Ritorno al centro

Così la scissione di Renzi manda (di nuovo) gambe all’aria il bipolarismo

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Un malefico sortilegio sembra incombere sulla politica italiana: la maledizione del centrismo, che rinasce ineluttabilmente come il fegato di Prometeo – ammesso che di vera rinascita si tratti, e non del notturno levarsi degli zombie, i non morti nemmeno tanto vivi.

Più di un decennio fa, tra 2007 e 2008, pareva che con la nascita del PD e del Popolo delle libertà la situazione politica italiana si stesse incardinando verso un bipartitismo tra due grandi forze a vocazione maggioritaria.

Ma negli anni successivi questo quadro venne rapidamente sconvolto da un’esplosione di antipolitica senza precedenti, che condusse ad un periodo di incertezza e frammentazione politica, segnato dal governo tecnico Monti e poi dalle soluzioni di più o meno ampia coalizione della legislatura 2013-2018, pesantemente condizionate dall’emergere del movimento 5 Stelle. Insomma, un ritorno da un’aspirazione “Westminster” ad un orizzonte decisamente consensuale, se non proprio neo-consociativo.

Oggi si profila uno scenario assai differente per molti versi, ma con un’importante analogia.

La nascita del governo ultra-trasformista Conte 2 tra le sue tante storture sembrava aver sortito almeno un effetto positivo: la chiarificazione e semplificazione del quadro politico.

La affiliazione del movimento 5 Stelle agli apparati di potere del PD nel tentativo disperato di salvare per qualche mese o anno gli irripetibili seggi miracolosamente conquistati ha avuto, infatti, il pregio di riarticolare la dialettica democratica italiana su un asse che da anni era in apparenza smarrito: quello destra/sinistra. Dopo una lunga tempesta di roboanti proclami antipolitici, dopo tante rivendicazioni della rappresentanza del popolo contro le élites, in questo passaggio decisivo i grillini si sono rivelati per quello che sono in realtà sempre stati: la filiazione impazzita della cultura moralista, giustizialista, nichilista, regressiva che ha dominato la sinistra italiana nell’ultimo quarantennio, dalla questione morale berlingueriana a Mani pulite alla demonizzazione di Craxi e Berlusconi.

La coalizione Pd-M5S, appena formata, ha mostrato una evidente tendenza a consolidarsi, divenendo organica – come si è visto nell’immediato passaggio alla costruzione di alleanze in vista delle elezioni regionali, sia pur ancora appena dissimulate da un velo “civico”. È chiaro che non di una vera coalizione si tratta, bensì della fagocitazione e “digestione” di un movimento allo sbando in un organismo obsoleto, ma ancora potente, abbarbicato ad una antica consuetudine con i nodi strategici della società e delle istituzioni. Ma l’effetto sistemico è lo stesso: un ricompattamento nel settore sinistro del quadro politico italiano. A cui non a caso ha fatto da contrappunto immediato un simmetrico ricompattamento della destra sotto la guida di Matteo Salvini ora all’opposizione. Rafforzato dall’annuncio, da parte del leader leghista, di una campagna referendaria per il passaggio ad una legge elettorale compiutamente maggioritaria.

Questo ritorno alla bipolarizzazione tra destra e sinistra non stupisce, né è in contraddizione con la più volte richiamata polarizzazione globalisti(euro-entusiasti)/sovranisti, o con quella élites/popolo (sarebbe più preciso definirla “ins”/”outs”). Infatti attualmente in Italia – come in gran parte dell’Occidente – la sinistra politica si identifica quasi totalmente nel progressismo globalista, nell’immigrazionismo e nella vulgata dei “nuovi diritti” soggettivistici, mentre la destra, più o meno liberista in economia, è sempre più unita dagli issues identitari, “securitari” e “social conservative”.

In Italia il PD è da tempo sulla prima linea, e i 5 Stelle si sono rapidamente adeguati. Mentre la destra a trazione leghista/FDI esprime, come è noto, nettamente la seconda.

Ma a questo punto, puntuale, è intervenuto il “sortilegio”. All’interno dell’azionista “forte” della coalizione giallorossa – l’apparato PD – si è subito prodotta una scissione, in parte annunciata ma anticipata rispetto alle attese: quella della corrente di Matteo Renzi, artefice peraltro decisivo della nuova maggioranza, proiettata verso la fondazione di un rassemblement centrista. Appena riaggregato un assetto bipolare, un attore – interno o esterno al sistema – lo disarticola per giocare di nuovo sull’utilità marginale data dal potere di veto delle minoranze in un quadro multipolare proporzionalistico. E infatti la manovra di Renzi ha prospettive di portare frutti, nel brevissimo e breve periodo, soltanto fino a che non si va a votare, e una formazione parlamentare di limitata estensione può continuare a giocare sulle contraddizioni di un quadro parlamentare fondamentalmente privo di una vera maggioranza. E, in una prospettiva più lunga, soltanto se ci sarà un cambiamento del sistema elettorale esattamente inverso a quello evocato da Salvini, e cioè appunto in direzione di una restaurazione del sistema elettorale proporzionale.

Comunque vada a finire questa vicenda, essa conferma un dato fondamentale: il costante braccio di ferro, negli ultimi decenni della storia politica italiana, tra forze che tendono a razionalizzare il sistema politico e a rafforzare i luoghi del potere decisionale, e forze che volta a volta cercano di impedire questa evoluzione, per salvaguardare un assetto politico di equilibrio corporativo, gradito a molti gruppi di potere sociale ed economico, oltre che a sedi politiche estere interessate alla debolezza complessiva della governabilità del “sistema Italia”.

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