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Scenari futuri

Contro il rischio di EuRussia serve un Nuovo Patto Atlantico

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Mentre il Sudest asiatico è concentrato sullo sviluppo economico, Europa e Russia sono bloccate da infiniti nodi politici, col risultato di uno scacco matto perpetuo. Oggi a Shanghai si inaugura la più grande Esposizione universale di sempre. A Bruxelles invece ancora non si sa che pesci prendere per risolvere il default finanziario di Grecia e Spagna. La Russia ottiene risultati: si pensi al successo del  gasdotto South Stream, al quale comparteciperanno, oltre all’Eni, anche i francesi di EDF. Ma l’economia russa vince solo grazie a una strategia politica.

Il nodo europeo tra Russia e Stati Uniti è sempre la Germania.

E’ pur vero che il congressista americano Bill Delahunt, responsabile della Commissione Esteri sull’Europa, sostiene che “non ci possono essere relazioni tra USA e UE senza la Russia”, ma l’ipotesi non trova mai sbocchi (EU-Russia centre).

Il punto è che la Germania da sola non ha la forza di sostenere la volta di questo nuovo cielo, come il titano Atlante. Servirebbe l’Europa.

Qual è il quadro geopolitico, partendo dalla Russia?
1. Arnold Toynbee in Civilisation on trial (Oxford press, 1948) sosteneva che i russi non fanno parte della civiltà occidentale ma della sua consorella bizantina. Questo dualismo si è sempre affacciato, dalle invasioni tatare, all’islam e ai tentativi di Napoleone e Hitler. La Russia negli ultimi cinquecento anni è stato un “impero sovrano” mai conquistato militarmente da potenze straniere. La sconfitta del 1989 ha colpito la dittatura antimoderna del comunismo, ma non la Santa Russia, che anzi è potuta risorgere dalle ceneri marxiste, guidata dalla chiesa ortodossa. Inoltre l’impero russo è sempre stato espansivo: Mosca non si è mai associata ad alleanze militari in cui non fosse la potenza egemone, esclusa quella - tattica e de facto - con gli angloamericani tra il 1941 e il 1945.

2. Mosca (e l’Europa) è sempre al bivio tra riformatori e nazionalstatalisti. Il presidente Medvedev è un esponente dei primi, identificati nei civiliki, la upper-class moscovita fatta di imprenditori, intellettuali e liberi professionisti. Putin è invece un esponente dei siloviki, termine derivato da Silovye Struktury (Silovye= forza). La Duma e i partiti attuali sono una copertura, ciò che conta sono gli “Atti di forza” all’interno del Cremlino, dove gioca sempre l’unico braccio operativo di un impero esteso da Berlino allo Stretto di Bering e dal confine cinese all’Artico: l’altro ieri la Ceka, ieri il Kgb, oggi l’Fsb.

3. Due anni fa, nel corso del suo insediamento, Medvedev delineò dodici riforme. Alcune di queste sono state mantenute ma rimane da definire la questione del trasferimento di potere dal Cremlino alla Duma, per mezzo di un pluralismo partitico, culturale e religioso che oggi è inesistente. Al di là della Chiesa ortodossa, vige l’Indifferentismo alla Oblomov, fatto di alcol e sfaldamento delle famiglie e delle nascite. A sud cercano di imporsi altre culture monolitiche, come il Califfato del Caucaso. Nel rinnovamento politico potrebbe rientrare Gorbacev (a capo di un partito menscevico?).

4. Di fronte a ciò la Russia (crescita prevista per il 2010: +5,5%) sta per entrare nell’organizzazione internazionale del Commercio (WTO).

Medvedev sostiene la necessità di far uscire la Russia dal neofeudalesimo, là dove alla coltivazione collettiva delle terre - con l’industria pesante statale - si è sostituita l’estrazione dei prodotti del sottosuolo: gas e petrolio. Secondo Medvedev si tratta invece di creare un sistema industriale privato  di medie dimensioni: sul modello americano, se non su quello padano.

