Il governo dei perdenti

Conte Bis: il governo del nichilismo antipolitico e la demolizione della democrazia

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Lo spregiudicato “ribaltone” con cui il Movimento 5 Stelle è passato in poche settimane dall’alleanza con la Lega a quella con il Partito democratico (sancito peraltro dalla farsesca “democrazia diretta” virtuale controllata dal suo proprietario) non è soltanto la più estrema forzatura della logica democratica mai avvenuta in Italia in epoca repubblicana. Esso rappresenta l’esito logico di una parabola inaugurata circa 40 anni fa: l’ascesa e il trionfo dell’antipolitica. Fino alla totale disarticolazione del nostro sistema rappresentativo.

Durante la guerra fredda la democrazia italiana – già fragile per profonde divisioni sociali e culturali – era “bloccata”, costretta al consociativismo tra i partiti senza alternanza al governo a causa della forza condizionante del partito comunista, estraneo ai princìpi occidentali. A partire dagli anni Settanta, questa stagnazione e questa ambiguità cominciarono a produrre nella società civile una crescente avversione rancorosa alla classe politica e ai partiti in quanto tali, sempre più condannati in blocco come inetti, approfittatori o tout court corrotti. Un’avversione che venne alimentata da circoli intellettuali e giornalistici radical-progressisti – su tutti “La Repubblica” di Scalfari e il gruppo “L’Espresso” di de Benedetti – con l’obiettivo di “pilotare” la democrazia verso un approdo tecnocratico, in cui la rappresentanza sociale dei partiti sarebbe stata sostituita dalla guida “illuminata” di élite economiche e intellettuali, e di una magistratura eletta a guardiana della moralità pubblica.

Da qui la delegittimazione sistematica dei partiti in nome della “questione morale”, culminata nella “rivoluzione giudiziaria” di Mani Pulite, che demolì letteralmente il quadro politico del dopoguerra, e l’esaltazione dei “tecnici”, cominciata nella transizione dei primi anni Novanta e ripresa sistematicamente ad ogni impasse del sistema fino ad oggi. Da qui anche la costante demonizzazione dei leader che hanno tentato di riattivare e rafforzare gli spazi di decisione politica, il potere esecutivo, il rapporto diretto tra governanti e governati: Bettino Craxi, Francesco Cossiga, Silvio Berlusconi, infine oggi Matteo Salvini.

Il Movimento 5 Stelle fondato da Beppe Grillo è il frutto avvelenato di questo morbo distruttivo, la trasposizione politica dell’antipolitica, che in quanto tale non poteva esprimersi che in un vuoto pneumatico. Una forza politica di proprietà di una impresa privata, strutturata come una setta: tanto più elitaria, verticalizzata e refrattaria ad ogni logica di dibattito, trasparenza, democazia interna quanto più insisteva su un’idea giacobina di democrazia diretta assoluta, trasparenza totale, rifiuto del professionismo.

Sebbene la crescita enorme dei consensi al movimento sia legata al decennio della crisi dell’economia globalizzata, ed esso abbia catalizzato l’adesione di strati sociali pesantemente frustrati dalle aspettative di benessere calanti così come dal senso di decadenza da essa indotti, non è corretto classificare il movimento stesso come “populismo”; né esso si può accostare alla fenomenologia dei partiti e movimenti “sovranisti”, sorti in Europa, e non solo, come reazione al disordine e alle incertezze della globalizzazione. Al fondo, i Cinque Stelle sono espressione innanzitutto di una pura voragine antipolitica, della tendenza alla distruzione di ogni fiducia nel processo democratico-rappresentativo e nelle istituzioni costituzionali, di un totale nichilismo ideale, che si incarna perfettamente nella loro cieca opposizione alla crescita economica, alle opere pubbliche, alle infrastrutture, alle forze produttive.

