La questione libica

Così il bonapartismo di Macron sta compromettendo la Via Italiana in Libia

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Con toni sempre più eclantanti, da qualche tempo sta emergendo ciò che per anni è rimasto sopito sotto le insegne della comunanza d'intenti europea: gli interessi nazionali di Francia e Italia sono decisamente confliggenti l'uno con l'altro.

Dopo l'ascesa al potere di Macron di là delle Alpi (divenuto subito idolo delle sinistre europee annaspanti sotto le sferzate del vento sovranista) e l’avvento del governo a tinte gialloverdi nel Belpaese, le tensioni striscianti tra i due vicini sono esplose in maniera fragorosa. Una escalation condita da dichiarazioni al vetriolo e tensioni al confine causate della sempiterna questione migranti, con la malcelata volontà dei francesi di escludere dalla contesa europea gli Italiani e di fare dell’Unione il giardino di casa della ritrovata intesa franco-tedesca. La partita più sostanziosa si gioca però al di fuori dei confini del Vecchio Continente, e colpisce nel vivo gli interessi strategici del nostro Paese: la Francia vuole mettere definitivamente le mani sulla Libia.

Fin dalla deposizione di Gheddafi nel 2011 è apparsa subito chiara la volontà del governo transalpino di espandere verso l’area libica la sua già ampia sfera d'influenza nel continente africano, ma per portare a compimento il piano vi è la necessità di estromettere quasi completamente gli Italiani, da sempre presenti nel Paese in virtù soprattutto del passato coloniale.

I lunghissimi anni di caos e divisioni nel Paese nordafricano non hanno giovato alla posizione dell'Italia, la quale ha sempre tenuto una linea morbida e possibilista sostenendo il governo di al-Sarraj, appoggiato dall'ONU ma rivelatosi incapace di controllare la gran parte del Paese e, anzi, ritovatosi a gestire solamente l'area circostante la Capitale Tripoli. Dall'altra parte, la Francia ha palesato in maniera sempre più evidente il proprio sostegno a Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica. Il generale non gode solamente dell'appoggio dei francesi, ma anche di quello della Russia di Putin e sembra beneficiare inoltre di aiuti militari da parte dell'Egitto e degli Emirati Arabi.

Recentemente egli è riuscito a estendere il proprio controllo sull'intero sud del Paese - grazie anche all'appoggio di milizie Touareg e Tebu - e ha lanciato l'offensiva per conquistare il territorio circostante Tripoli e marciare su di essa.

Questa eventualità si rivelerebbe assai negativa per il nostro Paese che, dopo aver difficoltosamente ricucito i rapporti col generale stesso, da sempre spinge per una soluzione diplomatica, cercando di mettere d'accordo i contendenti per avviare un percorso che porti nel medio periodo ad elezioni democratiche. Una possibilità che pareva più vicina dopo la conferenza organizzata a Palermo lo scorso novembre, ma che nelle ultime settimane è stata nuovamente allontanata a causa della massiccia offensiva lanciata dalle truppe di Haftar verso la Tripolitania. Al momento le difese disposte attorno a Tripoli paiono solide e il generale non sembra avere i mezzi per sfondare, ma la nostra diplomazia deve necessariamente trovare le contromisure per riuscire a raffreddare lo scontro e dare in qualche modo nuova linfa al lungo processo di transizione verso il voto. Chiaramente, per permettere che ciò accada, occorrerà di certo trovare delle sponde importanti a livello internazionale, soprattutto in quegli Stati Uniti che ultimamente paiono snobbarci un po' a causa degli accordi commerciali stretti dal nostro esecutivo col gigante cinese.

Al momento, la politica estera italiana continua a mostrarsi assai barcollante e, di conseguenza, fortemente dipendente dal sostegno fornito dall’alleato americano. Per ritrovare una posizione preminente in Europa e nel Mediterraneo l'unica strada praticabile pare, quindi, quella di rinsaldare il tradizionale asse con la potenza d'oltreoceano, l'unica forza in grado di offrire attualmente strumenti concreti per opporsi alle trame ordite dall'ingombrante vicino francese. La partita, insomma, si rivela più aperta che mai e nelle prossime settimane potremo capire se il nostro Paese riuscirà a far fruttare tutti gli sforzi diplomatici messi in campo fino ad ora per la stabilizzazione della Libia - riuscendo così a preservare i vitali interessi strategici ed economici esistenti nella nostra ex colonia - oppure se cederà definitivamente il passo alla egemonia francese nell’area.

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