“Dobbiamo continuare a trascinarci un’economia basata sulle materie prime, una corruzione cronica, il vecchio vizio di fare affidamento sullo Stato, sul mondo esterno, su qualche "onnipotente dottrina", su quello che volete, su chi volete ma non su noi stessi?”, queste le parole kennediane di Medvedev.


5. Mosca allarga la sua influenza nell’Est Europa: dopo l’unione doganale con la Bielorussia, è arrivato l’accordo sulla flotta del Mar Nero, che frutterà all’Ucraina uno sconto del 30% sul prezzo del gas.

Italia e Germania, per ragioni geografiche, sono tra i primi interlocutori del rinascente impero russo.

Gli accordi presi nel recente incontro tra Putin e Berlusconi sono gli ultimi di una lunga serie, ed ENI e Gazprom pensano di estendere la loro collaborazione anche in Libia e in Africa.

La Germania resta la maggiore esportatrice di merci in Europa, il che le ha permesso di gestire il riassorbimento della Germania comunista ed espandersi verso la stessa Russia, dove i tedeschi sono coinvolti nella realizzazione della Nuova Via della Seta ferroviaria, una TAV dedicata al trasporto di merci dalla Cina alla Germania, da  affiancare alla Transiberiana. Il progetto, cogestito dalla Siemens AG, si inserisce nel riammodernamento delle ferrovie russe, un colosso da 1,2 milioni di dipendenti, ma in realtà il progetto avrebbe conseguenze geopolitiche spaventose (crollo dei trasporti via mare e default del Mediterraneo, spaccature nella UE, ulteriore debordamento della Cina nella Siberia russa).

Tuttavia la Germania - da sola - non è in grado di supportare nemmeno la crisi greca, in cui si è dovuto reinserire il FMI “americano”, un segnale preoccupante per l’Unione Europea, sospesa tra derive euromediterranee, Eurussia e Nuovo Patto Atlantico.

Un nuovo accordo atlantico sarebbe diverso dalla Nato militare. Si tratterebbe piuttosto di delineare un’economia integrata tra Europa e Nord America, il che servirebbe a controbilanciare la crescita della Cina e delle altre tigri asiatiche.

Si tratta di scelte decisive, di fronte alle quali l’Europa dovrebbe presentare un profilo unitario che dimostra di non avere.

Per ricostruire l’unità transatlantica Obama ha bisogno che gli europei concedano dei vantaggi, in cambio dell’apertura dei mercati. Invece lo stop al processo di Doha ha bloccato le liberalizzazioni, proprio mentre il multilateralismo commerciale stava diventando il volto buono del multilateralismo politico, sempre fallito e sempre predicato. In ogni caso, per la Germania e l’Europa è finito il tempo di Giano bifronte.

 

