Cosa c’è dietro l’intesa firmata tra Salafiti ed Hezbollah

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Cosa c’è dietro l’intesa firmata tra Salafiti ed Hezbollah

23 Agosto 2008

Nel quadro di una crisi mondiale sempre più estesa gli sviluppi recenti della situazione libanese possono essere letti come un indizio di quello che accadrà nella sfera delle forze jihadiste mondiali nell’imminente futuro. Hezbollah, la principale organizzazione filoiraniana della regione, e diversi gruppi salafiti ha firmato un memorandum d’intesa contenente le linee guida di una “lotta contro l’America”.

Un osservatore ingenuo potrebbe dubitare che una cosa del genere sia destinata ad avere effetti sulle nostre vite. Gli eventi di Beirut, però, influiscono direttamente sulla guerra al terrore o, per la precisione, sulla guerra jihadista contro le democrazie occidentali. La ragione è questa.

I due alberi. Nei miei ultimi tre libri (la cosiddetta “trilogia del jihad di domani”) ho descritto la rete mondiale del jihadismo come una coppia di grandi alberi. Il più grande è l’albero salafita, emanazione dei circoli sunniti radicali, nella quale si riconoscono soprattutto i wahhabiti, i Fratelli Musulmani e i deobandi. Esso è andato evolvendosi, però, e alcuni dei suoi rami si sono trasformati in strati radicali. Al-Qaida è una delle ultime mutazioni, attualmente la più radicale.

L’albero khomeinista, incentrato sul regime iraniano, ha un solo ramo. È una struttura centralizzata e dispone di prolungamenti disciplinati in tutta la regione, composti soprattutto da Hezbollah fuoriusciti dal Libano.

Ciascuno dei due “alberi” ha una visione del mondo e un jihad da portare a compimento. Essi dissentono su molti piani, e si contendono i cuori e le menti dei musulmani sparsi per il mondo.

A dispetto di questa “inimicizia fraterna”, tuttavia, i loro ordini del giorno presentano due punti in comune: il primo è contrastare l’ascesa della democrazia nella regione, il secondo è distruggere il sostegno che l’America garantisce a quella democrazia.

Il jihad salafita e il jihad khomeinista hanno sempre fatto mostra di non accettare le dottrine e i progetti della parte rivale. Ma a dispetto dei loro bisticci ideologici sono talvolta riusciti a trovare un terreno comune quando ha fatto loro comodo, e alcuni salafiti jihadisti hanno collaborato con l’Iran e con il suo alleato siriano, anche se la maggior parte dei salafiti è fortemente critica nei confronti del khomeinismo.

L’“intesa” libanese tra alcuni salafiti ed Hezbollah è la prima dichiarazione congiunta che metta pubblicamente d’accordo i seguaci del jihadismo di Teheran e quelli del jihadismo salafita. È una “prima” che ha importanti conseguenze.

La via dell’accordo. Il 19 agosto alcuni leader di Hezbollah e delle organizzazioni salafite convenute hanno indetto una conferenza stampa presso l’hotel Safir nel distretto Raouche di Beirut per firmare un memorandum d’intesa tra le due forze.

Radwan Aqeel ha scritto sul quotidiano di Beirut “An-Nahar” (18 agosto): “Hezbollah sta promuovendo una tranquilla politica di apertura nei confronti delle forze religiose e politiche sunnite, soprattutto a partire dallo scorso maggio (contro il Movimento Sunnita del Futuro), per salvare la sua immagine di ‘resistenza islamica’ all’interno del mondo arabo e musulmano (inclusi il Golfo Persico, la Giordania, l’Egitto, l’Arabia Saudita e i territori palestinesi) che il partito ha messo a punto in passato”.

Si ritiene che l’obiettivo finale della mossa di Hezbollah, nel firmare un accordo d’intesa con le organizzazioni salafite, sia penetrare nel mondo arabo sunnita passando per la comunità musulmana libanese, ed esercitare un’influenza durevole sull’atteggiamento della regione nei confronti dell’Occidente.

