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Il dibattito in Senato

Crisi di governo: ecco perché a una richiesta di annessione rispondiamo “No”

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Pubblichiamo l’intervento di Gaetano Quagliariello in Senato nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Conte

Signor Presidente, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, signori del governo, di fronte alla crisi, la componente che rappresento ha proposto un governo di salvezza nazionale.

A proporlo, in realtà, è la situazione eccezionale: supereremo i 100.000 morti; supereremo il 160% nel rapporto tra debito e Pil; abbiamo alcune categorie – autonomi, professionisti, operatori dell’economia di prossimità – che sono in ginocchio; abbiamo un piano vaccinale irto di difficoltà e imprevisti; abbiamo un tempo da recuperare affinché il nostro piano Recovery risulti credibile in Europa.

Unità nazionale, dunque: se non ora quando? Un Paese che si nega questa possibilità è un Paese più debole. E noi di debolezze ne abbiamo sin troppe.

Una parte delle difficoltà sono oggettive e comuni anche ad altri Paesi. Una parte derivano invece da scelte del governo che non abbiamo condiviso: dall’ambito istituzionale a quello economico sino a quello delle scelte sanitarie di fronte all’emergenza della pandemia. E per queste ragioni – come lei ben sa, signor Presidente del Consiglio – fin qui non le abbiamo mai votato la fiducia.

Anche per questo, dall’opposizione, riteniamo che diverse delle argomentazioni avanzate dai colleghi di Italia Viva – iniziando da quelle sul mancato utilizzo del Mes – nel merito siano condivisibili. Mentre non abbiamo condiviso i modi e soprattutto i tempi nei quali la crisi è stata da loro proposta. La democrazia non è sempre uguale. Sa tener conto delle circostanze. Averlo ignorato rischia di svilire, agli occhi dell’opinione pubblica, anche molte giuste ragioni.

La domanda che però ci siamo posti è la seguente: può una crisi sbagliata nei tempi e nei modi, generatasi e sviluppatasi tutta all’interno della vecchia maggioranza, portare chi si è fin qui opposto al suo governo a modificare il proprio giudizio su di esso?

Lei, signor Presidente del Consiglio, ieri ha rivolto un appello alle forze democratiche, liberali, europeiste, anti-sovraniste. E’ stato un appello generico, troppo generico. Mi ha riportato alla mente l’utilizzo della categoria dell’antifascismo che si faceva negli anni Settanta. Tanto abusata da farle smarrire ogni significato reale. Allora contro quel rischio ci mise in guardia un grande intellettuale comunista e conservatore, Pierpaolo Pasolini: signor Presidente, non rinnoviamo quell’errore. La mia componente è democratica, liberale, a-sovranista, europeista perché si rifà all’Europa dei padri fondatori. Non per questo però, pensa di dover abbandonare l’opposizione.

Lei d’altra parte, proponendo un governo che non cambia neppure il suo numero cardinale – stiamo sempre parlando del Conte 2 – ha legittimamente rivendicato il lavoro fin qui svolto; quello al quale noi ci siamo fin qui legittimamente opposti. E, ovviamente, è partito dalla attuale maggioranza: Movimento 5 Stelle, Pd, Leu. Ieri ha chiesto agli altri – cito – di arricchire questa base; insomma, di “aggiungersi”.

Nessuna trasformazione, dunque, né della formula né del contesto programmatico nel quale essa dovrebbe cadere. Se non l’accenno, ancora vago, alla proporzionalizzazione del sistema.

Insomma: quella che lei ha avanzato alle opposizioni anti-sovraniste – e, lo ribadisco, noi di “Idea e Cambiamo” ci riteniamo piuttosto a-sovranisti, perché anche su questa categoria dovremmo intenderci – in termini tecnici non è neppure stata una proposta trasformista.

Come lei infatti sa, signor Presidente del Consiglio, nella definizione che ne diede Depretis il trasformismo implicava, per l’appunto, una trasformazione: sia per chi aderiva al governo, sia per il governo stesso che modificava il suo centro di gravità, spostandosi, a seconda dei casi, più a destra o più a sinistra; più verso la Monarchia o più verso il Parlamento.

In termini tecnici, invece, lei ha chiesto un’annessione.

Per questo la risposta alla domanda “se sia sufficiente constatare l’assurdità di una crisi per cambiare giudizio su un governo”, in questo caso è “No”. Semmai, quanto è accaduto rafforza il giudizio di insufficienza sul governo nel quale quella crisi si è generata ed è stata alimentata, e rispetto al quale si chiede oggi una sostanziale continuità; sebbene con qualche “arricchimento”. Rafforza la convinzione che il Paese abbia bisogno di qualcosa d’altro e di più ambizioso.

Signor Presidente, l’Italia in realtà necessita di cambiamenti profondi. Siamo persuasi che il sistema politico e la politica stessa – quando finalmente volteremo questa terribile pagina della nostra storia nazionale – non saranno più gli stessi. Metterci in gioco per rispondere a questa esigenza non ci fa paura e non ci porterà mai a tirarci indietro. Farci annettere no. Per una questione di sostanza, per una questione di stile. E Dio sa quanto oggi c’è bisogno anche di chi, in politica, sappia preservare lo stile.

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