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Le "riforme strutturali" necessarie

Dalle liberalizzazioni al lavoro: cosa serve al Paese per ripartire

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Iniziata nel 2007 come squisitamente finanziaria, la crisi ha colpito nell’autunno 2008 l’economia reale e ha aggredito la società e i processi politici. Una crisi “a tutto tondo”, complessa e multidimensionale: una crisi che, generatasi dapprima negli Stati Uniti, si è diffusa in maniera endemica, come un virus contagioso, in tutto il mondo occidentale, assumendo rapidamente una dimensione globale.

L’autunno del 2008 ha segnato il passaggio della crisi dalla finanza all’economia reale dei principali paesi del mondo, determinando una caduta della domanda nelle grandi industrie dei paesi industrializzati che ha portato, nell’immediato, una contrazione della produzione dei vari paesi nell’ordine del 5-6%, la peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale.

I rimedi nel frattempo adottati ebbero l’effetto di portare, a fine 2010, soltanto ad una breve e lenta ripresa, ancora oggi in itinere. A partire da tale anno, infatti, sono state predisposte misure di contenimento dei deficit e dei debiti pubblici, soprattutto dei paesi considerati maggiormente a rischio (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo). Si tratta di misure volte a facilitare il rientro dal debito pubblico e, di grande austerità, oltre che di grande impopolarità.

La crisi finanziaria che ha registrato una forte impennata in Italia all’inizio dell’estate 2011 non manifesta ancora oggi alcun segno di remissione, e quel che è peggio, non mostra ragionevoli previsioni sulla sua evoluzione, durata e conseguenze: da un punto di vista congiunturale, l’Italia è in piena recessione dal II° trimestre del 2008, quando, a causa della crisi dei titoli subprime originatasi negli Stati Uniti, si sviluppò una gravissima crisi economica mondiale. Tra i fattori scatenanti, figurano l’aumento dei prezzi delle materie prime, una crisi alimentare globale, una forte crisi creditizia con conseguente crollo di fiducia nei mercati borsistici a cui ha fatto seguito l’inizio di una pesante recessione globale.

Il governo italiano, finora, si è mosso in direzione dell’attuazione di politiche di risanamento dei conti pubblici, al fine di garantire la sostenibilità della finanza pubblica: mettere in sicurezza le fondamenta dello Stato; assicurare i servizi essenziali; difendere i risparmiatori. In questo scenario, il risanamento della finanza pubblica è divenuto un’emergenza non più rinviabile. Ora, è giunto il momento di intervenire nella direzione delle politiche di crescita.

Ma la crisi non riguarda solo e soltanto l’Italia. E’ una crisi che ha investito tutto il mondo occidentale e l’Unione Europea, che sembrano impotenti a contrastarla e a governarla. La potenza dell’economia finanziaria americana, grazie alla deregulation - voluta proprio dai democratici Clinton e Robin - e l’appoggio delle agenzie di rating, è tale da poter sconvolgere tutte le economie reali, della produzione e del lavoro e, in maniera drammatica, di quelle più deboli. Gli attacchi speculativi si rivolgono contro i debiti sovrani dei Paesi della zona euro che sono gravati da un alto debito pubblico, o sono incapaci di crescere, perché troppo timidi nell’attuare le necessarie riforme strutturali.

In sede comunitaria sono stati assunti impegni volti a restituire solidità alle finanze pubbliche, puntando al pareggio strutturale di bilancio e alla riduzione del debito. In Italia permangono infatti situazioni o protezioni delle rendite che aumentano il costo dei fattori di produzione e riducono l’innovazione. A ciò si aggiungano i problemi inerenti l’inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, la pressione fiscale e la complessità e discorsività del sistema tributario, ed infine l’evasione fiscale.

Perseverare in manovre volte a tagliare il deficit pubblico, attraverso l’aumento delle tasse, la riduzione degli investimenti infrastrutturali e delle spese in ricerca e innovazione, puntando esclusivamente a tagli della spesa pubblica in maniera “orizzontale” significa frenare la crescita e tagliare l’occupazione: è necessario, al contrario, adottare un mix di manovre di vera politica economica, di riforme strutturali atte ad incidere sul mercato del lavoro e a rafforzare la ripresa e lo sviluppo economico. Per uscire dalla crisi e promuovere condizioni di ripresa occorre che, accanto alle politiche di risanamento della finanza pubblica, si promuovano le condizioni per liberare l’ economia, attraverso l’eliminazione delle barriere all’accesso al mercato e lo smantellamento delle posizioni di privilegio o di esclusivo appannaggio di certi operatori economici. In Italia molte imprese e gruppi preferiscono operare in un terreno caratterizzato da una ipertrofia di procedure, oneri e costi aggiuntivi a carico dei cittadini.

Le riforme strutturali sono necessarie per sostenere le attività produttive, ma da sole non sono in grado di contrastare efficacemente gli attacchi della speculazione finanziaria. E’necessario pertanto che l’Unione Europea si doti di un assetto istituzionale in grado di assicurare una linea politica economica comune, forte, dotata di quegli strumenti finanziari necessari per depotenziare le spinte che alimentano gli attacchi della deregolamentazione finanziaria, che originano la crisi economica e sociale nei Paesi più deboli della zona euro. Con riferimento al nostro Paese, accanto alla accresciuta consapevolezza che, per realizzare una efficace politica comunitaria, è necessario superare gli ostacoli frapposti dai Paesi europei più forti economicamente – in primis la Germania – e quindi come tali condizionati ad un impegno finanziario e di garanzia considerevoli, risulta ormai chiaro a tutte le forze politiche quanto il problema principale è la riduzione del dedito pubblico, superiore ai 1900 miliardi di euro.

Per avvicinarsi a questo obiettivo, davvero immane, la via maestra è quella della crescita della produzione e quindi di una maggiore disponibilità di risorse con cui onorare gli impegni del debito pregresso. Nella prima fase, quella critica della emergenza, tutto appare più complesso. L’ultimo trimestre del 2011 e i primi mesi del 2012 sono stati caratterizzati dal potenziamento delle misure, dalle riforme strutturali, per far fronte alla grave crisi economica del Paese, messe in atto dal governo Monti, un esecutivo “tecnico” sostenuto da grande coalizione parlamentare per l’inadeguatezza del suo sistema politico. Nella prima fase, quella dell’emergenza, dove tutto appare più complesso di fronte alle aspettative di Bruxelles e dell’intero panorama politico internazionale, si è inteso perseguire l’obiettivo della diminuzione del debito prevalentemente con l’aumento della pressione fiscale e con la riforma delle pensioni, manovre che da sole, tuttavia, sono considerate controproducenti poiché l’aumento dell’imposizione fiscale produce un aumento delle entrate dello Stato, ma contestualmente una diminuzione della domanda interna e, quindi, una contrazione del Pil. Il risultato è di natura opposta a quella auspicata, ovvero un aumento del rapporto debito pubblico/Pil.

Il cosiddetto decreto “Salva Italia” ha portato la pressione fiscale ad un massimo storico, il 45%, e ostinarsi a ridurre deficit e debito aumentando solo le imposte è pericoloso. Per arginare la recessione, vero attentato alla ripresa dell’occupazione e della produttività, occorre dare fiducia alle imprese e alle famiglie attraverso “vere” politiche strutturali e quindi permanenti, dalle liberalizzazioni alle riforme del mercato del lavoro.

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