Secondo Aqeel “questa scelta non è venuta dal nulla, ma è il frutto di ripetuti incontri tra i rappresentanti di Hezbollah e alcuni gruppi salafiti condotti lontano dagli occhi dei media”. Questi incontri, ha scritto “An-Nahar”, hanno visto protagonisti il coordinatore dell’ufficio politico di Hezbollah Ibrahim al-Amin e Sheikh Safual al-Zuhbi del movimento salafita.

Un altro quotidiano di Beirut, “Al-Mustaqbal” (18 agosto), ha scritto che Hezbollah è riuscito a reclutare quindici gruppi salafiti libanesi, tra cui il Waqf Ahya’ al-Turath al-Islami, allo scopo di dare vita a un “campo salafita” alleato dell’asse iraniano-siriano. I dirigenti di Hezbollah, ha scritto “Al-Mustaqbal”, vanno affermando che la “resistenza” in Libano, in Iraq e a Gaza ha portato alla sconfitta degli americani.

Il fondatore della corrente salafita in Libano, Sheikh Daee al-Islam al-Shahhal, ha affermato che si tratta di un “passaggio parziale”. “Al-Akhbar”, il quotidiano filoiraniano, ha riferito che nel corso di una visita ad alcuni movimenti jihadisti Shahhal avrebbe affermato che gli accordi sono stati decisi “a causa della guerra contro l’Islam che infuria in tutto il mondo”.

In un primo momento Shahhal ha respinto il memorandum d’intesa tra Hezbollah e i salafiti. Al tempo stesso, però, ha lasciato capire di non essere contrario al dialogo (con Hezbollah), “anche se nutriamo alcune riserve a proposito dell’attacco di maggio contro i sunniti”.

Gli osservatori hanno affermato che lo scopo delle sue dichiarazioni era rassicurare i sauditi, sottolineando che i salafiti tradizionali non stavano scivolando dalla parte del campo iraniano. Tuttavia, i rappresentanti di molti gruppi salafiti hanno fermamente sostenuto il nuovo corso. Hassan Shahhal, capo del Movimento per la Fede e la Giustizia (BJM), ha definito il memorandum un passo avanti nella direzione giusta.

L’accordo vincola i firmatari a:

1) condannare ogni gruppo islamico che ne attacchi un altro;

2) rinunciare all’istigazione, perché crea problemi e consente ai “nemici” di approfittare della situazione;

3) “combattere” i progetti americani;

4) sostenere fermamente Hezbollah e i movimenti salafiti contro ogni altra forza;

5) istituire una commissione religiosa incaricata di discutere tutti i punti di disaccordo tra sunniti e sciiti;

6) rispettare le opinioni dell’altro.

A causa della pressione esercitata dai salafiti che si oppongono a Hezbollah, tuttavia, Sheikh Hassan Shahhal, che lunedì ha firmato l’intesa con Ibrahim Amin al-Sayyed di Hezbollah, ha dichiarato sospeso l’accordo in attesa di “circostanze idonee alla sua ratifica”. In altre parole il documento è stato presentato e firmato, e questa era la parte più difficile. Il secondo stadio, la ratifica, dipenderà dall’abilità di Hezbollah nel reclutare altri salafiti per mezzo di incentivi finanziari e sostegno politico.

Conseguenze dell’accordo. Le conseguenze di questo evento saranno senz’altro ricche di implicazioni strategiche. Certo, questa dichiarazione congiunta riguarda soltanto una parte dei gruppi salafiti, non l’intero albero, a parte la rete dei Fratelli Musulmani wahhabiti, da un lato, e di Hezbollah; la sua validità è limitata al Libano; non abbiamo insomma a che fare con una totale fusione jihadista tra i due alberi.

Stiamo piuttosto assistendo a un’iniziativa massiccia da parte di uno dei due alberi, quello khomeinista, volta ad annettere alcuni rami dell’albero salafita.

