Cosa non farebbe Repubblica pur di conquistare una fetta di Nord
16 Marzo 2009
Ma che cosa c’entra il vento del nord con un giornale così integralmente romano come quello che si pensa e si scrive in Largo Fochetti? C’entra, c’entra. Perché la finanza con cui Carlo De Benedetti intreccia alleanze e ingaggia duelli, e soprattutto perché la battaglia, diventata mortale con il Corriere della Sera, delle vendite in edicola o si vince anche al Nord o finirà per essere persa. Nel 2006 La Repubblica ha avuto il suo massimo predominio sul Corriere quando Paolo Mieli aveva sostenuto Romano Prodi e i lettori avevano incominciato a lasciare il quotidiano di via Solforino, anche verso il giornale diretto da Ezio Mauro, perché se si doveva stare a sinistra tanto valeva farlo con chi aveva un’esperienza consolidata.
Poi Prodi è crollato, Mieli l’ha abbandonato ora puntando su Walter Veltroni ora su pesi ancora più leggeri come Pierferdinando Casini e Francesco Rutelli, ora occhieggiando a Gianfranco Fini e a Giulio Tremonti. Sul quotidiano romano ha pesato innanzi tutto il radicale fallimento di Prodi, ancor più delle virate corrieresche. E tutto lo stato maggiore repubblicano ha cominciato a ragionare su come ovviare a una sconfitta che era determinata da guasti di fondo. O meglio, quasi tutto lo stato maggiore repubblicano, perché Marco Benedetto, amministratore delegato del gruppo Espresso, continuava a preferire il quotidiano di lotta senza tregua degli ultimi quindici anni e aveva convinto Giuseppe D’Avanzo che bisognava gettarsi su questa linea: i soliti pm napoletani e milanesi avevano dato la dritta sulla eliminabilità di Berlusconi via telefonate presuntivamente sporcaccione e processo Mills. De Benedetti (con Mauro) era scettico, naturalmente poi non resistette al fascino del forcaiolismo. Però incominciando a pensare al dopo. Verso cui un primo passo fu compiuto liberandosi del barricadero Benedetto.
Ma il problema restava quello di parlare al “Nord”. E questo nel momento in cui persino Guido Rossi era tutto un cicipciciap con Tremonti. La via del Nord venne sulle prime individuata in un rapporto con Giovanni Bazoli, già consolidato negli anni ma tornato a splendere dopo il nuovo governo Berlusconi quando si trattava di definire una piattaforma (non troppo hard) di opposizione. E l’uomo che poteva siglare questa “intesa repubblicana” era già pronto ai nastri di partenza: Ferruccio de Bortoli. Già direttore del Corriere, oggi al timone del Sole 24 ore, nord che più nord non si può, politicamente di sinistra riformista ma attento al dialogo e alla riflessione critica anche con i berlusconiani. Era l’uomo perfetto per penetrare nelle trincee corrieresche. Il matrimonio era pronto quando successero alcune cose poche chiare. De Benedetti aveva deciso di separare le attività industriali della sua finanziaria Cir da quelle editoriali, anche per accontentare il figlio Rodolfo. Lo voleva fare a modo suo, come al solito, senza accontentare i soci di “minoranza” che stavolta però avevano a rappresentarli tostissimi fondi d’investimento che mandarono a quel paese l’ex re di Ivrea, che dalla sua vide in questi giochi anche una scarsa collaborazione delle grandi banche del nord. Naturalmente la Repubblica è assolutamente indipendente ed è un caso che qualche settimana dopo dalle colonne del quotidiano di Largo Fochetti partì una terrificante bordata sugli indebitamenti di Luigi Zunino e Romain Zaleski con Intesa. L’esplosione soprattutto del caso Zaleski creò problemi a non finire – non ancora risolti – a Bazoli che comunque ruppe con De Benedetti. E de Bortoli restò al Sole. Pensando un po’ a che cosa fare da grande. Finché Dario Franceschini e Gianni Letta gli proposero di diventare presidente della Rai ottenendo la sua disponibilità. Alcuni sostengono che de Bortoli dopo avere detto sì, si rese conto che in Rai lottizzavano i direttori dei telegiornali e ci ripensò su. Mi sembra una lettura molto convincente: de Bortli è fatto così. Un ingenuo di tre cotte a cui sfugge la realtà e quando la comprende, ha improvvisi scarti.
Ci piace, però, riportare anche una voce malevola, tanto per dare soddisfazione a chi non sa trattenersi dal pensare complicato. Che cosa avviene parallelamente alla vicenda presidenza Rai? La vicenda della presidenza Cir, nella quale De Benedetti scioglie le sue riserve e punta su un economista di valore, Stefano Micossi, ex bankitalista, molto legato a Innocenzo Cipolletta, ma nell’ultimo anno molto aperto a Tremonti più o meno come de Bortoli. Chissà – si chiedono i contorti – se la via per la conquista del nord da parte di Largo Fochetti non ha ripreso a passare per de Bortoli in un quadro molto ma molto meno bazoliano?