Non è un caso quindi che nel 2018, al culmine del loro successo elettorale, i Cinque Stelle abbiano accettato di stipulare non una alleanza di coalizione, ma un semplice “contratto” di governo con la Lega di Salvini, come a sottolineare di non volersi “sporcare le mani” con un vero dialogo democratico. E ancor meno oggi stupisce che nell’anno trascorso dall’inizio di quel governo essi abbiano sistematicamente demolito ogni possibile concordanza con il liberal-sovranismo leghista, abbracciando una sterile “politica del no” su tutti i temi cruciali. E che contemporaneamente, mentre sempre più perdevano il consenso degli elettori sconcertati dal loro immobilismo, essi si siano lasciati in breve tempo risucchiare nel mainstream progressista-globalista-europeista: un po’ per contrapposizione disperata ai loro partner di governo, un po’ per la mancanza di un qualsiasi ubi consistam ideologico che non fosse, appunto, quello dell’odio feroce per le forme e la sostanza delle democrazie liberali occidentali. Fino a stringere frettolosamente una alleanza con il partito agli antipodi della Lega, per giunta fino a poco fa dichiarato da loro stessi incompatibile con le loro posizioni, ossia il Pd. E, per colmo, mantenendo in carica lo stesso presidente del consiglio Conte.

D’altra parte, la loro operazione spudorata ha potuto essere condotta a compimento anche perché il nichilismo del quale essi sono spiccati interpreti ormai ha conquistato quella che un tempo è stata la sinistra italiana. Il Pd, infatti, ha ormai come unica connotazione ideologica il relativismo globalista “politicamente corretto”, come unica forma politica una rete di apparati abbarbicati alle istituzioni statali, locali ed europee, e come prassi consolidata la totale acquiescenza a lobby economiche, politiche e statuali estere, senza nessuna residua nozione di interesse nazionale. Esso è quindi disposto a qualsiasi avventura, a qualsiasi acrobazia e incoerenza, pur di rimanere nelle aree di potere da cui dipende la sua sopravvivenza, a dispetto di una condizione sempre più stabilmente minoritaria nel consenso popolare. E non ha avuto difficoltà a rimangiarsi anni di improperi e polemiche sanguinose nei confronti dei grillini, preparandosi ad assorbirli e “digerirli” come l’ennesima forma aggiornata, trasformista, “nuovista” della sinistra.

Nel “buco nero” totale di cultura politica e di strategia descritto dall’incontro tra queste due forze ha potuto, dunque, facilmente inserirsi l’influsso dell’asse franco-tedesco della Ue, di molti poteri economico-finanziari transnazionali, persino di una Chiesa italiana mai così politicamente attiva negli ultimi decenni. Interessati, tutti questi attori, a vincere le resistenze sovraniste e liberal-conservatrici per rendere l’Italia di nuovo allineata all’ortodossia della politica economica di un’Unione sempre più verticista, permeabile a flussi migratori senza regola, utilizzabile per manovre geopolitiche filo-cinesi e anti-americane.

Il “governo dei perdenti”, nato dichiaratamente per evitare il ricorso alle elezioni anticipate e mettere fuori gioco Matteo Salvini, ha potuto così vedere la luce perché ormai le istituzioni democratico-repubblicane italiane sono ridotte ad un rudere squassato da ogni vento. Chi dovrebbe imporre il rispetto delle regole del regime parlamentare ne accetta il sistematico stravolgimento, e l’opinione pubblica sembra ormai priva di anticorpi culturali contro il tradimento della sovranità popolare.

L’antipolitica sembra aver compiuto la sua “missione” distruttrice. A meno che il disfacimento in atto, che questo governo accelererà, non giunga a tali livelli di allarme per la decadenza economica e la sicurezza da risvegliare l’istinto di sopravvivenza della società civile, suscitando un sussulto di rivolta in grado di raddrizzare l’edificio delle istituzioni, riportare al centro del dibattito l’interesse nazionale, imporre una nuova stagione di centralità dei poteri e delle responsabilità decisionali.

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