Così il Governo vuol riformare il mercato del lavoro

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Così il Governo vuol riformare il mercato del lavoro

02 Luglio 2008

Individuare lo spazio e i contenuti della contrattazione a livello nazionale e aziendale è un tema complesso, in cui sono presenti questioni economiche di rilievo, ma anche fattori normativi e contrattuali che hanno un peso decisivo sugli esiti della politica salariale. Questo sembra essere lo sforzo in cui sono impegnati i decisori pubblici in questi giorni.

Il modello di politica dei redditi che nell’esperienza italiana degli ultimi anni si è retto sulle procedure della cosiddetta concertazione, a partire dal 1993, è stato sicuramente un elemento di rilievo nelle politiche di risanamento del paese ed è apparso come l’unico modello di relazioni sindacali in grado di offrire risultati non «a somma zero», cioè vantaggi congiunti per le parti contraenti, compresa la parte pubblica: può esserci ancora una sua sopravvivenza? A tale riguardo il ruolo delle parti pubbliche, non solo del governo centrale, ma anche dei livelli territoriali decentrati, soprattutto in relazione alle funzioni a essi assegnate nelle diverse forme di programmazione negoziata hanno un’importanza evidente dei comportamenti degli attori pubblici nelle esperienze di politica dei redditi. Essi, infatti, non solo siedono ai tavoli di concertazione e possono agevolare la conclusione di accordi tra le parti sociali, ma dispongono di una serie di strumenti che contribuiscono a definire la materia del negoziato, perché concorrono direttamente a distribuire oneri e vantaggi economici derivanti dalla crescita. Infatti il legislatore oggi è sottoposto a vincoli più stretti rispetto al passato per evidenti problemi di bilancio e per l’esistenza di un quadro di regole che deriva dall’appartenenza all’Unione Europea: regole che si applicano non solo alla conduzione delle politiche macroeconomiche, ma anche agli interventi di sostegno settoriali e territoriali, per i quali non solo la prassi comunitaria prevede la massima attenzione proprio per non alterare i principi della libera concorrenza nei mercati.

Il Presidente della Commissione lavoro della Camera dei deputati, Stefano Saglia, nonostante immaginabili pressioni delle lobbies datoriali e sindacali, in un’intervista rilasciata ieri (1 luglio) parte da un, a prima vista, semplice argomento come le cosiddette “dimissioni senza modulo” per sciorinare tutta una serie di interventi che dovranno tentare di riformare il mercato del lavoro e metterlo in condizione di competere per lo sviluppo e la crescita.

E evidente che tutto questo cambiamento comporterà un impegno consistente di programmazione politico/legislativa e nella migliore interpretazione dei significati dell’istituto delle dimissioni. Infatti se intesa come autonomia fra privati di porre in essere una serie di atti e di operazioni volte ad un risultato finale, liberamente individuato dai privati, il DL  n. 113 del 30 giugno 2008 è in linea con l’interpretazione giuridica che, senza l’intervento dell’autorità statale, rivendica la riconducibilità all’autonomia negoziale ed è, altresì, in linea con i maggiori interventi di questi ultimi anni riguardo alle norme sulla semplificazione. Infatti questa “procedura” rientra senza dubbio nella definizione di costi che dà il manuale del modello dei costi standard e della metodologia del modello dei costi standard dell’Unione europea (EU Standard Cost Model Methodology, EU SCM): “I costi amministrativi si definiscono come i costi sostenuti dalle imprese, dal settore del volontariato, dalle autorità pubbliche e dai cittadini per conformarsi all’obbligo giuridico di fornire informazioni sulla propria azione o produzione ad autorità pubbliche o a privati”.

E’ con l’autonomia negoziale che i privati si confrontano, liberamente, competono, trattano e si accordano in un libero mercato disciplinato dal diritto privato.  Sulla politica dei redditi, se con essa si intende l’orientamento di politica economica volto a evitare che l’aumento dei redditi (salari, profitti, rendite, pensioni ecc.) si scarichi sui costi di produzione e quindi sui prezzi determinando l’insorgenza di forme di inflazione, credo che la partita sia un po’ più difficile. Infatti, come è notizia di questi giorni, l’Istat comunica che nel mese di giugno, proprio l’inflazione è salita al 3,8 per cento, due punti decimali in più rispetto al mese scorso. Necessario aggiungere che in soli trenta giorni i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,4 per cento. Eurostat da parte sua dice che in un anno l’inflazione è salita mediamente del 4 per cento trascinando in basso quindi l’intera economia continentale. Ed è proprio su questo terreno che si giuoca la sottile partita, tanto che, pur dando valore al “patto” (ricordava Il “patto per l’Italia” di berlusconiana memoria) come una delle forme di accordo, Saglia evidenzia un approccio potente al contrattualismo teso a valorizzare non solo e non tanto i diritti soggettivi individuali, ma lo scambio , di cui ne esalta la centralità, tra i gruppi di interessi e tra essi e l’interesse pubblico. Solo così infatti potrà riconoscersi l’auto-limitazione governativa che prima rientrava nell’esercizio discrezionale dei poteri: di iniziativa legislativa, da una parte e di conduzione della cosa pubblica , dall’altra. E’ senza dubbio questo l’approccio che avvertirà la realtà giuridica della coerenza di un disegno nel quale legge e contratto – norma e autonomia privata, sia essa pur collettiva – si porranno per libera e discrezionale scelta del potere politico come di quello sindacale.