Da Rambouillet a L’Aquila, come e perché è stato inventato il G8
07 Luglio 2009
Una delle origine del G8 è nel fallimento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale avevano inventato come strumento di governo planetario, e che fu invece subito azzoppato e paralizzato dai reciproci diritti di veto dopo l’inizio della Guerra Fredda.
Un’altra fu nella complementarità che l’esito della stessa Seconda Guerra Mondiale creò tra Francia e Germania, dopo che queste per un secolo e mezzo si erano affrontate in guerre continue. Entrambe infatti sconfitte: ma la Francia col contentino della vittoria per gli Alleati cui si era riallineata dopo due cambi di fronte; da cui uno status di Grande Potenza, il seggio permanente con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza e l’arma nucleare, che peraltro non salvarono dalla perdita dell’impero coloniale dopo le umilianti sconfitte in Indocina e in Algeria. Mentre la Germania aveva anche perso l’unità nazionale, ma nella sua parte occidentale era stata subito benedetta da uno straordinario miracolo economico. Insomma, erano le due classiche debolezze che assieme potevano fare una forza: specie se la loro partnership fosse riuscite a porsi come locomotiva del nascente processo di integrazione europeo.
Il Trattato di Parigi del gennaio 1963 formalizza dunque un Asse che si articola attraverso due summit all’anno tra presidente francese e cancelliere tedesco, più incontri trimestrali fra i ministri degli Esteri e della Difesa. Incontrandosi ogni tre mesi diventano stretti amici i due ministri delle Finanze Valery Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt, che poi nel maggio del 1974 diventano presidente e cancelliere a 11 giorni di distanza l’uno tra l’altro. Subito i due impongono l’estensione della loro esperienza a livello comunitario, e nel marzo del 1975 si tiene così a Dublino il primo Consiglio Europeo.
Ma quelli sono anche gli anni della crisi scatenata dalla fine del sistema di Bretton Woods e dal primo grande shock petrolifero, verso cui l’Occidente mostra una desolante incapacità di reazione collettiva. Dal Gruppo della Biblioteca, che riunisce a partire dal 1973 in vertici periodici i ministri delle Finanze di Stati Uniti, Regno Uniti, Francia, Germania e Giappone, Giscard ha l’idea che propone al presidente americano Gerald Ford al vertice della Martinica del 16 e 17 dicembre 1974. Infine, il G6 dei capi di Stato e di governo parte formalmente col vertice di Rambouillet del 15-17 novembre 1975. Con Ford, Callaghan, Schmidt, Giscard e il premier giapponese Takeo Miki è invitato anche Aldo Moro: a lungo discussa, la presenza dell’Italia è infine decisa per il fatto che il nostro Paese ha in quel momento la Presidenza di turno della Comunità Europea.
Attraverso la promozione definitiva dell’Italia e l’invito al Canada, entrambi voluti da Washington, il G6 diventa G7 col vertice di San Juan di Porto Rico del il 27 e 28 giugno del 1975. E la sigla resta dopo che il successivo vertice di Londra decide non solo di formalizzare la cadenza annuale dell’evento, ma anche di invitare al vertice anche il capo di Stato o di governo Presidente di turno della Comunità Europea. Il decollo definitivo è col vertice del maggio 1983 a Williamsburg in Virginia: prima delle sei occasioni di fila cui presenzieranno i grandi leader Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Helmut Kohl e François Mitterrand, prendendo le decisioni che assicureranno il successo dell’Occidente contro il blocco comunista.
Ma proprio il venir meno dell’Urss permette all’improvviso una ripresa di efficienza dell’Onu, dalla spedizione in Kuwait a quella in Somalia. Si rivelerà effimera, ma sul momento gli Stati Uniti iniziano a pensare a una riforma del Consiglio di Sicurezza che renderebbe membri permanenti il Giappone e la nuova Germania riunificata, oltre a tre Paesi del Terzo Mondo: il Brasile, l’India, e una potenza africana per la cui designazione si affrontano subito Sudafrica, Nigeria e Egitto. Dal punto di vista di Washington, non solo si renderebbe l’Onu più rappresentativa, ma sarebbe anche possibile ridurre a spese di Germania e Giappone quella contribuzione finanziaria che per i contribuenti american è sempre più impopolare. Così, però, nel Consiglio di Sicurezza finirebbe per coincidere il direttorio politico-militare e quello economico-finanziario del pianeta: svuotando il G7, e ai danni di un’Italia che oltre al danno avrebbe anche la beffa di ritrovarsi come il primo tra i contributori all’Onu senza seggio permanente.
La nostra diplomazia si mette dunque alla testa di un movimento di scontenti che vede in prima linea altri Paesi a rischio di declassamento e che riesce a bloccare la riforma. Poiché però non si può agire solo in negativo, è questa la ragione vera del perché al vertice di Napoli del 1994 Berlusconi invita la Russia post-sovietica di Boris Eltsin. Non si ha ancora un vero e proprio G8, ma un G7 seguito da un ulteriore incontro con i russi: G7+1. Il G8 vero e proprio nascerà poi a Denver nel 1997, e dal 1999 iniziano a venire invitati sempre più Paesi del Terzo Mondo e organizzazioni internazionali. A L’Aquila, ormai, è diventato un G29. Un’assise sempre più pletorica, che in tal modo mira però proprio a realizzare quella riforma del direttorio mondiale fallita al Consiglio di Sicurezza. Con l’importante differenza, dal nostro punto di vista, che l’Italia nel G8 c’è, mentre a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza non osa ambire (dopo aver perso quel seggio permanente al Consiglio della società delle Nazioni cui avevamo avuto diritto come vincitori della Grande Guerra, e che Mussolini buttò via per conquistare l’effimero Impero in Africa Orientale).