Questi tentativi non sono una novità, dal momento che l’Iran ha finanziato il movimento “sunnita” di Hamas e il jihad islamico per decenni. Anche il regime siriano controlla da anni satelliti sunniti-salafiti.

Fatah al-Islam, un gruppo di combattimento salafita che ha combattuto contro l’esercito libanese nell’estate del 2007, è stato introdotto nel Libano settentrionale a partire dalla Siria. Tutti questi rapporti, però, non erano dichiarati apertamente né organizzati in modo ufficiale.

L’accordo tra salafiti e Hezbollah in Libano è una novità dalla quale è necessario trarre diverse lezioni.

1) Esso dimostra che Hezbollah continua ad andare avanti dopo la grande vittoria del maggio scorso contro il primo governo libanese di Fouad Siniora e la Coalizione del 14 marzo.

L’organizzazione controlla stabilmente il corso delle decisioni del Libano in materia di sicurezza nazionale e sta espandendo la sua presenza militare in zone che non aveva mai raggiunto in precedenza, penetrando nel cuore delle aree cristiane a nord di Beirut, e prossimamente nel nord sunnita.

L’accordo servirà come rampa di lancio per iniziare ad affermare una presenza nel Libano settentrionale grazie ai salafiti provenienti dalla città di Tripoli, fino al confine nord con la Siria. In breve, come hanno affermato anche i leader salafiti contrari all’accordo, si tratta di una penetrazione strategica all’interno della comunità sunnita libanese per mezzo del suo segmento militante, i fondamentalisti islamici salafiti.

2) A livello regionale uno spazio di coordinamento tra Hezbollah e salafiti riceverà un forte sostegno strategico da parte della potenza petrolifera iraniana, e beneficerà delle strutture dei servizi segreti siriani.

Se partire dal 2003 l’asse siriano-iraniano ha offerto un discreto sostegno ai salafiti jihadisti, scortandoli nel triangolo sunnita in Iraq per farli combattere contro la coalizione guidata dagli Usa, e dopo la nascita del nuovo consorzio a Beirut, Hezbollah e i suoi sostenitori locali non hanno alcun motivo di essere timidi.

Al contrario, come è accaduto nel caso di Hamas e del jihad islamico palestinese (le “armate palestinesi” di Teheran-Damasc), potremmo assistere alla nascita di una “armata salafita” a sostegno dell’asse, pur con tutti gli elementi ideologicamente innaturali che questo potrebbe comportare. Se i khomeinisti sciiti sono stati capaci di venire a patti con i socialisti alawiti perché non allargare il mercato alle forze salafite? Le implicazioni per il resto della regione potrebbero essere devastanti.

Scrivendo sul quotidiano del Kuwait “Al-Siyassa” (18 agosto) Hamid Ghoriafi ha riferito che “i Pasdaran iraniani e Hezbollah hanno già cominciato a introdurre in Libano gruppi salafiti provenienti da altri paesi per addestrarli, inviarli nei paesi del Golfo Persico e schierarli per le grandi battaglie a venire contro gli Stati Uniti e i loro alleati”.

È una classica tattica iraniana: servirsi di una forza intermediaria per terrorizzare i nemici e indurli a sottomettersi. Gli abitanti dell’Arabia Saudita, del Kuwait, dell’Egitto, della Giordania e oltre sono in stato dall’erta: esiste ormai una forza salafita che agisce di concerto con gli Hezbollah sostenuti dall’Iran.

3) Sul piano internazionale questi eventi avranno un effetto domino che trascenderà ampiamente i confini del Libano. Le fotografie di leader salafiti e Hezbollah intenti ad abbracciarsi e a impegnarsi per un jihad islamico unificato contro i nemici della “umma”, il mondo musulmano, possono trasmettere ondate emotive dal forte potenziale in tutto il mondo arabo.

