Contro la Bastiglia dei “diritti sociali” un po’ di populismo non guasta

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Contro la Bastiglia dei “diritti sociali” un po’ di populismo non guasta

26 Giugno 2009

Il populismo, almeno nella saggistica politica del nostro paese, non gode di buona stampa ma quando si prova a dire che cosa sia, quali ne siano le cause, e quali le caratteristiche salienti si entra nel regno delle ombre e comincia, assordante, la babele linguistica. Come gli storici contemporaneisti si dividono tra coloro che vedono nel fascismo il punto d’approdo dell’anticomunismo e coloro che lo considerano, invece, l’espressione più coerente dell’antiliberalismo latente nella cultura politica dell’Europa continentale, così studiosi e pubblicisti che scrivono sul populismo si dividono tra quanti lo ritengono il nemico giurato della democrazia e quanti, al contrario, pensano che la sua bestia nera non sia la “sovranità popolare” ma il liberalismo, inteso sostanzialmente come costituzionalismo ovvero sistema di ‘leggi fondamentali’, di freni e contrappesi volto a limitare l’onnipotenza del detentore del potere – monarca o popolo che sia.

Diciamo subito che la tesi del populismo come antidemocrazia è debolissima e non a caso la si ritrova in quella sinistra post-azionista che alle solide – per quanto unilaterali– categorie del marxismo ha sostituito la denuncia in chiave etica delle degenerazioni plebiscitarie e massmediatiche del nostro tempo. Partitocrazia, poteri forti e populismo – scrive ad esempio Paolo Flores d’Arcais ne Il sovrano e il dissidente. La democrazia presa sul serio. Saggio di filosofia politica per cittadini esigenti (Ed. Garzanti 2004) – sono “i requiem interscambiabili ( o all’unisono) del flauto magico che anestetizza la democrazia, e coi lupercali del privilegio esilia il cittadino. Solo la politica lo può salvare: la politica in più della ‘democrazia presa sul serio’”. Qualche anno prima, su ‘La Repubblica’ dell’8 aprile 2002, Stefano Rodotà, in tema di "Democrazia senza popolo", parlava del “contagioso populismo che caratterizza ormai l’intero nostro sistema politico” e che “è l’opposto di una presenza del popolo nell’insieme delle istituzioni, capace di far sentire la propria voce al di là del momento dell’investitura, non degradato a ‘carne da sondaggio’”. E ancor prima Gian Enrico Rusconi, nel saggio "Possiamo fare a meno di una religione civile?" (Ed. Laterza 1999), difendendo il ‘republicanism’, ovvero il controcanto democratico del liberalismo classico, dall’accusa di ‘buonismo’, faceva rilevare che, lungi dall’essere una dottrina edificante, il repubblicanesimo pone “al centro della sua analisi la corruttibilità della vita politica, le cui forme più insidiose sono il dispotismo (o il populismo, diremmo oggi), la disgregazione, la divisione della città/patria o la secessione (nel linguaggio odiermo)”. Come si vede, abbiamo un vero e proprio crescendo:populismo e dispotismo sono diventati termini intercambiabili sicché risulta arduo spiegare come mai la ‘terra promessa’ della democrazia, gli Stati Uniti d’America, abbia conosciuto non poche ondate populistiche che hanno semmai rafforzato ma non certo indebolito, la ‘sovranità popolare’ e la relativa ‘civic culture’.

In realtà, quando ai giudizi di fatto si sovrappongono i giudizi di valore il discorso politico diventa, come la poesia per Benedetto Croce, mera ‘espressione di sentimenti’ sicché alla verità effettuale si può tranquillamente sostituire la ‘profezia’ se non l’invettiva. E’ il mestiere di Barbara Spinelli che, nei suoi fondi su ‘La Stampa’, non sostiene, come pur sarebbe legittimo, che i leader populisti si ispirano a valori inaccettabili per la coscienza morale contemporanea ma che sono manichini riempiti di stereotipi.”Il regno dello stereotipo è solido” rileva nell’articolo "Apprendisti stregoni" (‘La Stampa’ del 16 febbraio 2003) “ma è al tempo stesso vuoto, immobile, impermeabile alle esperienze. Lo stereotipo è un’opinione rigidamente precostituita,e non a caso il populista se ne impossessa d’istinto. Proprio perché non ha proprie idee robuste, egli è abituato ad adottare le opinioni altrui – dei sondaggi o di una potenza più forte – e quando viene il momento cruciale non sa argomentare con le voci dissenzienti o con i sondaggi mutati”. George W. Bush e Tony Blair, quindi, intervenendo militarmente in Iraq, non avevano in mente nessun progetto, nessuna (per quanto sbagliata) missione ideale, nessuna ‘etica politica’ : le loro coscienze erano piume al vento dell’opinione pubblica, per definizione volubile e cangiante. Se analisi di questo genere dovessero misurare la decadenza culturale di una nazione, saremmo davvero messi male, assai male!

