Da Leopardi a Pascoli, in cammino con Dante

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Da Leopardi a Pascoli, in cammino con Dante

Da Leopardi a Pascoli, in cammino con Dante

26 Gennaio 2020

Il 17 gennaio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il “Dantedì”, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri che si terrà il 25 marzo, “data – osserva Franceschini – che gli studiosi riconoscono come inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia”. Una proposta elaborata dal Ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo in vista dei 700 anni dalla scomparsa del Poeta che cadranno nel 2021. L’iniziativa è stata certamente accolta con interesse da molti intellettuali ed associazioni culturali quali l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca e l’Associazione degli Italianisti. Quasi a farlo apposta, è di appena pochi giorni fa la sensazionale notizia del ritrovamento di un’inedita recensione, compiuta ma mai pubblicata, dell’opuscolo “L’ombra di Dante” (di Giuliano Anniballi, Loreto 1816) a firma nientemeno che di Giacomo Leopardi, fresco di una “conversione letteraria” sicuramente arricchita dallo studio della Commedia.

Raramente, però, si ricorda che essa per lungo tempo occupò la mente e la scrittura di un altro gigante della poesia del primo Novecento, Giovanni Pascoli, soprattutto nella sua ultima parte di una vita ormai stanca e chiusa in sé (ma nondimeno fruttuosa), con scritti come Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900) e La Mirabile Visione (1902). Opere che non ebbero il successo sperato dal poeta di Castelvecchio e che, invece, provocarono fin da subito commenti di disorientamento di fronte a una «selva di ragionamenti sottili e acuti spesso, sofistici talvolta» (C. Zacchetti), se non di pesanti silenzi o dure critiche soprattutto dai dantisti dell’epoca, fino all’impietosa stroncatura dell’Accademia dei Lincei, nel 1904, che giudicò negativamente l’esegesi pascoliana. La drammatica delusione che gettò Pascoli nello sconforto di fronte all’incomprensione e al continuo rifiuto di gran parte del mondo accademico era sicuramente amplificata da un’eccessiva euforia con cui egli raccontava del suo “lavoro segreto e prediletto”, e dalla totale immersione quasi maniacale con cui si era predisposto a tale studio:

«lo meditavo per giorni interi e ne sognavo (sorrida o rida chi vuole; ma è vero!) le notti. Era la mia compagnia, il mio conforto, il mio vanto. Dai dispregi che mai non mi sono mancati, io mi rifugiava nell’oscuro Tesoro delle mie argomentazioni e divinazioni; le contavo e ripetevo, e ne uscivo raggiante di solitario orgoglio. Aver visto nel pensiero di Dante!» (Pascoli, “Minerva Oscura”).

È qui impossibile anche solo sintetizzare tutta l’esegesi raffinatissima che Pascoli produce per anni intorno alla Commedia e al pensiero di Dante. Si può solo accennare che per lui quest’opera non è che il cammino che dalla vita attiva, il “corto andare”, giunge per un “altro viaggio” alla vita contemplativa. Si tratta di un complesso sistema di svelamento di significati che stanno sotto il “velame” delle parole e di ricostruzioni concettuali attraverso collegamenti simbolici e allegorici, alle volte indefiniti ma in piena sintonia con la sua poetica del fanciullino, che riesce a scoprire «nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose» (Pascoli, “Il fanciullino”).

La differenza dell’approccio del poeta “fanciullino” rispetto alla critica positivistica del tempo sta, appunto, nel metodo, il positivismo tendeva infatti a risolvere e spiegare la storicità degli eventi raccontati, a delineare la struttura stilistica del testo, sempre con il dovuto distacco dell’analista. Pascoli invece va dentro il cuore dell’opera e dell’autore, perché ne ha bisogno, cammina insieme a lui, diventa novello Dante che nel mentre si addentra cerca una consolazione alla sua vita, ma anche una nuova via a fronte dell’angoscioso smarrimento dei tempi che si stavano prefigurando a inizio secolo. È una via esistenziale, e per fare questo, certamente egli non può usare gli stessi criteri della critica storica perché ritiene di dover camminare su di un sentiero “mistico”, poetico, simbolico, che non è meno vero dell’altro. Infatti arricchirà le sue riflessioni con solidi riferimenti teologici, letterari e patristici (Omero, Virgilio, San Paolo, Agostino, Tommaso d’Acquino…) – che furono la linfa da cui Dante attinse per elaborare l’opera – per permettergli di costruire la «base scientifica» e trovare «a ogni simbolo di Dante la parola esatta di Dante che lo interpreti, a ogni concetto di lui la postilla di lui» (Pascoli, “Intorno alla Minerva oscura”). Per Pascoli, insomma, Dante si spiega con Dante. Perciò egli fa letteralmente “tabula rasa” di tutti gli studi critici a lui contemporanei, non gli interessa approcciarsi alla Commedia in quel modo “sterile”, ricomincia da capo e ne cerca una nuova ricomprensione, anzi, vuole trovarne l’autentica chiave di lettura. La geniale follia di questa esegesi, può far storcere la bocca a qualcuno, non sempre è chiara nei suoi passaggi, ma qui è un poeta che legge un poeta.

Anzi, essa funziona principalmente perché è per Pascoli stesso che deve funzionare: è come se l’addentrarsi in questo studio lo aiuti in maniera terapeutica a trovare una via di salvezza, o di fuga. Da una parte il poeta delle piccole cose che in piena crisi antropologica e del verso e del linguaggio tra ‘800 e ‘900, tra la retorica carducciana e l’estetismo d’annunziano, rompe lo schema di una lingua convenzionale che oscura il suo vero significato per tornare all’origine della parola; il poeta-fanciullo che ribaltando le forme poetiche del tempo, determinerà, come dirà Pasolini, l’elaborazione della successiva poesia novecentesca. Dall’altra l’autore di quelle “nove rime” che diedero avvio alla rivoluzione culturale del dolce stil nuovo, incoronando il Sommo Poeta come Padre della lingua italiana, non perché il fiorentino sia la lingua migliore delle altre, o la “più italiana”, ma perché egli a differenza degli altri poeti “stolti” che si sono fermati a produrre solamente con il proprio ingegno è uno che «quando Amor mi spira, noto, ed a quel modo ch’ei ditta dentro, vo significando» (Purgatorio XXIV), cioè che grazie allo Studio/Amore è riuscito a creare un nuovo stile poetico impregnato di “intendimento filosofico”.

Come Dante con Virgilio, anche Pascoli, accompagnato da Dante, si metterà alla ricerca della Sapienza/Beatrice, compiendo quel cammino dalla vita attiva alla vita contemplativa: essa si raggiunge attraverso lo Studio (Virgilio) che conduce alla vera Arte (Matelda), cioè alla vera poesia. Quello Studio infatti, secondo il poeta di Castelvecchio, riesce a far ritrovare la fanciullezza al poeta, cioè a riportarlo alla verità delle cose, «se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro» (Pascoli, “il fanciullino”).

[Per un approfondimento introduttivo rimando a: G. Capecchi, “Gli scritti danteschi di Giovanni Pascoli. Con appendice di inediti”, Longo, Ravenna 1997, e alla sua corposa Bibliografia sugli scritti danteschi di e su Giovanni Pascoli.]