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D’Alema al Senato come al tempo degli indiani d’America

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In un mondo perfetto, il discorso tenuti ieri, 21 gennaio, di fronte al Senato dal ministro degli Affari Esteri, Massimo D'Alema, avrebbe anche potuto essere considerato non solo un miracolo (poi mancato) di ingegneria politica, ma anche un buon discorso sui grandi principi della politica estera: il rifiuto della guerra sulla base dell'art. 11 della Costituzione, la scelta di fare dell'Italia "un soggetto attivo nella complessa architettura di istituzioni e di alleanze internazionali", cioè l'Organizzazione delle Nazioni Unite e la North Atlantic Treaty Organization. Per non parlare del rilancio dell'unità europea, della necessità di una svolta in Medio Oriente nella lotta al terrorismo, e dell'allargamento negli orizzonti delle relazioni internazionali. Per finire con l'insistenza sul fatto che la presenza italiana in Afghanistan sarebbe missione "innanzitutto politica e civile" delle Nazioni Unite, all'interno della quale la NATO " svolge una delicata ed essenziale funzione militare". Ma non siamo in un mondo perfetto, e nessuno lo ha ascoltato.

Un discorso caduto nel vuoto

Tutti sapevano già prima se avrebbero votato a favore o contro. A dire il vero, forse D'Alema ha trovato più ascoltatori tra i banchi della destra, che qualche giorno aveva sostenuto il governo sulla decisione di approvare l'allargamento della base americana a Vicenza. Ma certamente non ascoltavano D'Alema coloro che fanno (facevano) parte della sua coalizione di governo. Non lo ascoltavano, soprattutto, quei senatori i cui leader di partito avevano partecipato soltanto quattro giorni or sono, il 17 febbraio, alla manifestazione di Vicenza, il cui scopo principale era proprio quello di forzare la mano al governo stesso. Non lo ascoltavano coloro che rappresentano quel 27 per cento di italiani del centrosinistra i quali, sempre e comunque, dichiarano di essere sempre e comunque contrari agli Stati Uniti, qualunque sia il governo in carica (fonte: Osservatorio di Renato Mannheimer, Corriere della Sera, 29 febbraio). Qualsiasi cosa avesse detto D'Alema, qualsiasi sentimento di pace, libertà e fraternità universale avesse evocato, ciò che soltanto interessava i suoi oppositori (eppur partecipanti al suo governo) era ribadire che i veri nemici del mondo civile non sono i talebani, non sono i terroristi, non sono i lanciatori di razzi kassam, non sono tagliatori di teste e i violentatori del Darfur, non sono coloro che proclamano di voler distruggere Israele e preparano testate nucleari a quello scopo -- ma, sempre e soltanto gli americani, e, come taluni noti libertari e fautori dei diritti civili usavano dire prima del 1989, i "loro lacché", vale a dire gli israeliani.

Il governo senza rappresentanza

Ma che razza di rappresentatività internazionale può avere un ministro degli esteri di una coalizione di tal fatta? Chi mai si può fidare di un governo che non rappresenta nemmeno se stesso? Come può funzionare, in queste condizioni, la collaborazione anti-terrorismo tra i servizi segreti italiani e quelli del resto dei paesi della NATO, quando non si sa bene chi e quali interessi rappresentino i nostri uomini, e soprattutto  quanto dureranno prima che si proceda alla loro sistematica delegittimazione da parte del governo stesso?
E che cosa pensava davvero l'ambasciatore americano Ronald P. Spogli, quando pochi giorni or sono ha stretto la mano a D'Alema sostenendo che le passate divergenze erano state superate e che i due governi avevano superato le loro divergenze? Forse l'ambasciatore è riandato alle sue lezioni di storia americana e alle somiglianze con quanto succedeva nel suo paese al tempo delle guerre indiane del periodo coloniale. Anche allora le due parti, contrariamente a quanto vuole la vulgata terzomondista, passavano la maggior parte del loro tempo non a combattere, ma a negoziare politiche di buon vicinato. I negoziatori si sedevano intorno al falò e fumavano la pipa della pace, facevano discorsi e si scambiavano doni. Poi ognuno se ne tornava a casa propria. Ben presto tutti si accorgevano che nessun problema era stato risolto, perché i negoziatori bianchi non riuscivano a controllare i loro fuorilegge, e i capi indiani rappresentavano soltanto se stessi e la piccola banda che si portavano dietro. Il vero scoglio era quello della reale rappresentatività dei negoziatori. E le accuse di "indiani infidi e traditori" e di "bianchi  dalla lingua biforcuta" fioccavano.

Il ministro delle buone intenzioni

Insomma, D'Alema può anche essere una persona "who means well", come si dice in inglese, "dalle buone intenzioni". Ma come può (o poteva) proclamare la sua affidabilità di alleato nei confronti degli Stati Uniti e della NATO, quando non è mai riuscito, ma proprio mai, a parlare con una voce univoca e a prendere decisioni di conseguenza? Ma davvero siamo così ingenui da pensare che il governo americano e gli altri governi rappresentati nella NATO non si siano mai accorti che ognuna delle disparate forze che componevano il governo presieduto da Romano Prodi non parlava che per se stessa? E che alle loro spalle ogni banda indiana diceva (e faceva) quello che voleva?

Luca Codignola

 

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1 COMMENT

  1. Gli indiani d’america
    La sua voglia di servire il più forte, che lo paga per scrivere queste nefandezze è pari alla sua mancanza di orgoglio
    Faccia un atto di umiltà, cambi mestiere!!!

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