Cornelio Fabro, l’anima critica della Chiesa

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Cornelio Fabro, l’anima critica della Chiesa

05 Dicembre 2008

Chi è Cornelio Fabro? Carneade chi era costui? Oggi in molti riformulerebbero la celebre domanda di Don Abbondio. Perché, oggi, molti, cattolici in primis, sono orfani di se stessi. Non hanno soltanto perso i padri, si sono persi, prima di tutto, come figli. Non appartengono più a nessuno, neppure al loro dolore per la perdita di patrimoni giganteschi della cultura e dello spirito. Il nichilismo si dice in molti modi e il mio amico Baget Bozzo scrisse in un libro sull’Anticristo che anche il buon cattolicesimo italiano ed europeo ha il suo, di nichilismo. I fatti sono testardi e documentano meglio di enciclopedie di parole.

Detto questo, avanzo ancora, insistendo: chi è Cornelio Fabro? Padre Cornelio Fabro, innanzitutto. Sacerdote, religioso, rivalutato enormemente e giustamente dalla Congregazione del Verbo Incarnato, che legge Tommaso d’Aquino per quel che ancora è, per l’universo (e inconsapevole mondo): il Dottore della Chiesa. L’anima insostituibile di una laicità teologica che dà origine alla “Summa” domandandosi se esista o no la teologia e poi Dio: altro che laici da talkshow! Il pensiero critico e la ragion critica devono qualcosa, forse, più a Tommaso che a Kant, quel qualcosa di inestirpabile e di laterale, insomma un “pensiero laterale” che ha sfondato le pareti dell’ovvietà e del noto. Quel noto che, perché tale, non è mai conosciuto. Ebbene, Schoepflin, con senso spirituale e acume teologico, attraverso la montagna di sapere e di sapienza di Fabro, per ricondurre noi alla consapevolezza non tanto e soltanto di una perdita, ma di una possibilità. Nuova, perché anche l’antico è nuovo, nel mondo degli ignoranti, anche di quelli assiduamente frequentatori di tonache (quando ci sono) e oratori (vedi sopra).

Fabro diceva sempre di essere non un “neotomista”, ma un “tomista”. Ed è così. Ma, allora, perché un tomista a diciotto carati come lui si va ad invischiare con Kierkegaard, il protestante danese che fa del paradosso la luce ed il metodo dell’avvenimento cristiano? Per due ragioni, che Schoepflin esplora in lungo ed in largo: primo, perché il religioso teologo era dotato di forte tempra intellettuale e, dunque, sapeva dove andare a pescare; egli sapeva bene che Kierkegaard, da lui letto, riletto e ovviamente tradotto, aveva la cifra della modernità drammatica, per dirla con Balthasar, quella che segna in lungo e in largo le spoglie della libertà come adesione faticosa, ma verace, alla verità. Fabro leggeva il teologo danese – perché di teologia si tratta – come un maestro dello spirito, non solo come un pensatore geniale, dunque in lui, esattamente come Balthasar faceva con Hegel, coglieva luci ed ombre tipiche del percorso spirituale. E’ tipico dei grandi spiriti non aver paura né della croce, né del percorso che conduce alla consapevolezza dei propri talenti, che spesso coincide con quello del peccato e della caduta. E, si badi, queste perle furono scritte dal padre-teologo, professore a Perugia e di molti maestro, negli anni Settanta! A ridosso del grande crash nichilistico del ’77 e delle comunità desideranti in piena attività, per citare il guru di quegli anni, Gilles Deleuze. Quel tempo, secondo Fabro, era segnato dall’equivoco, un teismo senza Dio (formidabile l’opera del Nostro dedicata proprio a Dio: oggi si legge Vito Mancuso, prefàto da un Cardinale di Santa Romana Chiesa…mi pare sia cambiato qualcosa, nella Chiesa e nella società…), nella migliore delle ipotesi, forse già qualcosa di più e di altro. Il giudizio di Paolo VI – c’è fumo di Satana nella Chiesa – faceva parte del background naturale di un tomista abituato a vagliare tutto ed a trattenere il valore, sì, ma non in ginocchio di fronte al mondo. Maritain ebbe cedimenti, Fabro mai. Trattengo un passaggio di Schoepflin su questo lavoro critico del maestro tomista: “E’ errato partire dalla constatazione di questo fallimento per procedere alla ricerca di una soluzione, di vie nuove che siano consone all’uomo moderno; in realtà, si deve procedere a una diagnosi di fondo e poi tornare indietro, ritrovare il fondamento. La diagnosi deve essere franca e spregiudicata, affinché la cura sia “radicale”; e il ritorno alle radici deve cominciare oggi, non può essere rimandato, deve essere il compito di ciascuno, e ciascuno deve attingere le risorse nel profondo della propria intimità e singolarità e della propria coscienza di essere peccatore davanti a Dio, rifiutando qualunque compromesso con la cultura e la mondanità (…) (p.45). Ecco, questo momento ci aiuta a capire in che senso Tommaso d’Aquino e Kierkegaard siano contemporanei di Fabro: la realtà oggettiva del cristianesimo, che fonda la cristianità come cultura e civiltà, si legge e rilegge sempre a partire dal filtro della tradizione ecclesiale, ma essa non è qualcosa di esterno al moto interiore dell’anima, bensì correlato ad esso, indisgiungibile addirittura. Ritornare alle radici vuol dire ritornare alla verità come fattore oggettivo di cultura e soggettivo di edificazione della coscienza. Così, l’Aquinate parla del reale, mentre Kierkegaard insegna a coglierlo come occasione di sviluppo spirituale e umano. La spregiudicatezza di Fabro è quella di un moderno non modernista e di un apologeta della tradizione non tradizionalista. Francamente, un unicum nella storia della teologia italiana. E non solo italiana. A fianco di questa apertura intellettuale – che segna l’anima quodammodo omnia, l’anima aperta a tutto, a tutta la realtà -, vi è la devozione ai Santi, a Santa Gemma Galgani, adoratrice della Croce e attraversata da particolari doni di grazia per la via del capro espiatorio, per dirla con Girard, infine alla Santa Chiesa come Magistero, Ordine spirituale, morale ed intellettuale e affascinante Sposa di Cristo. Fabro comprese tutto questo e visse radicalmente le sofferenze dell’intelligenza – che molta, molta sofferenza produce, come recita il Qoèlet – e della storia devastatrice e rigeneratrice. La verità è sempre sinfonica. E maestri di questa particolare musica ve ne sono ancora, forse. Intanto, riscopriamo Fabro. E’ un volto di certa verità e di chiaro nitore.