Da Lutero a Hitler, la lunga marcia dell’antisemitismo tedesco

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Da Lutero a Hitler, la lunga marcia dell’antisemitismo tedesco

30 Gennaio 2009

Nel 1543 Martin Lutero ebbe una levata di ingegno. In preda al lato nero del suo carattere, in una lettera pastorale, “Gli ebrei e le loro bugie”, inventò quasi da zero l’intero campionario dell’antisemitismo posteriore. Le celeberrima tirata dell’ex frate entrava nel dettaglio. Consigliava infatti di “appiccare il fuoco” ai luoghi di culto dei figlio di Sion, e specificava che se qualche sinagoga non “dovesse bruciare, dovrebbe essere coperta o disseminata di sporcizia, in modo che nessuno possa essere in grado di vederne un mattone o una pietra”. Aggiungendo, sinistro e perentorio, che “questo deve essere fatto in onore a Dio…”. Dopo circa quattrocento anni, il monito del sommo riformatore sembrò diventare realtà. “Nel giro di alcune ore”, osserva Martin Gilbert (autore di un notevole racconto del “9 novembre 1938. La notte dei cristalli”, edito qualche mese fa per i tipi del Corbaccio), “vennero incendiate e distrutte oltre un migliaio di sinagoghe. Dove si ritenne che il fuoco avrebbe potuto mettere in pericolo edifici non ebraici nelle vicinanze, gli autori delle aggressioni fecero a pezzi le sinagoghe con martelli e asce”. Non si trattò – spiega bene lo storico inglese – “di un’esplosione di violenza spontanea, ma di un attacco coordinato e globale”. Spunto e pretesa furono i cinque colpi, peraltro non mortali, che un giovane ebreo, un tempo residente ad Hannover, aveva esploso contro un piccolo diplomatico del Terzo Reich di stanza a Parigi. Il clima ostile del pogrom era stato, peraltro, montato a puntino. Nei giorni precedenti una massiccia offensiva antisemita aveva fatto da padrone sulla stampa tedesca. In particolare, l’“8 novembre, in Germania, i quotidiani del mattino accusarono gli ebrei di essere un popolo di assassini. Come prova dell’esistenza di una campagna ebraica contro la Germania nazista, i giornali sottolinearono che tre anni prima un ebreo tedesco, David Frankfurter, aveva sparato al capo dell’organizzazione nazista dei tedeschi residenti  in Svizzera, Wilhelm Gustloff, uccidendolo”.

Dunque ventiquattrore di ferro e fuoco, dal risultato devastante: “più di trentamila uomini ebrei fra i sedici e sessant’anni – un quarto di tutti gli uomini ebrei ancora in Germania – furono arrestati e inviati ai campi di concentramento. Là vennero torturati e tormentati per parecchi mesi. Oltre un migliaio di loro morirono nei lager”. I caduti delle ventiquattrore sono invece novantuno, quanto ai feriti e ai traumatizzati il numero è molto alto, anche se indefinito.

Gilbert ricorda come nessun altro “avvenimento nella storia del destino degli ebrei tedeschi fra il 1933 e il 1945 fu coperto tanto ampiamente dai quotidiani proprio nel momento in cui si verificava”. Centinaia di cronisti stranieri erano sul terreno e “riferirono liberamente ciò che avevano visto e sentito”. Quei resoconti minuziosi provocarono “ondate di sconvolgimento in tutti i paesi democratici” e posero “efficacemente fine a qualsiasi tipo di attrattiva per il nazismo fra la gente comune e i rispettivi governi”. Eppure, nei mesi successivi non fu affatto semplice per gli ebrei tedeschi che lo desideravano ottenere visti di ammissione per l’estero. Numerosi paesi si dimostrarono piuttosto restii ad accoglierli e anche le nazioni più generose, Inghilterra e Stati Uniti, non sempre lo furono quanto necessario. Il libro di Gilbert, storico di vaglia, biografo ufficiale di Winston Churchill, è un ottima ricostruzione di quella terribile giornata e dei suoi effetti. Si tratta di un testo di alta leggibilità, ma soprattutto è opera rigorosa e superbamente istruttiva.