Dalle urne viene fuori la faccia sanguinaria dell’Iran

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Dalle urne viene fuori la faccia sanguinaria dell’Iran

15 Giugno 2009

L’Iran presenta al mondo la faccia crudele e difficilmente accettabile di un regime sanguinario –tutto centrato sull’antisemitismo – che riesce però a riscuotere un largo consenso di massa. Questa è la notizia vera, terribile, che ci viene dalle urne iraniane.

Sicuramente ci sono stati brogli, e anche molti, moltissimi ma non è possibile che abbiano modificato le proporzioni di fondo tra i due candidati. L’Iran si è schierato maggioritariamente per chi ha un progetto politico e culturale basato sulla negazione dell’Olocausto, sull’impiccagione degli omosessuali e sulle miserie apocalittiche di un Ahmadinejad, che rilancia anche un nazionalismo aggressivo ed espansivo che evoca i peggiori fantasmi. Questa è la verità inconfutabile, brogli o non brogli.

Mousavi, che nella sua ambiguità ha raccolto i consensi di chi rifiuta questa riedizione in chiave islamica di una piattaforma nazional socialista, ha preso, grosso modo, un terzo dei suoi consensi, è minoritario, è impotente. Dunque, non è una nuova Tienanmen: il dramma che si svolge in queste ore è esattamente l’opposto di una rivolta generalizzata, di una crepa oceanica nel consenso ad un regime totalitario. Nelle piazze di Teheran, i tre, quattromila manifestanti che si scontrano con poliziotti feroci e bassiji scatenati, celebrano una sconfitta epocale, testimoniano di un’opposizione al regime mai nata.

La rivolta cinese aveva una caratteristica fondamentale, si era mossa una massa enorme di giovani che aveva non solo una chiara leadership di base, ma che soprattutto aveva un referente altissimo nel partito, che era addirittura appoggiata dal segretario generale Zhao Ziyang, era insomma figlia di una crisi di passaggio dal maoismo alla modernità (e al capitalismo) che coinvolgeva letteralmente tutta la società cinese e divideva in due, verticalmente la sua –asfittica- rappresentanza politica, sino ai vertici del Pcc.

In Iran, invece, vediamo – purtroppo – esattamente l’opposto: strati marginali della popolazione, essenzialmente concentrati a Teheran, anzi, nel centro di Teheran (da qui l’abbaglio ciclopico degli inviati occidentali, al solito pigri e abituati solo a raccontare quanto avviene nell’isolato attorno al loro hotel di lusso), privi, assolutamente privi di leadership.

Per la terza volta l’opposizione iraniana si è schierata dietro una leadership fornita graziosamente dal regime: prima con Khatami, che ha piegato una grande spinta popolare ai giochi di un parlamento addomesticato e ridotto il riformismo ad una farsa; poi addirittura con Rafsanjani, che del regime è uno dei volti più sanguinari, ma anche corrotti, trasformato in una tragicomica alternativa ad Ahamadinejad; ora con Mousavi, che del regime ha condiviso la stagione più sanguinaria (le purghe e la repressione interna degli anni 81-88, quando era premier) e che ora dovrebbe rappresentare le istanze di coloro che a suo tempo mandò alla forca.

Può darsi che dalla débacle di oggi, maturi il seme di una alternativa, di una nuova leadership realmente alternativa, sempre interna ovviamente al discorso islamico, ma pluralista. Il problema è che questa alternativa era tutta iscritta dentro le caratteristiche della rivoluzione khomeinista. Il problema è che Banisadr, Yazdi, l’ayatollah Taleghani, l’ayatollah Shariat Madari, Bazargan, Gothbzadeh, e tanti altri, oggi starebbero con forza dalla parte dei manifestanti e contro Ahamadinejad. Starebbero, ma non stanno, perché loro, che pure hanno guidato la rivoluzione del 1979 dentro l’Iran, sono stati fatti fuori –spesso sulla forca- nel 1981 dalle purghe staliniane gestite in prima persona da Khamenei e Rafsanjani.

E tra chi li ha eliminati politicamente e fisicamente, c’era proprio Mousavi. Per questo il cammino dell’opposizione iraniana è così contorto, minoritario, difficile.