Ma lasciamo i predicatori ai loro pulpiti e torniamo al nostro tema. Se il populismo come antidemocrazia non porta molto lontano, il populismo come antiliberalismo va considerato attentamente. Non a caso è con questa interpretazione che hanno fatto i conti – che la accettassero o meno – i maggiori analisti del fenomeno, dai francesi Y. Meny e Y. Surel, all’inglese M. Canovan, dal greco Y. Papadopoulos agli italiani Marco Tarchi e Flavio Chiapponi, per limitarci a questi. Come scrivono nel loro libro, Populismo e democrazia (Ed. Il Mulino 2001), Yves Mény e Yves Surel: “ i regimi occidentali sono costruzioni eterogenee, pragmatiche e barocche che mescolano diverse eredità. E anche la componente populista fa parte della nostra concezione della democrazia e delle nostre istituzioni. La democrazia non può fare a meno del popolo proprio quando ha spinto gli artefatti del costituzionalismo a un grado così alto di raffinatezza. Dobbiamo convivere con questa parte di «populismo» insita nei principi costitutivi della democrazia, salvo negare le fondamenta stesse di questo modo particolare di organizzazione della comunità politica. Come il ‘visconte dimezzato’di Italo Calvino, che deve riconciliare le due parti antagoniste della sua personalità, le democrazie sono sempre alla ricerca di un equilibrio soddisfacente tra le loro due componenti. Il populismo ci ricorda, sotto forme spesso eccessive o addirittura sgradevoli, che le costruzioni più elaborate del governo degli uomini non possono ignorare il popolo a favore delle élite, i comuni mortali a favore degli esperti, le aspirazioni al cambiamento di fronte alle regole ferree delle carte dei diritti fondamentali”. Gli autori , pur non sempre limpidi e coerenti nella loro analisi, per quel che riguarda la dimensione ideologica, non hanno dubbi: il “principio superiore” che sta alla base del populismo è semplice e inequivocabile:” il popolo può fare e disfare quello che vuole, perché nulla deve fermare una pulsione che è diretta emanazione del popolo. Questa logica, ereditata dalla rivoluzione francese nella sua versione illiberale, ha una sua coerenza. Se il popolo è la fonte del potere, nulla può limitare la sua capacità di decidere e di criticare. Nel populismo c’è Rousseau, Robespierre e Marx, mentre la sua critica si dirige contro gli eredi di Montesquieu, di Sieyès, di Tocqueville”. Come fa rilevare Flavio Chiapponi (Scuola pavese, linea Mario Stoppino/Giorgio Fedel), commentando le tesi di Mény e Surel nel saggio Un tema controverso: il neo-populismo (‘Quaderni di scienza politica’ VII, 2001, n..3) "si potrebbe concludere che la costruzione di questo sistema di credenze avviene in negativo, giacché si definisce in opposizione alle prescrizioni costituzionali del liberalismo”. E’, in definitiva, la conclusione alla quale giunge Margaret Canovan, nell’ articolo su ‘Political Studies’ (XLIII, 1999, n.1), "Trust the People!".”E’ difficile negare, vi si sostiene, che i concetti di potere popolare e decisione popolare siano centrali per la democrazia”. Nella sintesi che ne fa Chiapponi, “Più che antidemocratico, il populismo è anti-istituzionale: non rigetta solo il costituzionalismo, ma qualsiasi mediazione che si frappone fra il popolo e l’esercizio effettivo del potere. Si comprendono dunque la preferenza per la democrazia diretta o partecipativa, da una parte, e la critica della rappresentanza, dall’altra”. La Canovan non mostra particolari simpatie per il fenomeno che analizza ma, per adoperare la dicotomia di Francesco Alberoni, ne fa il polo ‘movimentista’ della dialettica movimento/istituzioni. E’ significativo quanto scrive nell’articolo – dal titolo non poco emblematico – "Il populismo come l’ombra della democrazia" (‘Europa/Europe’2, 1993):” Si potrebbe anche sostenere questo parallelismo: come le chiese necessitano di un’occasionale esplosione di fondamentalismo per infondere vita in istituzioni ormai ossificate, così le democrazie hanno bisogno dell’insorgere occasionale di populismo per scuotere i partiti e per costringerli a tener conto delle rivendicazioni popolari”.