Basterà la sola immagine di alcuni rami dei due alberi che uniscono le forze contro il nemico per mandare un forte segnale al movimento jihadista.

La comunità internazionale dovrà affrontare due reti, ma tre creature: al-Qaida e la sua costellazione salafita mondiale, la nebulosa governata dall’Iran, con i servizi segreti siriani e iraniani al centro e Hezbollah in prima linea, e una rete di piccoli gruppi salafiti al soldo dell’Iran invece che dei wahhabiti – un groviglio piuttosto complesso da sbrogliare per i servizi segreti occidentali.

Mancato dibattito in Occidente. La principale lezione che va tratta da questo piccolo esperimento di unione tra un’organizzazione khomeinista e una rete salafita, anche se non dovesse attirare tutti i salafiti, è che gli analisti occidentali hanno fallito ancora.

Fatto salvo per alcune importanti eccezioni, la maggior parte della letteratura prodotta dai docenti universitari e dagli esperti ha sbagliato nel sostenere in blocco che quello che abbiamo visto accadere a Beirut non sarebbe mai accaduto, non poteva accadere e non accadrà. La ricerca anteriore e posteriore all’11 settembre 2001, dalla quale i governi su entrambe le sponde dell’Atlantico sono stati pesantemente influenzati, si è mostrata troppo sicura di sé nel ritenere che la divisione religiosa tra sunniti e sciiti fosse insuperabile, e nel credere che le due sfere non si sarebbero mai riavvicinate.

Molti cultori di studi mediorientali in America e in Occidente hanno sostenuto per anni che i due rami dell’Islam non avrebbero mai potuto dare vita a un progetto congiunto.

Hanno scartato perfino la “remota possibilità” di un coordinamento tra salafiti e khomeinisti. Per questo le idee che hanno trasmesso alle istituzioni governative e ai media hanno danneggiato la pianificazione strategica a lungo termine per la sicurezza nazionale.

La sostanza degli errori di analisi commessi dai consulenti scientifici della guerra al terrore può essere racchiusa in due punti.

Primo, una grandissima parte degli studi mediorientali ha assunto atteggiamenti apologetici, affermando a torto che il salafismo tradizionale è per sua natura non-politico e non-militante: “solo i conservatori praticano il revival spirituale”, dicevano.

Per un’ironica coincidenza, i circoli salafiti che a Beirut si sono uniti a Hezbollah in un’impresa strategica comune erano di quelli che gli apologeti presentavano come “salafiti buoni”, contrapposti ai “salafiti cattivi” di Al-Quaida.

Secondo, la stessa élite accademica dominante ha continuato a sostenere che i salafiti per loro natura non si sarebbero mai potuti sedere allo stesso tavolo dei khomeinisti.

Ebbene, alcuni l’hanno appena fatto, ed ecco pronto il “modello” da seguire. Ora, dal momento che questi eventi contrastano con le più importanti consulenze fornite a Washington e Bruxelles, il compito che si impone all’expertise antiterrorismo sarà aiutare i governanti a rendersi conto delle ricadute potenzialmente drammatiche dell’esperimento di Beirut.

Anche con una chance di successo pari al 10% le conseguenze sulla cosiddetta guerra al terrore dal Medio Oriente all’Africa, all’Europa e all’America sono infinite.

Ancora più importanti potrebbero essere gli effetti di un modello di collaborazione salafita-khomeinista sulla sicurezza interna degli USA. Di questo specifico problema ci occuperemo più avanti, ma è utile e sorprendente osservare come i guerrieri del jihad stiano tentando esperimenti e trasformazioni, mentre gli sforzi recenti dell’America e dell’Europa hanno portato alla formazione di un lessico il cui unico effetto è di accecare le comunità antiterrorismo e i governi, impedendo loro di “vedere” questi e altri nuovi pericoli. 

Walid Phares è visiting fellow presso la European Foundation for Democracy (EFD) di Bruxelles.

(Traduzione di Francesco Peri)