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4 COMMENTS

  1. Si continua ad andare contro
    Si continua ad andare contro la Storia. La soluzione (a tre poli) a questo dilemma geopolitico è stata perfettamente illustrata da Carlo Pelanda in “La Grande Alleanza. L’integrazione globale delle democrazie”. Pelanda sostiene a proposito del destino geopolitico della Russia: “Un’alleanza molto forte con l’Europa e con gli Stati Uniti. Sull’argomento ho scritto un libro e sono quindi un po’ prevenuto, nel senso che sono a favore di questo scenario. Perché la sola alleanza Russia-Ue diventerebbe una rottura che spingerebbe gli Usa sempre di più verso la Cina. E questo non conviene. Invece un’alleanza a tre, con la Cina che resta in affanno, isolata, ricostruirebbe il potere dell’Occidente nel mondo. Come la Siria è il punto di cardine per tutta la riappacificazione del Medio Oriente, la Russia è il punto di cardine per determinare se tra vent’anni il mondo sarà nelle mani dei cinesi oppure in quelle del sistema occidentale.” E ancora:”la formazione dell’Aquila a tre teste (America, Europa e Russia) come nuova configurazione dell’occidente-nucleo capace di compensare il gap di scala per poter tenere sotto controllo l’Asia. Serviva un occidente più grande per trattenere il Giappone, convincere l’India a farne parte e pressare la Cina, il futuro nemico. Tale progetto di convergenza delle tre Rome (protestante, cattolica ed ortodossa) appare ora più necessario. E’ prevedibile che la maggior parte degli analisti lo irrideranno sostenendo che la realtà mostra la tendenza opposta. L’America vuole continuare da sola perché non si fida degli europei e di Mosca, l’Europa persegue l’autonomia e la Russia nuovamente l’impero. Per esempio, proprio in questi giorni Putin tenta di collocarsi sia come membro del G8 sia come partner della Cina (vertice del Gruppo di Shangai), la Ue emette segnali di distinzione con gli Usa e Washington rappezza come può il suo modello stellare un centro che instaura relazioni bilaterali con tutti. Così l’apparenza. La realtà è diversa: (a) Mosca sta gestendo la Cina come un problema e mai le sarà alleata; (b) le élite europee sono terrorizzate dall’idea di uno strappo con l’America; (c) e questa sa che da sola non ce la può più fare. Anzi è disperata e agisce unilateralmente perché deve e non perché vuole. Tokyo teme di essere assorbita dalla Cina e New Dehli di dover contenere Pechino da sola. Tutti questi stanno aspettando un progetto di nuovo impero di cui essere parte diretta o associata. Quindi è ora il momento migliore per lanciare la soluzione dell’aquila tricipite: risolve a tutti il problema, compreso quello islamico.”

  2. scenari
    E’ una buona analisi, solo non ho capito il titolo. Perchè EuRussia sarebbe un rischio ? A me sembra una grande opportunità, se non addirittura la soluzione dei nostri problemi. Le economie europea e russa sono naturalmente complementari, con la Russia che garantisce la sicurezza energetica e funge da grande mercato di sbocco dei prodotti europei. Inoltre una alleanza strategica del genere conferirebbe all’Europa il peso specifico politico e militare che le manca dal 1945.
    L’alternativa a EuRussia è una sola, Eurabia. Grazie, non la vogliamo !

  3. Il problema di Eurussia
    Grazie per i commenti qualificati. Volevo solo aggiungere che il problema –per Eurussia- consiste nell’evoluzione politica del Cremlino. Banalizzando: nella scelta tra Medvedev e Putin. Putin infatti permette di fare ottimi affari all’euroarea, ma si muove ancora e sempre in un’ottica imperiale “spartana” e non ateniese (là dove –di fronte alla crisi economica dell’antica Grecia dovuta alla crescita delle popolazioni, Corinto andò a creare colonie in Sicilia, Sparta andò a dominare con la guerra le polis vicine, e Atene creò il sistema democratico/commerciale: tre modelli affatto divergenti). Citando ancora Toynbee (Le civiltà nella Storia, Einaudi, 1950, p. 27), mentre la rivoluzione industriale è stata un fenomeno mondiale (la quarta globalizzazione dopo quella greca, la romana, le repubbliche marinare, la rinascimentale, e quella atlantica dopo la scoperta dell’America e i commerci con l’India), la realizzazione del Sistema parlamentare non è stata globale. Passando “dal piano economico a quello politico, il nostro orizzonte si contrae. La legge a cui obbedirono (secondo Lord Acton) i Borboni e gli Stuart… non era in vigore per i Romanov in Russia, per gli Osmanli in Turchia, i Timuridi nell’Indostan, i Manchu in Cina o i Tokugawa in Giappone”. Lì c’è una frontiera… Il parlamentarismo “si estese ad altri paesi dell’Europa occidentale e nelle comunità oltremare americane, ma non ebbe alcun potere oltre le frontiere della Russia e della Turchia”. Idem per la cultura, col caso del Rinascimento, sempre secondo Toynbee. Io non sono così drastico, ma rispetto all’Eurussia prospettata dagli europei (troppo simile all’assoggettamento del modello Eurabia, ora abbandonato da Sarkozy in favore del modello Euromediterraneo), preferisco un’Alleanza del nord, basata su solide basi democratiche, sul libero scambio, sulla fine delle mire espansioniste ai danni dei popoli associati.

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