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Individuo e comunità

Dalla destra al centro: il tramonto del singolarismo (di C. Togna)

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L’intuizione di fondo del Presidente Berlusconi del 1994 fu rappresentata dalla capacità di individuare, e tradurre in offerta politica, i bisogni di un ceto elettorale che si stava sempre più distaccando dalle grandi organizzazioni partitiche novecentesche (PSI, PCI e DC) dove prevalenti erano mentalità ed istituzioni di tipo collettivo – comunitario – organico.

Prendendo spunto dall’interessante analisi di Francesca Rigotti (L’era del singolo), il Berlusconi del ’94 seppe cogliere quel bisogno di autonomia intesa come concretizzazione di un concetto generale di libertà e di individualismo. Necessità che prima venga l’individuo, l’individuo singolo e poi lo Stato: che lo Stato è fatto per l’individuo e non l’individuo per lo Stato. Con la rivendicazione di “diritti individuali soggettivi” (che solo in tempi recenti hanno chiesto di essere riconosciuti anche come diritti collettivi): diritto di ognuno di determinarsi da solo, di darsi una norma propria. Come bene spiega Rigotti, è proprio l’autonomia la posta centrale dell’individualismo.

Tale intuizione per circa un trentennio ha dominato quel luogo della politica denominato “centro” la conquista elettorale del quale consente, o meglio può consentire, sia alle destre che alle sinistre di poter decidere in proprio favore gli esiti delle contese elettorali.

Il dato oggettivo delle ultime elezioni amministrative e le analisi di commentatori politici specializzati fanno emergere due considerazioni: da una parte che il centro del centro destra continua ad avere numeri non disprezzabili ma non comparabili con quello delle destre rappresentante da Lega  e Fratelli d’Italia e dall’altra che “l’aggancio delle opinioni” che nelle intenzioni di voto premia normalmente i vincitori non ha, in questo caso, funzionato non avendo prodotto, secondo i sondaggisti, significativi incrementi di intenzioni di voto a favore delle sinistre indubbiamente vincitrici delle elezioni amministrative. Oltre il dato enorme dell’astensione pari al circa al 60% dell’elettorato attivo e all’inspiegabile fenomeno dei cosiddetti “no green pass”.

La sintesi di tali dati ha portato molti a ritenere possibile ipotizzare l’esistenza di un nuovo contenitore centrista (nuovo nel senso anche di una struttura che fonda, superandoli, gli attuali partiti e movimenti che si autodefiniscono centristi). Probabilmente, ad un’attenta analisi, più che di una nuova struttura si dovrebbe parlare di un riposizionamento dell’offerta politica adattata a quei bisogni che non hanno ricevuto stimolo adeguato ad esprimere, sia pure in forma negativa, il voto. Ma tale analisi deve necessariamente tener conto del passaggio dall’individualismo dei primi anni ’90 all’attualità del singolarismo.

Come ben scrive Rigotti, la nostra società è ancora una società individualista (che fa del primato dell’individuo un principio ordinante della vita sociale). Tale individuo tuttavia sembra non essere più sorretto dall’idea di uguaglianza, bensì dalla “singolarità”. Il nuovo singolarismo nasce proprio sulle ceneri dell’eguaglianza, nell’ambito di un nuovo paradigma o modello non egualitarista, nel senso di umanesimo non egualitario che non attribuisce più all’eguaglianza una posizione centrale, a causa della sua natura relazionale considerata inadeguata. In buona sostanza l’istanza da parte dei governati di una autoaffermazione in termini di originalità ed unicità, quanto a diritti, che cerca di affermarsi anche a detrimento dell’uguaglianza sociale. E a questo affermarsi del singolarismo si accompagna, quale cattivo compagno di strada, il concetto già individuato da Berlin, della “libertà negativa” di singoli individui, di singoli speciali, non più inseriti in un sistema di comunità dal partito agli enti intermedi.

Nel singolarismo, cioè, vi è la percezione di essere “altro” rispetto ai propri simili. E il fenomeno “no green pass” diventa più comprensibile se esaminato con le lenti del singolarismo e della libertà negativa.

Tale singolarismo è stato, a mio avviso in forma intuitiva e non programmatica, fatto proprio dalle formazioni di destra che si sono sentite vincenti rispetto al “vecchio” centro con il tentativo di trasformare l’individualismo egualitario in un individualismo non egualitario (secondo le tesi di Walzer, Anderson e Krebs) che, come detto, non attribuisce più all’eguaglianza una posizione centrale a causa della sua natura relazionale considerata inadeguata. Il concetto di singolarismo ha dovuto però misurarsi con un nemico inaspettato, non di natura politica ma medica, e cioè la pandemia.

L’elemento pandemico ha, drammaticamente, disvelato l’impotenza del singolo di fronte ai grandi eventi di natura non solo nazionale ma sovranazionale e la necessità di una risposta di “comunità” non solo a livello locale ma, necessariamente, a livello mondiale. E i sostenitori del singolarismo e della libertà negativa si sono trovati improvvisamente a muoversi in un contesto repentinamente modificato dall’evento pandemico indipendentemente dalla nascita di una offerta politica che superasse, o comunque ridimensionasse, le esasperazioni del singolarismo.

Basti notare come argomenti quali l’immigrazione incontrollata, l’antieuropeismo “a prescindere”, il complottismo ed altre idee deliranti (su cui è cresciuta in forma inflazionaria un’offerta politica) siano ad oggi recessivi se non dimenticati e, probabilmente, il centro sarà quel luogo dove le istanze individualiste nella loro migliore accezione di responsabilità ed autodeterminazione possano ritrovare uno spazio politico di libertà che promuova uguaglianza e democrazia.

Compito non facile.

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