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Contro lo sciopero dei Tir servono vere liberalizzazioni

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C’è poco da fare, il nemico del mio nemico dev’essere mio amico per forza. Le forze politiche e l’opinione “organizzata” di centro-destra hanno scelto, davanti allo sciopero dei tir che ha mandato in tilt l’Italia, di stare con gli autotrasportatori.

Per buona parte, contano comprensibili ragioni di bottega: una certa prossimità con la categoria, la vicinanza anche personale ad alcuni rappresentanti del suo sindacato, il calcolo - sempre legittimo, per chi sta all’opposizione - di capitalizzare sulla protesta anti-governativa. Ma forse, almeno i toni andrebbero un po’ rivisti.

L’elettorato moderato ha (giustamente) allergia per qualsiasi forma di protesta aggressiva. Non è vero che trovandosi i benzinai senza benzina e i giornalai senza giornali maledirà il governo. Maledirà semplicemente quelli che si vede lì davanti, come responsabili con nome e cognome di questa situazione: gli autisti di tir. E’ vero che i blocchi stradali e gli episodi di vandalismo non sono la protesta, ma un suo sottoprodotto. Però non si capisce bene perché noi si debba provare un moto di tolleranza e di empatia, davanti a manifestazioni così patentemente odiose.

A monte, vale forse la pena di fare qualche considerazione. La protesta degli autotrasportatori, ha ragione Oscar Giannino, assomiglia molto alla rivolta dei tassisti contro Pierluigi Bersani. E l’una e l’altra dovrebbero indurre il centro-destra a qualche ripensamento.

Un’idea molto diffusa, perlomeno in quel segmento dell’opinione pubblica che si riconosce nei valori della libera impresa, è che il lavoro autonomo stimoli indipendenza e responsabilità, e che al contrario l’impiego dipendente si accompagni a una maggiore avversione al rischio e a una mentalità più conservativa. Sembrerebbe essere vero, come regola generale. Tuttavia, alcuni “lavori autonomi” sono ormai così minuziosamente normati e regolamentati, che non presentano più la minima traccia dei caratteri tipici dell’imprenditorialità.

Era vero per i tassisti, è vero per gli autotrasportatori. Gli uni e gli altri hanno protestato per il più classico dei motivi che porta in piazza gli impiegati pubblici: la difesa di diritti acquisiti.

C’è sicuramente un punto condivisibile, nelle loro rivendicazioni. Entrambi s’arrabbiano perché dicono che non si possono cambiare regole a partita iniziata. Li imbestialisce il mutamento delle regole sotto le quali operano, che ritengono peggiorativo per gli attori economici in attività. Al limite, uno potrebbe dire: se avessi saputo che avrebbero aumentato le licenze di taxi, non ne avrei comprata una. C’è un che di ragionevole, in questo argomento, anche se va preso con le molle: non può applicarsi alla stessa maniera, ad un tassista che abbia acquistato una licenza due anni fa, e a uno che  invece scorrazza gente da vent’anni.

Certo è che battersi per mantenere lo sconto sul gasolio, quindi direttamente a difesa di un privilegio, o contro l’autocertificazione per veicoli al di sotto delle 3,5 t, quindi a vantaggio di una professione, non è esattamente dar prova di grande spirito imprenditoriale.

Si può imputare al governo e al ministro Bianchi in particolare una certa insensibilità verso la categoria (non aver calcolato il possibile impatto di uno sciopero annunciato è particolarmente grave) ma cosa avrebbe detto, l’opinione pubblica di centro-destra, se davanti a una protesta degli insegnanti l’esecutivo avesse subito capitolato? Avrebbe detto “vergogna”, e un po’ di coerenza dovrebbe portarci a non dire, ora, “vergogna”, se almeno in questa vertenza (diversamente da quanto fatto da Bersani sui tassisti) Prodi tiene duro.

In generale, agli autotrasportatori bisognerebbe rispondere come ai tassisti: liberalizzando davvero. Che significa abbassare le barriere all’entrata per nuovi competitori, ma anche diminuire i vincoli per gli operatori attuali. Al limite, trovando un qualche meccanismo di compensazione - ma solo a quel punto - per chi vede veramente peggiorare la propria situazione, a causa della maggiore concorrenza.

Il problema è che a quel punto non ci si arriva mai. L’elevata regolamentazione fa sì che gli operatori economici si abituino alla gabbia in cui stanno: la loro priorità è mantenere un certo spazio, nella gabbia, per ciascuno degli attuali detenuti. La politica ragiona sulla stessa frequenza d’onda, dopotutto la gabbia l’ha disegnata lei, ma si avvita sullo spazio che intercorre fra le grate. Si finisce a giocare con regole che andrebbero semplicemente cancellate.

