Contro l’immigrazione clandestina non serve la “legge del Kebab”

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Contro l’immigrazione clandestina non serve la “legge del Kebab”

28 Gennaio 2009

E ora tocca al Kebab: l’infinita serie di provvedimenti legati in qualche modo all’immigrazione che parlamento, comuni e istituzioni varie assumono si è arricchita di un nuovo piatto. Il provvedimento del comune di Lucca, che vieta “ristoranti di altra etnia” nell’area del centro storico, segue l’esatta impostazione di tutti i suoi predecessori: preso in sé rischia di essere demente, se fosse però inserito in un serio contesto riformatore e regolatore dell’integrazione di etnie e culture, potrebbe essere assolutamente valido. La demenza del provvedimento è evidente, là dove auspica che comunque venga inserito un qualche piatto della tradizione culinaria toscana nei menù etnici. Il solito pastrocchio da azzeccagarbugli, che banalizza e rende tragicomico un tema drammatico.

Se in Italia vi fosse una qualche traccia di una cultura urbanistica, se le nostre star mondiali dell’architettura sospendessero per un attimo l’emissione delle loro parcelle milionarie per costruire grattacieli, sarebbe chiaro il disastro che si è verificato in questi ultimi dieci anni nei centri storici del centro nord. All’inizio, appare in un quartiere, una macelleria haram, che vende carne macellata secondo la shari’a; passano pochi mesi e il macellaio affitta un seminterrato e vi apre un “centro di cultura”, in realtà, una moschea; contemporaneamente qualcuno impianta sempre nell’area di quel isolato, prima un negozio per chiamate telefoniche internazionali e infine uno sportello per l’invio di denaro – lecito e illecito – in patria.

I negozi di Kebab, intanto, sono già fioriti e strapieni. Les jeux sont faits, su queste palafitte, naturaliter, si costruisce aggregazione abitativa e sociale. E’ passato un anno dall’apertura della macelleria e quella che da mille anni era una strada di vecchi, vecchissimi residenti, è diventata un micro ghetto. Questo è avvenuto a Canneto il Lungo e in via Pré a Genova, a Porta Palazzo e a S, Silvario a Torino; a via Sarpi  – con i cinesi – a Milano; in piazza Vittorio a Roma, a Parma, a Brescia, ovunque.

E’ indispensabile dunque che nel paese si sviluppi una discussione che permetta ai comuni  – nella loro autonomia – di comprendere innanzitutto che la politica delle licenze commerciali è oggi fondamentale, strategica e poi di definire le linee di loro distribuzione nel contesto urbano. Se questo processo si avvierà, Lucca avrà il merito di avere spezzato il ghiaccio (ma segnalo che Alba l’ha preceduta di un anno). Se no, quel provvedimento, finirà tra le mille inutili grida che intasano i tombini delle principali piazze del nostro paese.