Contro lo sciopero dei Tir servono vere liberalizzazioni

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Contro lo sciopero dei Tir servono vere liberalizzazioni

12 Dicembre 2007

C’è poco da fare, il nemico del mio
nemico dev’essere mio amico per forza. Le forze politiche e l’opinione
“organizzata” di centro-destra hanno scelto, davanti allo sciopero dei tir che
ha mandato in tilt l’Italia, di stare con gli autotrasportatori.

Per buona
parte, contano comprensibili ragioni di bottega: una certa prossimità con la
categoria, la vicinanza anche personale ad alcuni rappresentanti del suo
sindacato, il calcolo – sempre legittimo, per chi sta all’opposizione – di
capitalizzare sulla protesta anti-governativa. Ma forse, almeno i toni
andrebbero un po’ rivisti.

L’elettorato moderato ha (giustamente)
allergia per qualsiasi forma di protesta aggressiva. Non è vero che trovandosi
i benzinai senza benzina e i giornalai senza giornali maledirà il governo.
Maledirà semplicemente quelli che si vede lì davanti, come responsabili con
nome e cognome di questa situazione: gli autisti di tir. E’ vero che i blocchi
stradali e gli episodi di vandalismo non sono la protesta, ma un suo
sottoprodotto. Però non si capisce bene perché noi si debba provare un moto di
tolleranza e di empatia, davanti a manifestazioni così patentemente odiose.

A monte, vale forse la pena di fare
qualche considerazione. La protesta degli autotrasportatori, ha ragione Oscar
Giannino, assomiglia molto alla rivolta dei tassisti contro Pierluigi Bersani.
E l’una e l’altra dovrebbero indurre il centro-destra a qualche ripensamento.

Un’idea molto diffusa, perlomeno in quel
segmento dell’opinione pubblica che si riconosce nei valori della libera
impresa, è che il lavoro autonomo stimoli indipendenza e responsabilità, e che
al contrario l’impiego dipendente si accompagni a una maggiore avversione al
rischio e a una mentalità più conservativa. Sembrerebbe essere vero, come
regola generale. Tuttavia, alcuni “lavori autonomi” sono ormai così
minuziosamente normati e regolamentati, che non presentano più la minima
traccia dei caratteri tipici dell’imprenditorialità.

Era vero per i tassisti, è vero per gli
autotrasportatori. Gli uni e gli altri hanno protestato per il più classico dei
motivi che porta in piazza gli impiegati pubblici: la difesa di diritti
acquisiti.

C’è sicuramente un punto condivisibile,
nelle loro rivendicazioni. Entrambi s’arrabbiano perché dicono che non si
possono cambiare regole a partita iniziata. Li imbestialisce il mutamento delle
regole sotto le quali operano, che ritengono peggiorativo per gli attori
economici in attività. Al limite, uno potrebbe dire: se avessi saputo che
avrebbero aumentato le licenze di taxi, non ne avrei comprata una. C’è un che
di ragionevole, in questo argomento, anche se va preso con le molle: non può
applicarsi alla stessa maniera, ad un tassista che abbia acquistato una licenza
due anni fa, e a uno che  invece
scorrazza gente da vent’anni.

Certo è che battersi per mantenere lo
sconto sul gasolio, quindi direttamente a difesa di un privilegio, o contro
l’autocertificazione per veicoli al di sotto delle 3,5 t, quindi a vantaggio di
una professione, non è esattamente dar prova di grande spirito imprenditoriale.

Si può imputare al governo e al ministro
Bianchi in particolare una certa insensibilità verso la categoria (non aver
calcolato il possibile impatto di uno sciopero annunciato è particolarmente
grave) ma cosa avrebbe detto, l’opinione pubblica di centro-destra, se davanti
a una protesta degli insegnanti l’esecutivo avesse subito capitolato? Avrebbe
detto “vergogna”, e un po’ di coerenza dovrebbe portarci a non dire, ora,
“vergogna”, se almeno in questa vertenza (diversamente da quanto fatto da
Bersani sui tassisti) Prodi tiene duro.

In generale, agli autotrasportatori bisognerebbe
rispondere come ai tassisti: liberalizzando davvero. Che significa abbassare le
barriere all’entrata per nuovi competitori, ma anche diminuire i vincoli per
gli operatori attuali. Al limite, trovando un qualche meccanismo di
compensazione – ma solo a quel punto – per chi vede veramente peggiorare la
propria situazione, a causa della maggiore concorrenza.

Il problema è che a quel punto non ci si
arriva mai. L’elevata regolamentazione fa sì che gli operatori economici si
abituino alla gabbia in cui stanno: la loro priorità è mantenere un certo
spazio, nella gabbia, per ciascuno degli attuali detenuti. La politica ragiona
sulla stessa frequenza d’onda, dopotutto la gabbia l’ha disegnata lei, ma si
avvita sullo spazio che intercorre fra le grate. Si finisce a giocare con
regole che andrebbero semplicemente cancellate.

Il risultato è pessimo, per noi tutti.
Abbiamo categorie intere di possibili imprenditori, degradate al rango di
percettori di privilegi. Il che non ha impatto solo sul modo in cui interagiscono
col governo, ma influenza evidentemente anche la catena d’incentivi a cui
rispondono, diminuendone l’efficienza e l’attenzione all’utente. Per ovviare a
questo problema, pensiamo di usare “liberalizzazioni” che non liberalizzano, ma
smontano e rimontano regole inserite nello stesso orizzonte concettuale.

Allora, chi vuole un’Italia diversa non
può limitarsi ad esaltare per uno sgambetto al governo – e neppure può
esaltarsi se dei piccoli imprenditori, che non ragionano più come tali,
mostrano i muscoli. Bisognerebbe dire: tutto sbagliato, tutto da rifare.