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Emergenza e limiti del Governo

Covid-19, il governo è ondivago. E noi siamo preoccupati

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Incertezza. La parola che meglio rappresenta questo primo mese di chiusura forzata. Dall’inizio della crisi causata dal coronavirus, il governo pentapiddino non ha certo impressionato per decisione e brillantezza. Sin dalle prime fasi dell’emergenza, infatti, ci sono stati propinati una serie di comunicati quantomeno fumosi e di annunci in grande stile, sommessamente smentiti nel giro di pochissime ore, in un continuum di mirabolanti fughe in avanti e di susseguenti rinculate clamorose. Insomma, gli arzilli membri dell’armata brancaleone giallorossa non si sono fatti mancare proprio nulla.

L’andazzo è apparso evidente sin da subito. Ad esser precisi, dalla ormai triste notte tra il sette e l’otto marzo scorsi, quando migliaia di persone affollarono la stazione di Milano per sfuggire all’istituzione della zona rossa annunciata dal prode Giuseppi in mondovisione. Di lì in poi, un profluvio di dirette andate in scena su Facebook, peraltro regolarmente posticipate rispetto all’orario indicato ufficialmente, che hanno contribuito a rendere ancora più grottesca una situazione già ai limiti del ridicolo. Verrebbe da farsi una sonora risata, se non ci fossero in ballo le sorti del Paese.

La conduzione dell’area prettamente sanitaria dell’emergenza non è stata certo migliore di quella comunicativa. Farraginosa la gestione dell’arrivo degli approvvigionamenti, ci sono volute settimane per accaparrarsi i dispositivi necessari alla protezione del personale sanitario (inquietante il numero dei contagiati tra i medici e gli infermieri), addirittura comico il rimpallo di responsabilità tra le regioni e l’esecutivo, con l’abbandono praticamente a loro stesse di Lombardia e Veneto (gli enti colpiti più duramente dal virus), le quali hanno si sono dovute arrangiare in solitaria per riuscire a fronteggiare la potenza soverchiante del Covid-19.

Sul fronte economico siamo davanti a una vera e propria Caporetto: dapprima il caos sulle attività produttive da chiudere e su quelle da mantenere aperte poiché essenziali (con l’imbarazzante vicenda della lista dei codici ATECO), poi l’insostenibile procrastinarsi delle misure da adottare per sostenere i consumi delle famiglie e salvaguardare le aziende: ad oggi autonomi ed imprenditori non hanno visto praticamente il becco di un quattrino. Per concludere il capolavoro, abbiamo dovuto sorbirci anche l’umiliante spettacolo delle trattative con i partner europei, che manco a dirlo si sono rivelate infruttuose: il governo infatti non ha abbandonato l’atteggiamento remissivo nei confronti di Bruxelles, finendo per accettare le soluzioni finanziarie imposte dall’asse nordeuropeo (guidato come sempre dalla Germania), le quali, non stentiamo a credere, si riveleranno inefficaci se non addirittura dannose per l’Italia.

A questo punto verrebbe naturalmente da pensare che ci troviamo di fronte a degli incapaci. In nessuno dei vari ambiti analizzati, infatti, il governo si è dimostrato essere all’altezza della situazione. Ma la verità, se possibile, è ancor più drammatica: si è deciso volontariamente di non decidere. Dietro tutti i tentennamenti, le mezze dichiarazioni e i rinvii, a quanto sembra, vi è celata la volontà di assumersi quante meno responsabilità possibili, scaricandone al contempo tantissime su tutti gli altri soggetti coinvolti nell’emergenza: le regioni “inefficienti”, l’opposizione “gretta e irresponsabile”, l’Unione Europea “divisa e distante”. E’ stata questa la strategia decisa dall’entourage di Giuseppi e che, momentaneamente, sembra anche dare i suoi frutti: in tutte le principali rilevazioni il gradimento del premier è in costante ascesa. A quanto pare la sopravvivenza politica dell’esecutivo risulta essere più importante della sopravvivenza della Nazione stessa. Ma se nel breve queste scelte paiono essere vincenti, è nel medio-lungo periodo che Conte potrebbe pagare dazio: la crisi economica che già si staglia minacciosa all’orizzonte sarà il vero banco di prova della maggioranza giallorossa. Da par nostro, nutriamo seri dubbi che questa coalizione abbia la forza necessaria per guidare il Paese fuori dalle secche della recessione.

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