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"I Poemi del Gineceo"

Cosa ci suggerisce Mehmet Gayuk, uno dei nostri poeti preferiti

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Uno dei nostri poeti preferiti è Mehmet Gayuk. Però non esiste, o meglio esiste in un certo modo, su di un altro piano di realtà. Esistono sue poesie, ma lui non è mai esistito concretamente su questa terra. Forse. L’unica cosa sicura è che i suoi versi furono scritti nella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso da Guido Ceronetti. 

Nel 1998 l’editore Tallone stampò i “Poemi del Gineceo” di Mehmet Gayuk in poche pregiate copie. Poi Adelphi portò la silloge poetica a prezzo economico in tutte le librerie. Era uno scherzo d’autore ai danni di critici e pubblico: Ceronetti fingeva di aver trovato e tradotto un manoscritto di questo misconosciuto “poetante ottomano vissuto all’epoca dell’agonia della Porta” ovvero fra il 1891 e il 1940 circa, e ne curava l’edizione con tanto di note. I lettori assidui dell’artista e pensatore piemontese probabilmente non fecero molta fatica per risalire al vero autore di quelle liriche. Il quale venne comunque svelato l’anno dopo, quando uscì un’antologia ceronettiana nelle edizioni Bur che raccoglieva qualche poema del Gineceo. 

Ma la carriera di Gayuk si era arricchita, in virtù di altro falso d’autore, dal sapore ancor più borgesiano. Sulle pagine del settimanale Lo Stato, diretto da Marcello Veneziani, erano comparse altre notizie e poesie sul fantomatico turco. L’idea era venuta a Gianfranco de Turris e all’islamologo Angelo Iacovella. 

Quest’ultimo sosteneva di aver trovato in un negozietto di Istanbul un’altra raccolta di Gayuk, stampata presso una “Tipografia della Rosa”, ubicata in una strada della capitale turca al numero civico 666. E stavolta il “poetante ottomano” scriveva versi futuristi oltre e un po’ fascisti. Per giunta, l’articolo riproduceva un diploma che dimostrava l’appartenenza di Gayuk alla massoneria. Lo scherzo era ancor più evidente, ma qualcuno ci cascò, compreso il compianto Alfredo Cattabiani: scrisse per Il Giornale un elzeviro di denuncia del silenzio sulle imbarazzanti idee politiche del poeta. Ceronetti, invece, non la prese molto bene. Tant’è vero che nemmeno cita l’episodio nell’introduzione agli appena riediti “Poemi del Gineceo”, sempre per Adelphi ma stavolta col suo nome in copertina. Ebbene, anche senza il futuro da massone futurista, Gayuk rimane un personaggio eccezionale. 

In quei poemi si riflette la storia della Turchia e del Medio Oriente: l’ascesa di Atatürk, il genocidio degli Armeni, la conquista britannica di Gerusalemme nel 1917 (tema ricorrente nelle opere di Ceronetti, come data d’inizio delle disgrazie in quell’area del mondo), i sinistri presagi dell’incombente secondo conflitto. Ma dietro, dentro, a lato, dei fatti storici c’è altro. Infatti, Ceronetti ricorda nelle note che Gayuk “non tradì il suo compio orfico” ed ebbe frequentazioni teosofiche. Insomma, è uno che rammenta la parentela fra il Natale cristiano e i culti solstiziali per Mitra, il Sole Invitto. E allora echi del Corano letto dagli eretici ismailiti e dai Sufi, “rivoli di Suono dei profeti” entrano nei poemi. Ed entrano nel significato più profondo di quelle liriche. 

Il Gineceo ospita donne “al di là del muro”, invisibili agli occhi maschili “come la Bona Dea romana e le Baccanti”, inaccessibili a uomini che sono “figli persi della Lacerazione”. È un coro maschile quello intonato da Ceronetti-Gayuk, mentre il Gineceo rimane muto, le donne tacciono. Il loro silenzio è quello del “Dio-che-si-nasconde”, che permette la vera “resurrezione dei morti”, come “miele che arde in gola ai ragionanti”. Perché le donne del Gineceo sono, infine, i doppi femminili, animici, degli uomini. Sono veramente le walkirie antico-iraniche, le fravashi, sono le Hurì del paradiso islamico. E sono le Moire greche che presiedono al destino degli uomini. I corpi delle donne violentate dalla storia, come quelli delle armene impalate, sono il riflesso delle mute ed impotenti anime maschili, di carnefici che sono tali perché vittime a loro volta. E così funziona fino alla fine, fino all’Apocalisse nelle visioni dei Vangeli apocrifi quando “i due sessi diventeranno uno”. 

Intanto, il Gineceo è aperto “se lo evochi, con l’umiltà dei suoni”. L’umile riconquista della nostra anima è concessa, come atto d’amore. Questo ci suggerisce Mehmet Gayuk, ecco perché è uno dei nostri poeti preferiti.

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