Mettendo da parte gli annosi problemi relativi alla natura, alla genesi, alle funzioni sociali del populismo, ci si chiede, però, dinanzi alle due diverse definizioni e contrario del populismo (antidemocrazia e antiliberalismo) se non ne venga trascurato qualche aspetto cruciale. In particolare, siamo veramente sicuri dell’incompatibilità tra liberalismo e populismo? E non dice nulla il fatto che gli inventori della “democrazia dei moderni”, i nordamericani, siano anche i più gelosi custodi dell’istituzionalismo liberale?

In un saggio, "Il populismo postmoderno", pubblicato sul numero d’”Ideazione” dedicato a "Le virtù del populismo" (marzo-aprile 2000), Paul Piccone sembra aver intravisto il problema.” Il liberalismo”, ha osservato,”presuppone dei principi fissi, universalmente validi e inviolabili, non sottoponibili a decisione democratica. Introduce così un ulteriore livello di autorità trascendentale al di sopra di qualsiasi corpo elettorale democratico; un elemento di autorità non democratica del tutto indipendente dal controllo popolare. Tutto ciò è un aspetto di quell’ideologia illuminista che sostituisce la ragione all’autorità divina e i ‘diritti’ all’ethos tradizionale, spianando la strada al potere di una casta di guardiani di tali diritti, responsabili solo di fronte a se stessi e il cui potere è fondato sul sapere piuttosto che su di un’autorità moral"e”. Non concordo con l’ispirazione schmittiana del compianto Piccone ma credo che egli abbia sottolineato un punto decisivo: quello del ‘complesso dei diritti’ che limitano l’ambito decisionale della sovranità popolare. Quando quel complesso era ristretto a pochi diritti fondamentali – come nell’800 e per buona parte del ‘900 – il populismo come versante impetuoso, ‘momento francescano’ della democrazia, poteva venir visto come una minaccia o come un ricostituente organico, per così dire, ‘troppo forte’: al sovrano popolare che diventava sempre più invadente gli individui opponevano le ‘libertà’ al plurale, i diritti imprescrittibili (vita, libertà, proprietà), il garantismo e l’habeas corpus. In una situazione molto diversa in cui ‘interesse pubblico’, ‘protezione sociale’ e ‘Welfare State’ hanno dilagato nei codici restringendo enormemente il potere degli individui di muoversi, di innovare, di inventarsi sempre nuovi rapporti sociali, di salvaguardare la loro privacy e i loro beni, le istituzioni che incanalano la volontà popolare non hanno più lo stesso significato di un tempo. Insomma, “Diritto versus Politica”, certamente, ma un conto è se dietro il primo stanno gli individui (con i loro ‘diritti soggettivi’) e dietro la seconda il cosiddetto’ interesse collettivo’, un conto ben diverso è se si verifica il contrario ovvero che ci si affidi (a ragione o a torto) al piano politico per difendere gli individui dall’esuberanza del sociale – sancita nelle leggi. Paradossalmente, in un’ottica liberale, potrebbe essere la determinazione populista a “riaprire i giochi” in uno stato sociale col fiato corto, l’asso della manica di un rinnovato liberalismo.

Se fosse vera la diagnosi che i pochi liberali sopravvissuti in Italia – da Giuseppe Bedeschi a Piero Ostellino– fanno nei loro articoli, che la nostra società è sempre più simile a una società d’ancien régime, con i suoi poteri forti, i suoi bastioni sindacali, i suoi signori della comunicazione, i suoi statuti speciali, il richiamo (v. Rodotà, Zagrebelski etc.) allo ‘spirito delle istituzioni’ per contenere l’effervescenza populistica non equivarrebbe affatto a tutelare la democrazia liberale dal fondamentalismo democratico ma sarebbe la ‘razionalizzazione’ di chi si fa scudo delle leggi esistenti per scongiurare un nuovo assalto alla Bastiglia. Un’operazione che il buon Marx avrebbe definito ‘falsa coscienza’ in quanto tesa a difendere concreti privilegi – assicurati dalle leggi e dalle stesse costituzioni vigenti – in nome del Diritto e dei limiti (peraltro sacrosanti) da porre all’arbitrio dei sovrani.

Con questi rilievi non intendo certo fare l’apologia del populismo, nei suoi diversi aspetti ideologici e pratico-politici. La redistribuzione delle carte può venir chiesta in molti modi e non sono pochi quelli che minacciano non solo di far saltare il banco ma di chiudere baracca e burattini (ad es., con la minaccia di secessione). Questa consapevolezza, tuttavia, non deve far chiudere gli occhi sul malcostume intellettuale e giornalistico, ormai invalso da decenni, che bolla come ‘populista’ogni tentativo di ridar fiato alla “populace”, a quell’uomo della strada, o ‘uomo qualunque’, che, in teoria, resta il titolare della sovranità. (Fino a quando i magistrati progressisti non stabiliranno che non è più un minorenne ma un minorato da tenere sotto tutela permanente).