensano di poter trasformare il global warming in una ricca fonte di
aiuti da parte delle nazioni industrializzate. Viceversa, le regioni
caratterizzate da uno sviluppo più impetuoso – in primis Cina e India, ma anche
Russia e Brasile – diranno sostanzialmente che l’Occidente può fare quel che
vuole e che loro sono disposti a tifare per il successo dei suoi sforzi, ma non
si impegneranno ad alcun provvedimento che possa minare la creazione di
ricchezza.
Questa posizione darà fiato alla proposta francese – che sta guadagnando
consensi in Europa – di creare dazi o disincentivi alle importazioni da paesi
extra-Kyoto (o comunque si voglia chiamare l’intesa, per ora nebulosa e
incerta, per il post-2012). La richiesta è insidiosa perché potrebbe guadagnare
consensi anche in America, soprattutto se le porte dello Studio Ovale si
apriranno, l’anno prossimo, per un democratico. Tuttavia, essa nasconde ben
poche finalità ambientali ed è solo la riproposizione sotto nuove spoglie del
vecchio protezionismo.
In ogni caso, anche quest’anno difficilmente si faranno dei reali passi avanti,
perché nessuno dei partecipanti – e in particolare l’Europa, fautrice delle
tesi più estremistiche – pare disposto ad aprire una trattativa a 360 gradi.
Tutti, però, si troveranno d’accordo sull’importanza del tema e sulla necessità
di incontrarsi ancora nel 2008, in un posto lontano, per “vincere la sfida
del clima prima che sia troppo tardi” (useranno queste parole). In fondo,
chiunque abbia un cuore non può resistere alla tentazione di acquistare ai
figlioletti regali di Natale esotici. Viaggio e alloggio sono gentilmente
offerti dai governi.
