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Siamo in ritardo

Cosa fare del Recovery: senza idee, soldi solo virtuali

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La salute, per dirla con Totò, è ‘na livella. Un virus può colpire chiunque, senza distinzioni sociali, reddituali, professionali. Non su tutti, però, le conseguenze di questa emergenza producono lo stesso effetto. E se è un dato di fatto che fin qui la pandemia abbia contribuito ad allargare divari già esistenti – fra garantiti e non garantiti, fra giovani e meno giovani, e via dicendo -, è altrettanto vero, e non è la prima volta che ne parliamo, che questo tsunami può rappresentare rispetto ad alcune fratture che solcano il nostro Paese un colpo esiziale o un’occasione di protagonismo e di ripensamento.

A questo proposito, in attesa di capire se, quando e come arriverà il Recovery Fund, sarebbe il caso di rendere più effettiva la discussione su cosa fare da grandi. Sia perché una progettualità seria potrebbe rendere forse un po’ più concreta la possibilità di disporre di queste risorse. Sia soprattutto perché, soldi europei o non soldi europei, la crisi che ci si para davanti richiede in ogni caso una visione del Paese.

Lo abbiamo già detto fino allo sfinimento, ma forse giova ripeterlo per l’ennesima volta. Esiste, antica e irrisolta, una questione meridionale per la cui soluzione c’è bisogno innanzi tutto di condizioni di contesto: sicurezza, infrastrutture, convenienza degli investimenti. Ed esiste, forse ancora più antica ma fin qui sommersa, una questione grande una casa che riguarda lo scollamento fra la fascia costiera e le aree interne, in particolare quelle appenniniche. Addirittura la si può far risalire al Cinquecento, quando è iniziata a declinare l’industria del freddo (i cambiamenti climatici c’erano infatti anche allora…).

Questa frattura è diventata negli ultimi anni un’emergenza nazionale. In particolare dopo il terremoto del 2009 e quello del 2016-17, quest’ultimo dal punto di vista della gestione un autentico scandalo che tuttavia non sembra aver sollecitato nessun “popolo delle carriole” (eppure le macerie sono ancora lì…), nessun film di denuncia, nessuna sollevazione sociale. Ed è evidente che la problematica delle aree interne andrebbe coordinata con quella delle politiche post-sismiche, che scontano il peccato mortale di aver distrutto per ragioni politiche una delle protezioni civili migliori d’Europa, e che a loro volta necessitano di una sistematizzazione perché non è possibile che si riparta ogni volta da capo.

Ma tant’è. L’allargamento della faglia tra costa ed entroterra è stata a lungo un qualcosa di cui ci si è occupati in pochi. Ora è un dato riconosciuto da molti, è addirittura “trendy”, ma una visione concreta latita. Eppure ci sono tutti i presupposti per farne una priorità. In tutta la fascia dell’Appennino centro-meridionale, infatti, le due fratture – quella Nord/Sud e quella costa/interno – in larghe parti si sono sovrapposte e le condizioni di svantaggio si sono in qualche modo moltiplicate geometricamente. Allo stesso tempo, verso alcune zone costiere si è riversato un esodo che determina tassi di urbanizzazione che le coste non riescono ad assorbire. E questa, soprattutto sulla fascia adriatica, è una delle ragioni del peggioramento delle condizioni di sicurezza e dell’aumento delle infiltrazioni malavitose.

Questa sovrapposizione tra questione meridionale e questione delle aree interne deve essere posta come priorità. Non più solo a parole, come da troppo tempo avviene, ma con i fatti e con una programmazione concreta della ripartenza che ci aspetta. Ancor più dopo l’emergenza Covid, bisogna prendere consapevolezza che queste zone custodiscono una parte importante delle nostre radici e dell’anima della nostra nazione.

In risposta alla crisi generata dalla pandemia, il consiglio europeo del 17-21 luglio ha deciso che per il periodo 2021-2027 saranno previsti 750 miliardi di euro per un apposito programma denominato “Next generation EU”. Insomma, dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) arrivare un sacco di soldi e sapete come è stata intitolata la relazione con la quale il Parlamento ha iniziato ad affrontare questo tema? “Proposte di linee guida per la definizione del piano nazionale di ripresa e resilienza”.

Dunque, per andare al punto: ci sarebbero i soldi e contemporaneamente resilienza e ripresa dei territori sono ritenute priorità nazionali. Si aggiunga che la Commissione ha specificato che i princìpi ispiratori dei programmi nazionali dovranno privilegiare quattro assi comuni: transizione ambientale, resilienza e sostenibilità sociale, transizione digitale, innovazione e competitività. Difficile negare a questo punto che tutto sembra convergere verso un invito ad affrontare senza timidezze la crisi delle nostre aree interne.

Non basta. In politica bisogna saper dettare i tempi. Questo ritorno di pandemia, assai differente dalla prima fase, ce lo insegna. Ci si è divisi tra “rigoristi” e “riduzionisti” e non si è fatto quel che si sarebbe dovuto fare per non farsi trovare impreparati, iniziando dagli ospedali e dal piano dei trasporti. Non si ripeta l’errore per il Recovery Fund: per utilizzare veramente i soldi le analisi non bastano, serve tradurle in progetti concreti. E siamo in ritardo. Almeno per una volta, cerchiamo di non chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.

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