Contro i fondi sovrani ostili  il Governo mette in moto otto esperti

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Contro i fondi sovrani ostili il Governo mette in moto otto esperti

14 Novembre 2008

La spia del Governo sui fondi sovrani era rossa da almeno quattro mesi. Eppure a luglio l’economia mondiale non si trovava ancora al centro di quella crisi economica che ha fatto crollare il sistema, ancora non si parlava di un’Italia a rischio scalata, i prezzi di Piazza Affari non erano da saldo e pochi credevano che Gheddafi sarebbe salito al 4,23% del capitale di Unicredit.

Invece con la Finanziaria il Governo aveva previsto l’onda d’urto legata ai fondi sovrani. Sotto pressione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti a sua volta consigliato da persone di fiducia, è stato costituito un comitato strategico per lo sviluppo e la tutela all’estero degli interessi nazionali in economia. Una costola del Ministero degli affari esteri composto da un pool di esperti con compiti di analisi, indirizzo, supporto e coordinamento nel campo dei “fenomeni economici complessi propri della globalizzazione quali l’influenza dei fondi sovrani e lo sviluppo sostenibile nei Paesi in via di sviluppo”. La parolina magica diventata quasi di moda dopo lo scoppio della bolla dei subprime è scritta nero su bianco nell’Articolo 83, comma 25 del Testo del decreto-legge 133/2008.

Il comitato oggi conta su otto membri. Non ha un suo staff perché fa capo al segretariato della Farnesina ma è composto da autorevoli esperti – tra cui Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Autorità per le telecomunicazioni ed Enrico Vitali, partner storico di Tremonti nello studio tributario – che dopo la prima riunione (alla quale ha partecipato anche il ministro degli Esteri Franco Frattini) si preparano già al secondo appuntamento. I dossier sul tavolo sono molti. C’è da tenere sotto controllo la mappa dei più importanti/pericolosi fondi che usano capitali freschi per acquisire partecipazioni in grandi banche, aziende e istituzioni finanziarie con l’obiettivo di portare a termine investimenti strategici di grossissima rilevanza ma all’indirizzo del Comitato starebbero arrivando anche le prime richieste d’intervento da parte di grosse aziende italiane: pareri su eventuali join-venture , su progetti rischiosi o sull’affidabilità del partner.

In generale, il timore  è che i criteri d’investimento possano essere politici più che finanziari. Da qui la levata di scudi europea  (la Francia ha annunciato la creazione di un fondo sovrano nazionale mentre la Germania ha inviato al Bundestag un decreto anti-scalata indirizzato alle aziende più sensibili) e la decisione del Governo italiano di metter in piedi un “osservatorio” d’alto livello che ha il compito di monitorare e dare pareri caso per caso.  Il leit motive è essere moderatamente liberisti: non chiudere le porte indiscriminatamente  (ne pagherebbero le conseguenze anche i fondi più trasparenti) ma neppure di spalancarle (potrebbero entrare i barbari). Inutile negarlo, gli occhi sono puntati soprattutto sui fondi orientali (Cina e Singapore) e sulla Russia mentre il livello di guardia del Comitato sarebbe  meno alto sul fronte libico, degli Emirati Arabi e saudita. Si tratta dei più conosciuti e questo in un certo senso  rasserena gli animi, nonostante la paura di intromissioni da parte dell’Iran siano forti.

Il timore è lecito viste le dimensioni di questi palloni gonfiati di soldi. Il più grande fondo sovrano del mondo è l’Abu Dhabi Investment Authority: ha asset stimati in 650 miliardi di dollari e senza tanti sforzi potrebbe comprarsi tutta la Borsa italiana. Fa riferimento al governo degli Emirati Arabi Uniti e di recente ha acquisito una quota importante del capitale di Citigroup (circa il 5%) scongiurando anche una crisi di liquidità del colosso Usa. Si tratta di un fondo che controlla più del 90% del petrolio che deriva dagli Emirati Arabi Uniti, come del resto accade per il 99% dei fondi arabi (e non solo) che dal petrolio traggono ossigeno. Il fondo di stabilizzazione della Federazione Russa per esempio viene finanziato con proventi petroliferi e delle altre materie prime e conta su più di 160 miliardi di dollari. Stesso discorso per Kia (Kuwait Investment Authority): ha sede nel Kuwait ed è il fondo sovrano più vecchio (1953) ma cresce del 30% ogni anno e conta su un capitale che ruota attorno ai 213 miliardi di dollari. Anche in questo caso, cifre da capogiro. Diversi altri fondi libici o algerini fanno capo al petrolio, come anche l’Osf (Iran), il fondo statale del petrolio (Azerbaijian) e il National fund (Kazakhstan).

Difficile stilare una mappa di  quelli “buoni”, “meno buoni” e “cattivi”, di certo c’è chi è riuscito a coniugare la mission con l’etica. Anche il fondo sovrano norvegese, il Government Pension Fund (250 miliardi di dollari) è legato al petrolio ma è celebre per l’estrema selezione anche etica dei propri investimenti (ha venduto dal 2004 a oggi almeno 27 partecipazioni per ragioni esclusivamente etiche) ed evita accuratamente investimenti nell’industria delle armi (per esempio non investe nella nostra Finmeccanica) o anche nei business che comportano particolari danni per l’ambiente. Non tutti i fondi sovrani sono legati però al petrolio. Per esempio esiste un fondo sovrano cileno che basa la propria ricchezza sul rame e uno dello Botswana che basa i propri asset sui diamanti. Un altro fondo sovrano che ha un ruolo cruciale nell’economia globale, la China Investment Corporation (200 miliardi di dollari)  recentemente resa celebre dall’investimento da 5 miliardi di dollari in Morgan Stanley (il 10% del capitale ma nessun rappresentante nel board), ha circa 2/3 delle proprie riserve in dollari e si calcola che con i propri 1.400 miliardi di dollari di riserve in valuta straniera sia il maggiore creditore al mondo degli Stati Uniti. Dello steso peso (in termini economici) è il Temasek di Singapore (110 miliardi).

Intanto, un codice etico è già stato stilato in quel di Santiago del Cile circa un mesetto fa: gli investimenti dei fondi devono essere di lungo periodo e ispirati a criteri di mercato e non politici. E dalle parti della Farnesina otto esperti hanno già disegnato la geografia dei fondi sovrani.