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Contro il terrorismo D’Alema sbaglia alleati

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Massimo D’Alema ha lasciato il campo di regate di Valencia, visita tanto inopportuna, quanto utile ad avere una scusa qualsiasi, anche la più impresentabile, pur di non partecipare al Consiglio dei Ministri che ha destituito Roberto Speciale, ed è oggi in Siria. Una visita che preoccupa, perché il vice premier dà prova in questo campo di essere affetto da una incredibile e inguaribile sindrome post sovietica. Incapace di dotarsi di strumenti che gli permettano di guardare la realtà con gli occhi dell’oggi, il titolare della Farnesina ha infatti rilasciato una intervista all’Unità in cui formula sconcertanti analisi della crisi mediorientale. Innanzitutto, naturalmente, sostiene che la radicalizzazione perversa della crisi mediorientale e gli spazi all’azione di al Qaida in Libano e Palestina sono responsabilità - al solito - di Israele e di quei paesi che non gli hanno dato retta e non hanno dato sostegno al governo di unità nazionale palestinese “pur con i suoi limiti”. Il fatto che questi “limiti” siano costituiti dal fatto che Hamas e al Fatah continuano allegramente a spararsi nei denti e a uccidere i rispettivi comandanti militari, non tocca neanche il Nostro, che evidentemente attribuisce alla responsabilità israeliana anche la guerra civile interpalestinese. Il fatto che questi “limiti” che hanno impedito il sostegno al governo Haniyeh fossero la sua ribadita volontà di non riconoscere Israele a nessun costo, non turba neanche la coscienza del Nostro, che considera, come Prodi, quel diritto un fattore negoziabile, secondario, non imprescindibile.

Ma  D’Alema dà chiara prova di non avere la minima idea di quello che dice, di non avere minimamente studiato il fenomeno terrorista, di non avere letto libri, articoli, analisi, ma di basarsi solo sulla sua millantata “professionalità”, iniziata col grado  di “giovane pioniere”, là dove sostiene che “sono emersi segnali positivi” perché “sia Hamas, che la maggioranza delle organizzazioni palestinesi, che Hezbollah si sono schierati contro i gruppi jihadisti”. D’Alema evidentemente non sa cosa vuol dire jihad, non ha ancora compreso, a sei anni dall’11 settembre, cosa sia la cultura jihadista, non vuole rendersi conto di cosa sia Hamas e di cosa sia Hezbollah e quindi della ragione per cui queste contrastano al Fatah al Islam. La differenza tra questo gruppo, Hamas e Hezbollah, non è infatti in alcun modo in una diversa visione del mondo - che è identica - in una minore volontà di distruggere Israele - che è comune - in un odio razzista per gli ebrei - che è corale - non è insomma di strategia, ma di tattica, solo di tattica. Al Fatah al Islam è un gruppo marginale, dedito al piccolo cabotaggio criminale, al servizio della Siria, con pochi margini di autonomia. Hamas ed Hezbollah sono dei gruppi con ampio consenso popolare (questo acceca D’Alema che non vuole ricordare la lezione di Furet e De Felice e fa finta di non sapere che Hitler e Stalin godevano di ampio consenso di massa), con attività criminali radicate e con un rapporto di sudditanza politica, non gerarchica dal governo di Damasco. Il dissidio è forte, ma perché è una concorrenza sullo stesso mercato. Ma D’Alema, da buon sovietista, non è interessato alla realtà, quel che conta per lui è solo “la frase”, la propaganda, quel che gli importa è continuare a tirare stilettate contro Israele, continuare a flirtare con i jihadisti in camicia e cravatta, stringere la mano ad Assad, fare dispetti agli americani e soprattutto, innanzitutto, prima di tutto, non perdere i voti di Oliviero Diliberto e Franco Giordano.

 Per questo non legge, non studia, non dibatte, si limita a penose conferenze in cui legge il mondo con le lenti di un multilateralismo che sarebbe di per sé santo, mentre l’unilateralismo è diabolico (puri discorsi di metodo, senza alcuna indicazione strategica alternativa a quella americana, ben al di sotto dello stesso immobilismo di Chirac). Quel che deve fare come ministro degli Esteri non ha nessun rapporto con la posizione dell’Italia nel mondo, problema per lui assolutamente secondario rispetto alla “contraddizione principale”: come fare a rimanere al governo, a qualsiasi costo, con i voti dei partiti italiani alleati di Hezbollah e di Hamas. Senza neanche accorgersi, peraltro, che Fausto Bertinotti, che invece studia e dibatte e si interroga, gli ha dato molte lunghezze anche su questo terreno, sapendosi dissociare con fermezza proprio da Hamas e da Hezbollah, durante il suo recente viaggio in Medio Oriente.

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1 COMMENT

  1. Da oggi rassegno
    Da oggi rassegno virtualmente la mia carta d’identità ITALIANA. Mi rifiuto di essere cittadino (o suddito?) di un paese alleato con terroristi. Americani, posso venire da voi?

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