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Cosa provoca i flussi dei fondi d’investimento

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Da un anno e mezzo, è in atto un deflusso dai fondi comuni d’investimento. Le determinanti sono numerose. Da un lato, le banche puntano a vendere agli sportelli prodotti più remunerativi per i loro bilanci. Da un altro, ci sono state scelte (poco accorte) delle società di gestione del risparmio verso attività forse più promettenti ma meno trasparenti. Da un altro ancora, l’andamento particolarmente non esaltante dei fondi obbligazionari – la forma verso cui si stanno orientando un numero crescente dei circa 500 fondi pensione autorizzati ad operare in Italia ed ora rivolti ad attirare i flussi di tfr incentivati dal trattamento tributario.

Sono fenomeni soltanto italiani? E’ una fase transitoria di un mercato mobiliare che solamente negli ultimi 20 anni ha assunto caratteristiche di una piazza finanziaria matura e tale da tenere testa alle altre dell’Europa continentale? Le polemiche sulla stampa specializzata italiana additano il ruolo delle banche, e dei “borsini” agli sportelli, tesi ad acquisire una quota di mercato sempre maggiori del mercato del risparmio gestito, a volte senza avvertire i clienti che i loro solerti funzionari li stanno indirizzando verso strumenti a rischio; nonostante le esperienze degli ultimi, potrebbero annidarsi trappole come quelle dei “Cirio-bonds” e dei “Parmalat-bonds”. E’ una strategia di marketing occasionale o parte di un disegno complessivo teso a rafforzare il ruolo di alcuni istituti di credito rispetto ad altri?

 Alcuni studi recenti, disponibili on line, contribuiscono a rispondere a questi interrogativi. Un’analisi effettuata dal dipartimento finanza dell’Università dell’Arizona approfondisce l’andamento, su  base mensile, dei flussi (e deflussi) di risparmio utilizzando un vasto campione di fondi comuni (prevalentemente americani) nell’arco di tempo 1997-2003 ed utilizzando una metodologia statistica molto avanzata che consente di individuare alcune regolarità di comportamento in passato non rilevate. Anzitutto, gli acquisti e le vendite da parte degli investitori producono flussi lordi molto persistenti; la persistenza dei flussi lordi è più significativa dell’andamento come strumento per predire flussi futuri; non tenerne conto, quindi, può portare ad analisi errate in materia di andamenti e flussi; il comportamento degli investitori varia in misura significativa a seconda delle tipologie di fondi e tali differenze incidono sui flussi lordi; alcune categorie di investitori valutano la performance dei fondi (e reagiscono di conseguenza) su un arco di tempo molto più breve di quanto si pensasse sulla base di ricerche precedenti. Il gruppo dell’Università dell’Arizona sta conducendo uno studio comparato su 46 Paesi; le indicazioni preliminari confermano queste conclusioni.

Un’analisi dei fondi obbligazionari rivolta principalmente all’Europa non agli Usa è stata condotta dall’Università di Rotterdam ed è in corso di pubblicazione sul Journal of Banking and Finance. Riguarda la persistenza (dei flussi e dei flussi lordi) e la performance relativa di 3459 fondi obbligazionari nel periodo 1990-2003. Dimostra che i fondi che hanno avuto una performance debole in passato, continuano tendenzialmente ad averla tale anche in futuro. Una serie di raffronti statistici sia all’interno del campione sia con fondi al di fuori del campione indica, in maniera robusta, che una strategia basata sui rendimenti del passato, se perseguita con persistenza, può fornire ritorni elevati nel medio e lungo termine (nonostante periodo fiacchi in cui è bene trattenere emozioni ed entusiasmi per nuovi prodotti).

A conclusioni analoghe arriva un altro studio dell’Università di Amsterdam , in partnership con la Robseco Assett Management. Riguarda un periodo più lungo di quelli dei lavori precedenti: il 1986-2006 ed il mercato giapponese, oltre a quelli Usa ed Ue. Si concentra, poi, sull’azionario (e sui relativi fondi azionari): bassa volatilità porta a rendimenti elevati se corretti per tener conto dei rischi relativi. Il corollario è che gli investitori pagano prezzi eccessivi per azioni e fondi con un alto elemento di rischio.

Torniamo alle domande iniziali. Sulla base di queste analisi, ancora fresche di inchiostro e di cui due in corso di pubblicazione, il fenomeno non è soltanto italiano, ma può essere di breve periodo, come lo è stato in mercati più maturi dove ci si è accorti che la perseveranza rende e che occorre fare attenzione a non farsi incastrare con quotazioni eccessive in prodotti che sembrano dinamici ma sono soltanto molto rischiosi. La stessa strategia di marketing degli istituti bancari ha respiro corto e potrebbe essere costretta a mutare indirizzo nei prossimi mesi.

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