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D’Alema e il sovranismo. Quando non basta la parola

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In una lunga intervista con Annalisa Chirico sul Foglio, rivelatrice già dal titolo (Un mondo diviso che ha bisogno di sovranità), Massimo D’Alema – con la consueta sprezzatura e la bravura che gli è largamente riconosciuta– ha fatto il punto sulla politica mondiale. Su quella italiana no, solo di striscio e per inciso, “non leggo i giornali italiani”, dice il nostro, anche se a noi resta un dubbio: sarà vero o è un vezzo?

Le carrellate panoramiche sui principali snodi e sugli scenari di crisi (Europa, Medio Oriente, Russia, Cina, Stati Uniti) e le osservazioni informate e intelligenti che le accompagnano rendono veramente utile una lettura completa dell’intervista. Più che altro, abituati alla melassa predominante nella pubblicistica di sinistra, si resta colpiti da una visione per niente ottimistica sulla crisi della globalizzazione e della democrazia occidentale: “La democrazia è attraversata da un deficit di inclusione, è destrutturata, priva di corpi intermedi, immediata e dunque fragile, incapace di produrre leadership degne di questo nome. Manca stabilità di visione. Pensi al caso italiano: i leader, da noi, vivono soltanto cicli brevi, il che produce paralisi istituzionale e incapacità di incidere”. E così pure il giudizio sulla incapacità russa e cinese di rimpiazzare gli Stati Uniti nello scenario globale, e soprattutto sul fatto che la vicenda coronavirus ha messo a nudo profonde debolezze intrinseche del colosso cinese.

Tutto il ragionamento è quello di un uomo di sinistra che non ha rinunciato allo sforzo di capire le trasformazioni del mondo e non si è consegnato all’ideologia liberal che- messi da parte i conflitti sociali e politici- basa gran parte della sua piattaforma sulla rivendicazione di crescenti “diritti” individuali.

E’ in questa chiave che va letta pure l’affermazione che “il sovranismo raccoglie un’istanza giusta: il ritorno alla sovranità” e “la parola ‘sovranità’ è bellissima per chi, come me, è da sempre fautore del primato della politica”. Non si tratta di una conversione o di una contraddizione. Lo stupore dei lettori di destra e lo scandalo di quelli di sinistra si capiscono solo dimenticando – o ignorando-  che nella famiglia ideologica di D’Alema il primato della politica era a fondamento della riflessione e dell’azione. E’ necessario ricordare il “nuovo principe” di Gramsci con la sua chiarissima rivendicazione della lezione di Machiavelli?

E allora? Allora le cose sono due: o, di fronte alla trasformazione del più grande partito comunista dell’Occidente in partito radicale di massa già preconizzata da Augusto Del Noce, il nostro rappresenta un nobile e pensoso relitto; oppure la crisi della globalizzazione e dell’ideologia liberal che l’ha accompagnata ridarà fiato e argomenti a una linea di pensiero meno ottimistica e più adusa a riconoscere e dialettizzare conflitti e contraddizioni, diciamo più marxianamente affondata nella storia.

In ogni caso la nostra parte, che sta esprimendo una ricca stagione culturale adeguata alla denuncia del globalismo e del politicamente corretto, forse dovrà attrezzarsi a una svolta che già si stava delineando e che l’evento coronavirus probabilmente accelererà. Ma senza prendere lucciole per lanterne: il clivage tra destra e sinistra continua a correre lungo la linea dove si confrontano da una parte l’accettazione dell’imperfezione dell’uomo, della sua storia e dell’organizzazione sociale –migliorabile ma non eliminabile- e dall’altra il sogno gnostico del “mondo nuovo”, quali che siano i passaggi e le procedure per realizzarlo, che intelligentemente mutano col mutare degli scenari.

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