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Cosa nasconde la polemica sul biofuel

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La Commissione Europea sta trattando intensamente la questione della “food crisis”, in particolare in riferimento all'altra tematica – questa a livello prettamente comunitario – dei biocarburanti.

Le posizioni ufficiali si evolvono rapidamente, ammettendo dopo pochi giorni quanto solo una settimana prima negato con convinzione: è il caso dell'affermazione di una certa responsabilità del piano per l'utilizzo del biofuel nel contesto della crisi globale del prezzo del cibo.

Uno dei protagonisti del dibattito è il commissario europeo per il commercio, Peter Mandelson, che da posizione di strenuo difensore del libero mercato ha concesso che “certe politiche” relative ai biocombustibili possano contribuire alla crescita del prezzo del cibo, e addirittura accrescere l'effetto serra.

Il motivo per cui si era deciso circa un anno fa di sviluppare queste fonti energetiche alternative (del 10% entro il 2020) era, ovviamente oltre a quello geopolitico di una maggiore indipendenza dal petrolio (sia in chiave politica che economica, basti pensare al mostruoso innalzamento del prezzo al barile e alle sue ripercussioni sull'economia americana), una maggiore attenzione all'ambiente. “Energia” più pulita, insomma, contro il processo di “global warming” che è un'altra delle emergenze attualmente più sentite dalla comunità internazionale: da Kyoto '97 in vista di Copenaghen '09, contro il cosiddetto “greenhouse effect”.

In un secondo momento però, la tragedia umanitaria globale che si sta sviluppando in tutto il mondo ha portato a fortissime critiche sulla produzione di biofuel, che sarebbe un ulteriore elemento di peggioramento per la povertà nei paesi già più poveri: per ragioni di convenienza “commerciale”, infatti, molti produttori di sostanze alimentari dal Terzo Mondo avrebbero più entrate a produrre biofuel che cibo. Con l'ovvia conseguenza di avere meno cibo a disposizione sul mercato.

Mr Mandelson ha comunque escluso che tali implicazioni dei biocarburanti possano essere attribuite alle politiche comunitarie, che nei giorni scorsi qualcuno voleva rimettere in discussione: anzi sono effetti collaterali esclusivi delle politiche statunitensi nel settore. Sul The Guardian del 29 aprile ha infatti scritto: “Possiamo già osservare che la produzione su vasta scala di biocarburante, specialmente negli Stati Uniti, può essere uno dei fattori che hanno innalzato il prezzo del cibo, in quanto sottrae risorse alla produzione di cibo. L'interesse a coltivare mais per produrre etanolo, visti i sussidi pubblici, negli Stati Uniti riduce la produzione della materia prima anche a livello di mercato globale, aumentando i costi di quest'importante alimento”.

Altre fonti hanno completato il quadro di critica a Washington, sottolineando come nessuno abbia mai preteso che l'incremento di produzione di prodotti agricoli per produzione di etanolo in America non abbia avuto un contraccolpo sul mercato agricolo mondiale. Nonostante questo si precisa come “non sia nostro compito dire agli USA quali strategie e politiche intraprendere”.

Di contro, a parte questa frecciatina ai cugini d'oltre Oceano, la produzione europea di biocarburante avrebbe secondo il commissario solo “un effetto minimo” sui prezzi mondiali.

A livello globale, il problema che si pone è quello che le ONG del settore ambientalista denunciano: “Ci sono sufficienti calorie di granoturco nella tanica di carburante di un SUV da alimentare una persona per un anno”. Ovvero la necessità di “social criteria”, per lo meno nell'incentivare questa nuova forma energetica: tuttavia prendere in considerazione una qualsiasi questione sociale nel fissare i criteri di importazione dei biofuels avrebbe delle conseguenze molto più ampie sul mercato europeo, come sempre Mr. Mandelson avverte. Come imporre un'obbligazione sull'esportazione di un produttore di canna da zucchero, in base alla finalità alimentare o energetica che abbia?

Un altro funzionario della commissione per il commercio ha dichiarato che le questioni prettamente “sociali” o “umanitarie” non possono essere incluse nella normativa, sia perché la WTO non le considera, sia perché portandole alle estreme conseguenze logiche in questo caso prevederebbero criteri di “compatibilità sociale” non solo per quanto riguarda i biocarburanti, ma per tutte le importazioni. Qualcosa di molto pericoloso ed in contrasto col concetto di libero mercato alla base del mondo occidentale.

Una strada invece percorribile è quella di applicare principi sociali attraverso un altro strumento, cioè la pressione ai partner commerciali affinché sottoscrivano e rispettino gli standard delle Nazioni Unite definiti dall'International Labour Organisation.

Tuttavia si resta al livello di mosse “suggerite” e non di decisioni prese: la speranza è che la ricerca richiesta dal presidente della Commissione, Jose Manuel Barroso, porti a qualche consapevolezza in più e che tutto il trambusto sulla moratoria internazionale all'Onu sul tema non si risolva nella solita occasione da strumentalizzare per difendere i propri interessi.

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