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D’Alema vuole il trionfo di Hamas

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Clamorosa gaffe di Massimo D’Alema che con una mossa sola è riuscito a fare irritare oltre ogni misura Javier Solana, a aprire l’ennesimo contenzioso col governo di Gerusalemme e a oscurare l’eco della visita di Romano Prodi in Israele.

Lunedì, Repubblica e pochi altri giornali europei hanno pubblicato il testo di una “lettera a Tony Blair” assolutamente stravagante per la forma e il contenuto. Il documento - esplosivo nelle sue linee guida, tanto che dichiara “morta la Road Map” - portava solo la firma di 10 ministri degli Esteri su 25 e per di più, oltre a Italia Francia e Spagna, di assoluta irrilevanza: Slovenia, Grecia, Cipro, Malta, Bulgaria, Romania e Portogallo.

Martedì, un Javier Solana più che infastidito ha bacchettato le dita ai firmatari che hanno palesemente violato, su un argomento rovente e in un momento cruciale, le più elementari regole della concertazione di politica estera il cui custode è, appunto, lo stesso Solana: “Ricorda la ‘lettera degli otto’ (il documento dei paesi europei, che si schierarono con gli Usa a favore della guerra in Iraq, provocando una spaccatura esiziale per l’Europa politica) e le sue conseguenze, eppure avrebbero dovuto imparare la lezione di allora. Credo che ci siano meccanismi molto più utili, migliori ed efficaci per esporre le idee di ciascuno”. Dunque la mossa dei dieci - e di D’Alema - è stata giudicata da Solana inutile, mediocre e inefficace.

Il disastro è stato poi maldestramente ampliato da D’Alema che si è trovato nella difficile posizione di dover coprire il suo sottosegretario Famiano Crucianelli, che era presente nella riunione di Porto Rose in cui la “lettera a Tony Blair” è stata decisa, e soprattutto se stesso. Il titolare della Farnesina ha ammesso di avere firmato un documento pur essendo assente dalla riunione, ma di “avere visto il testo che mi è sembrato convincente, quindi l’ho firmato”. Insomma, la confessione in chiaro di una decisione “per sentito dire”, con quel “mi è sembrato convincente” che la dice lunga sulla superficialità con cui ha preso la decisione. Il classico “tocòn pegior del buso”, una toppa peggiore dello strappo, il tutto peggiorato ancora dalla maldestra difesa di un Piero Fassino che palesemente non ha neanche letto la lettera dei dieci e che comunque - contro Abu Mazen - sostiene che Israele deve fare la pace con Hamas, anche se questa si rifiuta di riconoscerne l’esistenza. La prova che l’antisionismo di D’Alema è contagioso e corrompe persino un ex sincero amico di Israele quale era il segretario dei Ds che dice giustamente che la pace “si fa col nemico”, ma ora - non ieri, prima di questo sciagurata esperienza di governo - fa finta di non capire che Hamas non è solo un nemico, ma un dichiarato disintegratore del sionismo, che non vuole - e lo dice - firmare nessuna pace, ma solo una tregua, una hudna, che le permetta poi di meglio distruggere Israele.

Il problema della lettera a Tony Blair, infatti, è non solo nella forma, ma anche e soprattutto nella sostanza. Il documento non si limita a dichiarare morta quella Road Map che invece, a ogni livello, continua a essere l’unica - assolutamente l’unica - strategia unitaria di Ue, Onu, Usa e Russia (quindi sconfessa ogni atto di Solana) ma propone addirittura a Tony Blair l’inaudita scelta di abbandonare le precondizioni sinora poste ai palestinesi, di fatto accusandole di essere concausa dell’inasprimento della crisi per avere “isolato Hamas”. Nella lettera si denunciano le “condizioni troppo rigide che avevamo l’abitudine di imporre come preliminari”, e conseguentemente si propongono “negoziati senza preliminari sullo statuto finale”. Tradotto dal diplomatichese, i “dieci” abbracciano totalmente le posizioni di Hamas e non chiedono più ai palestinesi la sospensione delle attività terroristiche, il riconoscimento del diritto di Israele ad esistere e il rispetto degli accordi sottoscritti dall’Anp, le precondizioni, appunto.  I “dieci”, insomma, offrono a Ismail Haniyeh la possibilità di ricomporre la frattura con Abu Mazen - loro dichiarato obiettivo precipuo - a scapito della sicurezza di Israele, proprio a partire dal suo trionfo strategico: una trattativa sullo Stato palestinese, continuando le attività terroristiche e rifiutandosi di riconoscere Israele. Una piattaforma che premia le più fondamentaliste e terroriste pratiche palestinesi - quindi addirittura offensiva per Israele- controbilanciata da una proposta inaccettabile: “prendere in considerazione il bisogno di sicurezza di Israele”. Una frase volutamente confusa e contorta che sostituisce la secca “difesa della sicurezza di Israele” sin qui contemplata dal Quartetto e dovrebbe concretizzare “l’idea di una forza internazionale robusta del tipo Nato o Onu capitolo VII che avrebbe ogni legittimità ad assicurare l’ordine nei territori e a imporre il rispetto di un necessario cessate il fuoco”.

Nel momento stesso in cui il fallimento dell’Unifil in Libano è ormai acclarato, mentre Abu Mazen chiede sì un corpo militare internazionale, ma per combattere Hamas a Gaza, non per controllare Israele, D’Alema e gli altri nove propongono di impedire all’esercito israeliano le azioni di contrasto antiterrorismo nei territori palestinesi e di delegarlo ad una forza multinazionale che ovviamente, anche se armata delle migliori intenzioni, nulla potrebbe fare contro le iniziative terroristiche palestinesi e avrebbe quindi solo il compito di impedire le contro-azioni israeliane. Il tutto, mentre Romano Prodi nella sua visita a Gerusalemme ha sensibilmente modificato l’assetto nella crisi imposto all’Italia da D’Alema, ha sposato con inedita energia - almeno verbale - le posizioni di Ehud Olmert sull’Iran e ha pienamente appoggiato quell’Abu Mazen che continua a dichiarare di voler trattare solo con le armi con Hamas - supinamente corteggiata dalla lettera dei “dieci” - accusandola addirittura di favorire l’infiltrazione di al Qaida a Gaza.

Una posizione molto alla Zelig - Prodi cambia posizione a seconda dell’interlocutore e ai suoi amici iraniani ha sempre detto cose ben diverse da quelle che ha detto a Olmert sul programma nucleare degli ayatollah - ma comunque passabile. Una posizione che comunque D’Alema ha subito corretto, sostenendo il giorno dopo -incredibilmente - che “l’Iran sta aprendo a qualche opportunità”. Un pastrocchio infilato in una serie di pastrocchi, l’ennesima prova di un esecutivo con un’andatura da ubriachi, con un ministro degli Esteri che firma documenti esplosivi che neanche legge e che pensa - al solito - di cavarsela comunque con l’eterno gioco delle tre carte, sia pure in versione sovietica.

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1 COMMENT

  1. Crisi mediorientale
    Credo che oggi sia molto importante percorrere tutte le vie per far entrare nell’Europa unita anche Israele, Libano, Palestina e Siria,
    trattandosi di regioni per niente estranee alle sue origini. Da più tempo si parla solo di Turchia. Sarebbe veramente bello e importante che quanto supposto da me possa avvenire.

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