Il risultato è pessimo, per noi tutti. Abbiamo categorie intere di possibili imprenditori, degradate al rango di percettori di privilegi. Il che non ha impatto solo sul modo in cui interagiscono col governo, ma influenza evidentemente anche la catena d’incentivi a cui rispondono, diminuendone l’efficienza e l’attenzione all’utente. Per ovviare a questo problema, pensiamo di usare “liberalizzazioni” che non liberalizzano, ma smontano e rimontano regole inserite nello stesso orizzonte concettuale.

Allora, chi vuole un’Italia diversa non può limitarsi ad esaltare per uno sgambetto al governo - e neppure può esaltarsi se dei piccoli imprenditori, che non ragionano più come tali, mostrano i muscoli. Bisognerebbe dire: tutto sbagliato, tutto da rifare.

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4 COMMENTS

  1. tir SELVAGGIO
    Salve volevo solo commentare questo articolo con un semplice :
    chi non è del mestiere e non conosce la categoria e i suoi problemi profondi dovrebbe far meno di strombazzare frasi fatte la liberalizazzione nel nostro mondo ha creato dislivelli economici mostruosi ha dato modo alla criminalità di inserirsi in un mondo dove è possibile reciclare il denaro facilmente ed in breve tempo perchè costi altissimi di gestione mensili nascondono altri fini chi veramente è allo stremo sono quelli che lavorano 17-18 ore al giorno e portano a casa stimpedi da operaio specializzato
    perchè prima di fare un bel giro di parole non vi informate con studi attenti su il perchè e il percome si arrivi a degli atti così estremi ?

  2. Liberalizzazione? No grazie!
    La liberalizzazione sarebbe utile se nel tempo ci fosse stato un aumento di fatturato e non solo di costi. Tutto invece è fluttuato su una concorrenza sleale tra aziende e su speculazioni dei committenti; sì,speculazioni basate su pseudo-ricatti in quanto i trasportatori,per lavorare, hanno sulle proprie spalle mutui ed ingenti impegni economici. Liberalizzare può essere una buona soluzione se si mettono in competizione aziende con le stesse caratteristiche; qua invece si parla di imprenditori (italiani) che non possono sostenere ulteriori pressioni.

    Non c’è una classe politica meritevole di tal nome…e non faccio differenze fra dx e sx. Non è giusto scaricare i problemi ad altri invece d’affrontarli: ora tocca a questo governo fare qualcosa che dia la possibilità, a gente che si sacrifica, di lavorare in condizioni accettabili (e non parlo solo per gli autisti di tir).

    Non è questione di gasolio o che altro ma di un aumento del costo della vita imputato agl’imprenditori in generale dove quest’ultimi invece hanno dovuto subire delle riduzioni d’incasso non indifferente. Ma quest’aumento…chi l’ha incassato?? Chi ha guadagnato sulle spalle di chi lavora veramente?? E’ ora di far chiarezza, di dare un volto a chi sta mettendo in crisi nera questo paese nascondendosi dietro ad uno o all’altro sciopero dettato dalla disperazione di uomini che vedono meno la possibilità e la garanzia di un lavoro duro come (in questo caso) quello dell’autotrasportatore! L’unica liberalizzazione a cui ho assistito è stata quella delle compagnie assicurative: bella presa in giro!

  3. Liberalizzazioni
    Strappa un sorriso che, tutte le volte che si parla di liberalizzazioni, qualcuno se ne salti fuori dicendo che il settore in questione è diverso dagli altri. Lo affermano oggi i camionisti, l’hanno sostenuto ieri tassinari e farmacisti, in altri momenti la specificità è stata invocata per l’energia e le tlc, il trasporto pubblico e il gas, eccetera. Invece, le regole economiche quelle sono e quelle restano, ovunque e comunque. E liberalizzare, cioè togliere le barriere all’ingresso, ovunque e comunque genera efficienza e competitività e sgretola le rendite di posizione. Ha perfettamente ragione Mingardi a dire che, per quieto vivere, occorre quando si liberalizza trovare forme di compensazione dei danneggiati, cioè di coloro che la rendita la perdono. Ma neppure bisogna perdere di vista il fatto che le rendite sono e restano ingiusti privilegi. Né, in questo caso (come in quello dei tassisti) è tollerabile il ricorso a metodi di protesta che infrangono, quelle sì, ogni forma di pace sociale. La serrata degli autotrasportatori ha danneggiato milioni di incolpevoli cittadini che, come gli autisti di tir, devono arrivare a fine mese in un paese ingessato. E loro, chi li risarcisce?

  4. Liberalizzazione dei taxi
    Sono un ex-tassista,ora in pensione.Ho venduto la licenza per una cifra considerevole nell’anno 2000.Se ora si liberalizzano i taxi chi risarcise la persona che ha comprato la mia licenza?
    Da notare che io non sono diventato ricco dopo 24 anni di servizio taxi.La mia pensione e’ di 540 euro al mese.

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